Beata Maria di Gesù

Beata Maria di Gesù

BEATA MARIA DI GESÙ (LÓPEZ RIVAS)

1560 – 1640

 

Memoria facoltativa, 11 settembre

Suor Maria di Gesù

Nacque a Tartanedo (presso Guadalajara) il 18 agosto 1560. Rimasta orfana di padre in giovanissima età fu affidata ai nonni paterni a Molina de Aragón, dove crebbe ed ebbe la prima formazione spirituale. Guidata dal gesuita P. De Castro, decise di entrare nel Carmelo.

S. Teresa l’accettò per il monastero di Toledo inviandola al quale l’11 agosto 1577, così la raccomandò: «La invio con 5000 scudi di dote; ma faccio sapere che altrettanti ne darei io molto volentieri per averla. Non sia considerata come le altre, perché spero in Dio che abbia da essere un prodigio» (Lettera 464, S. Teresa di Gesù, Epistolario, Edizioni OCD, 1982). Con tale autorevole presentazione, ricevette subito l’abito il 12 agosto 1577, emettendo poi la professione l’8 settembre 1578, nonostante la salute delicata che faceva temere per il suo avvenire. A Toledo si pensava di dimetterla: l’intervento di S. Teresa fu decisivo: « Pensino bene – scrisse – a quello che fanno, perché se non ammettono alla professione suor Maria di Gesù, la farò venire ad Àvila, e il monastero che l’avrà sarà il più fortunato di tutti. Per conto mio la vorrei sempre con me nel mio monastero, anche se dovesse stare a letto tutta la vita» (Lettera, 465, Ibidem).

Nonostante le sofferenze fisiche e morali che suor Maria ebbe a sopportare, resse meravigliosamente alla vita carmelitana e visse a lungo. Fu sempre cara a S. Teresa che nelle visite a Toledo ebbe sempre per lei segni di predilezione e sempre cercò maternamente di curarla, non tanto dai mali fisici, quanto dalla “malattia di amore” che pativa per Dio. Per questo, al fine di distrarla, la volle sacrista e poi infermiera; ma, pur attendendo scrupolosamente ai doveri, continuamente era attirata e assorbita in Dio. Durante la sua permanenza a Toledo nel 1580, più volte S. Teresa chiese consiglio e luce anche in problemi di teologia mistica alla giovane religiosa, alla quale una volta ebbe a dire: «Dev’essere realmente come dici tu, “letradillo” (teologuccio) mio». L’appellativo “letradillo” passò alla storia divenendo il nome con cui comunemente la Beata fu ed è chiamata.

B. Maria di Gesù (a sinistra) e S. Teresa (a destra)

Nel 1583, ventitreenne, fu nominata maestra delle novizie, incarico che per un semestre svolse anche a Cuerva, nel 1585 e poi ripetutamente, fino a tarda vecchiaia nel suo monastero. Più volte sottopriora (1587-91; 1607-19) e priora (1591-95; 1598; 1624-27), governò con serenità e dolcezza plasmando tutte le novizie secondo la dottrina e gli esempi di S. Teresa. Accusata e calunniata, fu deposta dalla carica di priora e per molti anni dovette subire l’opposizione del suo Padre Provinciale. Anche se trattata ingiustamente, fu sempre tranquilla e devota verso l’autorità, sempre stimata da parte delle religiose più sagge che, nonostante la deposizione, subito la vollero nell’ufficio più impegnativo di maestra del noviziato. Ricca di meriti, circondata da una fama di santità particolare, morì a Toledo il 13 settembre 1640. Il suo corpo incorrotto riposa nella chiesa del Carmelo di Toledo.

Anima di una semplicità e di un candore straordinario, fu cara al Signore che effuse in lei carismi e grazie di contemplazione. Nei suoi scritti è frequente il riferimento al Sacro Cuore di Gesù dal quale, nelle sue contemplazioni, vide più volte procedere torrenti di grazia. Tale devozione era intimamente congiunta in lei con quella del Santissimo Sacramento e del Prezioso Sangue. Singolare pure la devozione a Gesù Bambino, da lei chiamato «Dottore dell’infermità di amore », e a Maria Santissima, specialmente nel mistero dell’Assunzione.

Ancora in vita suor Maria di Gesù godette fama di santità. S. Teresa, circa nel 1580 ebbe a dire: «Maria di Gesù non solo sarà santa, ma lo è già». E il grande beniamino della santa, Padre Graciàn, circa nel 1614, nella Peregrinación de Anastasio (Diál. 16), mentre ella era ancora in vita, ne parlava apertamente come di

[…] una religiosa molto cara alla S. Madre Teresa, perché oltre a essere santa fin da bambina e ad aver virtù grandi e eroiche, una volta, avendo chiesto a nostro Signore di concederle qualcosa che le facesse sentire fisicamente la sua Passione, ebbe dal Redentore che le apparve una corona di spine sul capo, da cui le risultò un dolore così forte che mai le si leva. Ed è misterioso che con esso possa vivere e non mancare ai doveri dell’Ordine. Inoltre, appresso, venendo incontro al suo continuo desiderio di patire per Cristo in memoria della sua Passione, nostro Signore le ha dato ai piedi, alle mani e al costato dolori così acuti che fanno meraviglia. Mi è ben nota questa religiosa, nativa di Molina, di nome Maria di Gesù, già priora di Toledo di cui potrò raccontare molte cose meravigliose (ed. Burgos 1905, p. 321).

Nel mese successivo alla sua morte, per precetto dell’Ordine, le monache furono obbligate a fornire la loro testimonianza giurata sulle virtù della Beata. Il processo vero e proprio cominciò nel 1914. La causa di beatificazione fu introdotta il 10 dicembre 1920 (cf. AAS, XIX [1927], pp. 102-10.5). Il 14 novembre 1976 è stata beatificata a Roma dal Beato Paolo VI.

di P. Valentino Macca ocd
da Santi del Carmelo, a cura di Ludovico Saggi Ocarm, Institutum Carmelitanum, Roma, 1972.

Grazie alla comunità dei Carmelitani Scalzi della Provincia Veneta

Beata Maria dell’Incarnazione

Beata Maria dell'Incarnazione

BEATA MARIA DELL’INCARNAZIONE
(BARBARA AVRILLOT)

1566 – 1618

Memoria facoltativa, 18 aprile

Beata Maria dell’Incarnazione

Nacque a Parigi il 1° febbraio 1566 da Nicola Avrillot, signore di Champlàtreux e Maria L’Huillier. La sua maggior fonte di gloria fu l’aver più di tutti contribuito ad introdurre in patria la riforma di S. Teresa di Gesù, così da meritarsi il titolo di «madre e fondatrice del Carmelo in Francia».

Adolescente, fu affidata alle cure delle Suore Minori dell’Umiltà di Nostra Signora a Longchamp; richiamata in famiglia all’età di quattordici anni, i genitori ostacolarono la sua aspirazione allo stato religioso e la obbligarono a sposare, a sedici anni, Pietro Acarie, visconte di Villemor, signore di Montbrost e di Roncenay. Bella, ricca, benvoluta, mirò solo a corrispondere alla grazia del Signore con il perfetto adempimento dei suoi doveri verso il marito, verso i sei figli e verso i dipendenti dei quali conquistò il devoto affetto.

La sua fede risplendette nell’adesione incondizionata alla Chiesa quando l’eresia protestante cercò di estendersi anche sul suolo francese. Intanto si prodigava in opere di misericordia, specialmente in occasione dell’assedio di Parigi (1590), e di zelo per la salvezza delle anime, favorita da Dio con grazie mistiche straordinarie, non disgiunte da prove esteriori ed interiori. Al periodo della prosperità succedette quello della sventura: esiliato dal re francese Enrico IV, il marito fu allontanato da Parigi dopo la disfatta della Lega cui apparteneva. Ella conobbe allora l’ingratitudine, ma sorretta da eroica fiducia in Dio, lavorò indefessa giorno e notte per i figli e per il marito, fino ad ottenerne la completa riabilitazione. Ricompostasi così la famiglia dopo quattro anni e rientrati in possesso della casa e degli averi, la Beata s’impose di nuovo alla stima generale, compresa la famiglia reale. Il giovane Pietro de Bérulle, suo cugino e futuro cardinale, la venerava come madre; S. Francesco di Sales l’approvava e dirigeva.

Fondazione del Carmelo di Pontoise

Nell’autunno del 1601 ella lesse gli scritti di S. Teresa d’Àvila e si sentì spinta a introdurre in Francia la riforma religiosa. Confidando nel consiglio di teologi e santi, nel 1602, fra difficoltà di ogni genere, iniziò la preparazione delle fondazioni del Carmelo teresiano, raccogliendo le prime vocazioni, impetrando l’autorizzazione reale e la Bolla pontificia di fondazione (Bolla In supremo del 13 novembre 1603 di Clemente VIII) e costruì il primo monastero. Scelte e guidate da Pietro de Bérulle, il 29 agosto 1604, giunsero dalla Spagna sei Carmelitane Scalze, con a capo la Beata Anna di Gesù (Lobera) e come conversa, la Beata Anna di S. Bartolomeo: quindi il 17 ottobre s’inaugurò a Parigi la vita regolare. La Beata cooperò anche alle nuove fondazioni di Pontoise (1605), Digione (1605), Amiens (1606), felice di vedervi entrare tutte e tre le sue figlie, cominciando da Margherita, di quindici anni. Frattanto Maria si prodigava in continue opere di bene, quantunque gravi fossero le sue sofferenze fisiche e spirituali. Nel 1613 il marito si ammalò gravemente: ella non ne abbandonò più il capezzale, finché, nove giorni dopo, lo vide spirare. Le lacrime e le preghiere della santa vedova furono confortate dalla celeste conferma della salvezza eterna del coniuge.

Libera ormai da impegni di famiglia, ruppe ogni legame col mondo e decise di farsi carmelitana. Notissima a Parigi e desiderata dai vari Carmeli, che per suo merito cominciavano a costellare il suolo natale, scelse il monastero più remoto e più povero, quello di Amiens, chiedendo per grazia di esservi accolta come religiosa conversa. Il 7 aprile 1614 vestì l’abito teresiano, rapita in estasi, ricevendo il nome di suor Maria dell’Incarnazione. Da religiosa, edificò le ferventi consorelle con l’attendere ai più umili lavori di cucina, con piena sottomissione a tutte, con il culto della povertà e una singolare delicatezza di carità specialmente verso le ammalate. Sebbene favorita da Dio con doni eccezionali, fu estremamente cauta e preferì la semplice pratica delle solide virtù comuni. Emise la professione solenne il giorno 8 aprile 1615, durante una lunga infermità. L’avvento di una nuova priora da un altro monastero, le fu motivo di acute sofferenze. Il 7 dicembre 1616, per ragioni di salute venne inviata al Carmelo di Pontoise, dove, dopo lunga malattia, confortata ripetutamente dal S. Viatico e da estasi e visioni celesti, rese dolcemente l’anima a Dio il 18 aprile 1618.

Il processo per la beatificazione fu aperto a Roma nel 1627. Fu proclamata beata da Pio VI, il 5 giugno 1791. Il suo corpo riposa nella cappella del convento di Pontoise.

di P. Giovanni di Gesù Maria ocd
da Santi del Carmelo, a cura di Ludovico Saggi Ocarm, Institutum Carmelitanum, Roma, 1972.

Grazie alla comunità dei Carmelitani Scalzi della Provincia Veneta

Beati Dionisio della Natività e Redento della Croce

Beati Dionisio della Natività e Redento della Croce

BEATI DIONISIO DELLA NATIVITÀ (PIETRO BERTHELOT) E REDENTO DELLA CROCE (TOMMASO RODRIGUEZ)

Martiri

Memoria facoltativa, 29 novembre

Pietro Berthelot nacque a Honfleur (Calvados, Francia) il 12 dicembre 1600 e giovanissimo si diede alla navigazione, viaggiando per la Spagna, l’Inghilterra, l’America. Nel 1619 si recò in India, dove, cosmografo e primo pilota dei re di Francia e di Portogallo, si distinse per valore e ingegno, come provano ancora le sue Tabulae maritimae, delineate con somma perizia, conservate al British Museum (Ms. Sloan 197). Nel 1635, trovandosi a Goa, dietro consiglio del direttore spirituale, il p. Filippo della S.ma Trinità, entrava tra i Carmelitani Scalzi, dove professava il 25 dicembre 1636 col nome di Dionisio della Natività e riceveva il sacerdozio il 24 agosto 1638. Sia nel noviziato sia dopo la professione, secondo la testimonianza dello stesso p. Filippo, fu esempio di virtù a tutti i religiosi; venne elevato alla divina contemplazione e non raramente, durante l’orazione, apparve circondato da splendori celesti.

Nel 1638, il viceré Pietro da Silva inviò al sultano di Achén (Sumatra), l’ambasciatore Francesco de Souza de Castro che volle con sé Dionisio come guida spirituale e come esperto del mare e della lingua malese. Questi prese come compagno Tommaso Rodriguez, che, nato verso il 1598 in Portogallo, era entrato come converso nello stesso Ordine, col nome di Redento della Croce.

I due lasciarono con la legazione Goa il 25 settembre 1638, e, dopo una fortunosa navigazione, il 25 ottobre giunsero ad Achén, dove, accolti con segni di simulata letizia, tosto vennero fatti prigionieri. Dionisio, col confratello converso, più degli altri fu tormentato e tentato perché lasciasse la fede cattolica e passasse alla musulmana. In carcere si privava del necessario per carità verso gli altri che sosteneva con la parola, l’aiuto e l’esempio. Dopo la condanna a morte, Redento mori tra i primi, mentre Dionisio sostenne il martirio per ultimo, per suo desiderio, al fine di poter confortare gli altri: fu ucciso con un colpo di spada, che gli divise in due il capo, il 29 novembre 1638.

Beatificati da Leone XIII il 10 giugno 1900, la loro ricorrenza liturgica è celebrata il 29 novembre.

di P. Valentino Macca ocd
da Santi del Carmelo, a cura di Ludovico Saggi Ocarm, Institutum Carmelitanum, Roma, 1972.

Grazie alla comunità dei Carmelitani Scalzi della Provincia Veneta

Beate Martiri di Compiègne

Beate Martiri di Compiègne

BEATE MARTIRI DI COMPIÈGNE
(BEATE TERESA DI S. AGOSTINO E CONSORELLE)

† 1794

Memoria, 17 luglio

Le martiri di Compiègne sono sedici monache carmelitane uccise durante la Rivoluzione Francese. La famosa «Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo» fu promulgata il 26 agosto 1789; pochi mesi dopo giunse puntualmente la proibizione di emettere i voti religiosi (in nome della libertà individuale), e la soppressione degli Ordini religiosi, a cominciare da quelli contemplativi. Il teorema era semplice: non può essere libero chi si rinchiude in un convento e si vincola con dei voti; se qualcuno lo fa, è segno che è stato costretto. Compito della ragione (e della Nazione) è restituirgli la Libertà.

Fu allora che le priore di tre monasteri carmelitani, a nome di tutti gli altri, inviarono all’Assemblea Nazionale un «indirizzo» in cui si legge:

«Alla base dei nostri voti c’è la libertà più grande; nelle nostre case regna la più perfetta uguaglianza; noi qui non conosciamo né ricchi, né nobili. Nel mondo si ama dire che i monasteri rinchiudono vittime consumate lentamente dai rimorsi; ma noi confessiamo davanti a Dio che, se c’è sulla terra la felicità, noi siamo felici».

Quei rivoluzionari, a riguardo di voti e monasteri, avevano la ragione illuminata da ciò che avevan letto o sentito dire da letterati, teatranti, gazzettieri e filosofi: avevano cioè idee morbose e romantiche, simili a quelle che ancor oggi si trovano in certi romanzi d’appendice o in certe «telenovelas». Perciò la persecuzione cominciò con la cavalleresca e ridicola sollecitudine con cui uno stuolo di ufficiali municipali andarono a battere alle porte dei monasteri per offrirsi come paladini e liberatori.

Siamo in grado di descrivere esattamente ciò che accadde nel monastero di Compiègne, dove allora si trovavano 16 religiose professe. C’era anche una giovane novizia che all’ultimo momento era stata impedita dal prendere i voti, proprio da quel decreto che «non riconosceva più né voti religiosi né alcun altro arruolamento che sia contrario ai diritti naturali». Giunsero dunque gli ufficiali municipali, violarono la clausura e si insediarono nella grande sala capitolare: alle due porte furono messe quattro guardie. Altre guardie furono schierate, una alla porta di ogni cella, per impedire che le suore potessero comunicare tra loro, e soprattutto che avessero contatti con la Priora; anche le altre porte dei chiostri furono presidiate. Ogni monaca venne dunque convocata singolarmente: a ognuna il presidente «annunciava (testualmente!) di essere apportatore di libertà, e la invitava a parlare senza timore e a dichiarare se voleva uscire di clausura e tornarsene in famiglia…». Un segretario intanto prendeva accuratamente nota delle risposte, la cui veridicità è perciò garantita dagli stessi «oppositori».

  1. La priora, convocata per prima, dichiarò «di voler vivere e morire in quella santa casa» .
  2. Un’anziana disse «che era suora da cinquantasei anni e ne avrebbe desiderati ancora altrettanti per consacrarli tutti al Signore».
  3. Una suora disse d’essersi fatta religiosa «di suo pieno gradimento e di propria volontà» e di essere «fermamente risoluta a conservare il proprio abito, anche a prezzo del proprio sangue».
  4. Un’altra spiegò che «non c’era felicità così grande come quella di vivere da carmelitana» e che «il suo più ardente desiderio era di vivere e di morire tale» .
  5. Un’altra ancora insisté che «se avesse avuto mille vite tutte le avrebbe consacrate allo stato che aveva scelto, e che nulla poteva convincerla ad abbandonare la casa dove abitava e dove aveva trovato la sua felicità» .
  6. Un’altra aggiunse che «approfittava di quella occasione per rinnovare i suoi voti religiosi, e anzi ne approfittava anche per regalare ai magistrati una poesia che aveva appena finito di scrivere, sull’argomento della sua vocazione» (ma quelli, andandosene, lasciarono il foglio sul tavolo, con disprezzo).
  7. E un’altra ancora precisò che «se avesse potuto raddoppiare i vincoli che la legavano a Dio, lo avrebbero fatto con tutte le forze e con immensa gioia» .
  8. La più giovane professa, infine – che aveva emesso i voti proprio in quell’anno – osservò che «una sposa ben nata resta col suo Sposo, e che perciò niente la poteva indurre ad abbandonare il suo Sposo divino, Nostro Signore Gesù Cristo».

Le monache di Compiègne cominciarono a essere martiri, quando – senza nemmeno rendersene conto – cominciarono a usare il linguaggio dei martiri: quello di chi – messo alla prova definitiva – afferma con tutto il suo cuore che «niente lo potrà mai separare da Cristo».

Non venne interrogata la novizia perché non aveva voti e quindi, prima o poi, doveva tornarsene a casa per forza. Anzi i parenti erano venuti per riprendersela, ma ella stessa disse loro che «niente e nessuno poteva separarla dalla comunione con la madre e con le sorelle di quel monastero». Se ne erano andati dichiarando «di non voler più sentir parlare di lei, e nemmeno ricevere sue lettere»: dando così paradossale conferma alla scelta della ragazza.

È giusto avvertire subito che solo impropriamente si parla delle «sedici carmelitane di Compiègne»: in realtà le monache uccise furono solo quattordici, le altre due vittime furono delle inservienti laiche, così affezionate che vollero condividere la sorte delle loro suore fino a condividere anche la stessa passione e la stessa gloria. Possiamo anche aggiungere con fierezza che in tutti i monasteri di Francia – che contavano allora circa millenovecento religiose – le defezioni furono soltanto cinque o sei.

Intanto l’Assemblea Nazionale continuava a dare dimostrazione traumatica di come la cosiddetta «ragione illuminata» non riuscisse a comprendere quel «fatto nuovo» (anche se vecchio di secoli, e appesantito) che è la Chiesa. Si negava ad ogni costo quella evidenza che le monache si intestardivano invece a testimoniare: che si è perfettamente liberi solo nella più stretta e devota consegna di sé; che una libertà amante non teme di legarsi e di dipendere; e che contro la libertà non sta l’appartenenza, ma la costrizione.

In nome di una «Uguaglianza» razionalisticamente intesa, si cominciò a volere ridisegnare la struttura stessa della Chiesa. Anzitutto si pensò di dare una «Costituzione civile» al clero: obbligare i preti a prestare un giuramento di fedeltà alla Nazione; demandare alle Assemblee dipartimentali le elezioni dei preti e dei vescovi; ridurre le diocesi a strutture amministrative; proibire i segni distintivi (ad es. l’abito religioso). Chi non accettava la serie delle disposizioni poteva essere condannato alla deportazione o alla morte come «refrattario»: refrattario a lasciarsi rendere uguale in un campo in cui Cristo aveva previsto qualche «diseguaglianza». Nemmeno il Papa doveva emergere da quella palude di egualitarismo: cristiani, preti e vescovi lo potevano al massimo genericamente venerare e informare, ma il legame con lui doveva restare comunque inincidente e superfluo. C’era poi da spingere il processo di «liberazione» fino a sciogliere la ragione da tutte le indebite pastoie, e fino a farla trionfare su tutti i «fanatismi»: dogmi, miracoli, credenze nell’al-di-là e simili. Poiché questa «libertà» e questa «uguaglianza» non potevano essere accettate da questi «uomini» (cioè: dai cristiani che volevano restar fedeli a Cristo e alla sua Chiesa), essi non potevano nemmeno essere considerati «fratelli»: e venne il Terrore. Nel solo mese di settembre 1792 si conteranno circa 1600 vittime in un massacro durato tre giorni.

Le Beate Martiri di Compiègne

Nel Carmelo l’idea del martirio non era un’idea strana e lontana: fa parte della spiritualità di quest’Ordine religioso il ricordo degli insegnamenti di Teresa d’Avila che fin da bambina aveva cercato il martirio per il desiderio di «vedere Dio» e di affrettare l’incontro con Lui, e aveva poi profetizzato: «In avvenire quest’Ordine fiorirà, e avrà molti martiri». «Quando si vuole servire Dio sul serio – ella insegnava – il minimo che gli si possa offrire è il sacrificio della vita». S. Giovani della Croce aveva udito un giorno un suo confratello dire che «con la grazia di Dio, sperava riuscire a sopportare pazientemente anche il martirio, se fosse stato proprio necessario», e gli aveva ribattuto con infinita meraviglia: «e lo dite con tanta tiepidezza, fra Martino? Dovreste dirlo con grandissimo desiderio!». E ancor più le carmelitane francesi non potevano dimenticare che Teresa d’Avila aveva riformato il Carmelo proprio perché «scossa dalle sventure che desolavano la terra e la Chiesa di Francia»: offrire a questo scopo la vita faceva quasi parte della loro vocazione più originaria.

Nella Pasqua del 1792 la Priora di Compiègne – lasciando ogni monaca libera di decidere – propose a chi lo voleva di offrirsi con lei «in olocausto, per placare la collera di Dio, e in modo che questa divina pace che il suo caro Figlio è venuto a portare nel mondo, sia restituita alla Chiesa e allo Stato». Le due più anziane all’inizio furono prese dall’angoscia: le terrorizzava il pensiero della lugubre ghigliottina; ma poi vollero offrirsi assieme a tutte le loro sorelle. Da allora la comunità rinnoverà l’atto di offerta, ogni giorno, durante la Santa Messa, legandosi sempre più coscientemente al Sacrificio di Cristo. Il 12 settembre ricevettero l’ordine di abbandonare il monastero, che venne requisito. Subaffittarono allora delle stanze, in uno stesso quartiere, in quattro case vicine, e si divisero in gruppetti: riuscendo a comunicare tra loro passando tra i giardini e i cortili interni. Non avevano più monastero, né clausura, né grate, né chiesa: periodicamente si riunivano nell’abitazione della Priora, per averne sostegno e guida, e per il resto cercavano come potevano di osservare la loro regola di preghiera, di silenzio e di lavoro, anche in quella situazione così inattesa e precaria. E l’intero quartiere sapeva e cercava di vivere più sommessamente, con più silenzio e sobrietà, quando si sapeva che le monache stavano pregando.

Intanto la Francia era precipitata nella guerra contro gli altri stati europei all’esterno e nella guerra civile all’interno, e nella più spietata crisi economica. Il Tribunale rivoluzionario varò la «Legge dei sospetti»: in giudizio non occorrevano più né prove, né difensori; il semplice sospetto bastava per venire condannati alla pena capitale. Al potere c’era ormai la più spietata ideologia giacobina che esigeva la scristianizzazione totale: abolizione del calendario cristiano, della settimana e della domenica; sostituzione di nomi e cognomi cristiani per uomini, strade, piazze, villaggi, città; chiusura e distruzione di chiese e di reliquie; sconsacrazione di tutti gli edifici di culto; introduzione di nuovi culti e nuove feste.

Di «fanatismo» vennero accusate le carmelitane che continuavano a vivere come se fossero in monastero: le abitazioni furono perquisite, le suore arrestate, i loro oggetti sacri profanati e infranti. Dapprima esse furono radunate in un vecchio convento tramutato in prigione, poi vennero inviate a Parigi con una denuncia che le accusava, tra l’altro, di «arrestare il progresso dello spirito pubblico ricevendo nelle loro case persone le quali venivano poi ammesse ad una aggregazione detta dello Scapolare…». Viaggiarono tutto il giorno e tutta la notte su una carretta scortata da due gendarmi, un maresciallo e nove dragoni: al pomeriggio del giorno dopo venivano gettate nella Conciergerie, il carcere della morte. Nello scendere dalla carretta, ognuna si aiutò come poteva; la più anziana, di settantanove anni, con le braccia legate e senza il suo bastone, non ci riusciva e venne perciò gettata di peso sul lastricato. La credettero morta, ma si rialzò sanguinante e con estrema fatica: «Non ve ne voglio, – disse. Vi ringrazio di non avermi uccisa. Avrei perduto la felicità del martirio che aspetto».

Il Tribunale teneva le sue sedute a ritmi serrati, anzi teneva due sedute contemporaneamente: una nella «sala dell’Uguaglianza», l’altra nella «sala della Libertà». E l’accusatore – il famigerato Fouquier-Tinville – passava disinvoltamente dall’una all’altra. Così riuscivano a giudicare dai cinquanta ai sessanta prigionieri al giorno. Le carmelitane giunsero il 13 luglio, domenica, giorno in cui il Tribunale comminò quaranta condanne a morte. Il 14 furono sospese le sedute, perché si celebrava l’anniversario della presa della Bastiglia. Il 15 vennero pronunciate trenta condanne a morte; il 16 ne vennero inflitte trentasei.

Le Monache di Compiègne accolte in cielo da Maria

Era la festa della Madonna del Carmine, e le monache non vollero perdere la bella abitudine di comporre per l’occasione qualche nuovo canto. Riscrissero la Marsigliese: stessi versi, stesso ritmo, qualche espressione identica, ma tutto un altro canto di ribellione e di vittoria. Vi si diceva tra l’altro: «…Arrivato è il giorno della gloria/ or che la spada sanguinante è già levata/ prepariamoci tutte alla vittoria. / Sotto le insegne di un Dio agonizzante/ avanzi ognuno come vincitore/ Corriamo tutti, voliamo alla gloria/ ché i nostri corpi sono del Signore». Erano versi poveri e imitati, ma con intuizioni piene di luce e di fierezza: «Se a Dio noi dobbiamo la vita/ per lui accettiamo la morte». Li scrissero con un pezzetto di carbone. Alla sera di quello stesso giorno le avvertirono che l’indomani sarebbero comparse davanti al tribunale rivoluzionario.

Non mancarono le accuse più incredibili. Ricordiamo tra le tante quella di «aver preteso esporre il Santo Sacramento sotto un baldacchino a forma di manto reale». Secondo il giudice anche questo era «indizio certo di affezione alla idea della sovranità reale, e perciò alla famiglia deposta (di Luigi XVI)». Ma le monache non volevano accuse confuse, o mescolate alla politica: volevano fosse chiaro che loro offrivano la vita a Cristo e per Cristo. E fecero in modo di dissipare ogni ambiguità. Ecco quel che accadde, secondo il racconto di un testimone:

Suor Enrichetta Pelras, avendo udito l’accusatore dar loro delle ‘fanatiche’ (parola che essa ben conosceva) finse di non conoscere quel termine e disse: «Vorreste voi, cittadino, spiegarci che cosa intendete significare col vocabolo ‘fanatiche’?». Il giudice adirato rispose con un torrente di ingiurie contro di lei e le sue compagne. Ma la suora, per niente turbata, con dignità e fermezza soggiunse: «Cittadino, il vostro dovere è di soddisfare alla domanda di un condannato. Vi chiedo perciò di rispondere e di dichiarare che cosa voi intendete dire col vocabolo ‘fanatico’». «Io intendo significare – disse allora Fouquier-Tinville – quella vostra affezione a credenze puerili; quelle vostre sciocche ‘pratiche di religione’».
Suor Enrichetta lo ringraziò poi, rivolta alla madre Priora, esclamò: «Mia cara Madre e sorelle mie, voi avete udito l’accusatore dichiarare che tutto ciò accade per l’affetto che portiamo alla nostra santa religione. Noi tutte desideravamo questa confessione e l’abbiamo ottenuta. Siano rese grazie a Colui che ci ha preceduto sulla via del Calvario! Che felicità e che consolazione poter morire per il nostro Dio!».

Erano le sei di sera di quello stesso giorno quando, con le mani legate dietro la schiena, salirono su due carrette per essere condotte verso la Barriera di Vincennes dove era innalzata la ghigliottina. Qualcuno dice che le suore fossero riuscite a riavere i loro bianchi mantelli; certo è che su quella carretta, sull’imbrunire, cantarono la loro Compieta, e poi il Miserere, il Te Deum, la Salve Regina. Di solito i convogli dovevano farsi largo tra due ali di folla ubriaca e vociante. Dicono i testimoni che quella carretta passò tra un silenzio di folla «di cui non si ha altro esempio durante la Rivoluzione». Dalla folla, un prete travestito da rivoluzionario, diede loro l’ultima assoluzione. Giunsero al patibolo, nella vecchia piazza del Trono, verso le otto di sera.

La Priora accompagna al martirio ciascuna delle consorelle

La Priora chiese e ottenne dal boia la grazia di morire per ultima, in modo da poter assistere e sostenere, come Madre, tutte le sue religiose, soprattutto le più giovani. Volevano morire assieme, anche spiritualmente, come se compissero un unico e ultimo «atto di comunità». Fu un gesto liturgico. La Priora chiese ancora al boia di voler attendere un po’, e ottenne anche questo: intonò allora il Veni Creator Spiritus e lo cantarono interamente; poi tutte rinnovarono i loro voti. Al termine la Madre si mise di lato davanti al patibolo, tenendo nel cavo della mano una piccola statua di terracotta della Santa Vergine, che era riuscita a nascondere fino ad allora.

La prima fu la giovane novizia; si inginocchiò davanti alla Priora, le chiese la benedizione e il permesso di morire, baciò la statuina della Vergine e salì i gradini del patibolo «contenta – dissero i testimoni – come se andasse a una festa» e, mentre saliva intonò il salmo «Laudate Dominum omnes gentes», ripreso dalle altre che una alla volta la seguirono con la stessa pace e la stessa gioia, anche se bisognò aiutare a salire le più anziane. Ultima salì la Priora, dopo aver consegnata la statuetta a una persona che si trovava vicino (ed è stata conservata, ed è ancor oggi nel monastero di Compiègne).

«Il colpo della basculla, il rumore secco del taglio, il suono sordo della testa che cade… Non un grido, niente applausi o grida scomposte (come invece abitualmente accadeva). Anche i tamburi sono muti. Su questa piazza, ammorbata dall’odore del sangue fetido, corrotto dal calore estivo, un silenzio solenne scese su chi assisteva, e forse la preghiera della Carmelitane aveva già loro toccato il cuore» (E. Renault).

Si saprà poi che quel giorno, tra coloro che assistevano, più di una ragazza promise a Dio, nel suo cuore, di prendere il loro posto. «Noi siamo le vittime del secolo» aveva detto una di loro con umile fierezza: vittime di una «ragione illuminata» che senza la fede era divenuta sempre più oscura e feroce.

Queste sedici monache carmelitane furono beatificate il 27 maggio 1906 da San Pio X.

Papa Giovanni Paolo I, all’Angelus del 24 settembre 1978, ricordò l’esempio di queste Carmelitane e disse: «Restata per ultima, Madre Teresa di S. Agostino (la Priora) pronunciò queste ultime parole: “L’amore sarà sempre vittorioso; l’amore può tutto!“. […]. Chiediamo al Signore una nuova ondata d’amore per il prossimo sommerso in questo povero mondo».

di P. Antonio Maria Sicari ocd
da Riflessi di Dio – I Santi del Carmelo, EDIZIONI OCD, Roma 2009.

Grazie alla comunità dei Carmelitani Scalzi della Provincia Veneta

Beata Elia di San Clemente

Beata Elia di San Clemente

BEATA ELIA DI SAN CLEMENTE
(TEODORA FRACASSO)

1901 – 1927

Memoria facoltativa, 29 maggio

La Beata Elia di San Clemente è vissuta nel monastero San Giuseppe in Bari nei primi anni del XX secolo. Nata a Bari il 17 gennaio 1901 – nello stesso anno in cui sorgeva il monastero che un giorno l’avrebbe accolta – Teodora (Dora per familiari e amici), aveva ricevuto dalla Provvidenza un grandissimo dono: genitori onesti, profondamente cristiani, dotati della sapienza biblica così frequente nei semplici. Fu educata, dunque in maniera esemplare alla fede e alla carità verso tutti. Ma il Signore volle fare ancora di più e bussò alla sua porta, quando aveva poco più di tre anni, con un sogno che la segnerà per la vita: vide una bella signora cogliere da un’aiuola un piccolo giglio e volare in cielo stringendoselo al cuore. La Signora era la Madonna – le spiegò la mamma – e il piccolo giglio era la stessa Dora che con tanto amore durante il mese di maggio le aveva offerto ogni giorno dei fiori e una preghiera.

Suor Elia di San Clemente

Dotata di precoce sensibilità, la bimba da allora apparve silenziosa, assorta: amava contemplare i fiori del giardinetto di casa e di fronte ad una splendida rosa un giorno ingenuamente si inginocchiò, promettendo in cuor suo che avrebbe dedicato tutta la sua vita alla bella Signora e a Colui che l’aveva creata. C’è già tutta suor Elia in questo breve episodio: semplicità, umiltà, determinazione e fede.

Verso la vocazione monastica

Visse la vita delle ragazze del popolo: istruzione basilare, servizi domestici in casa, Santa Messa quotidiana, opere di carità. Ma le bastò questo per imparare a riconoscere in ogni cosa la presenza del Signore: era Lui il centro dei suoi pensieri, senza pesantezze, come dimostra il folto gruppo di coetanee che la seguivano affascinate. A loro parlava senza tanti complimenti di immolazione e di vigilanza contro il peccato. Erano adolescenti come tutte le altre, eppure le davano retta e si sforzavano di imitarla. Si riconosce in lei il ritratto fedele dell’autentico evangelizzatore, quello che oggi Papa Francesco ci ripropone senza stancarsi, quello che segue la logica evangelica del “sì, sì” e “no, no”, della Croce senza sconti. È qui il segreto della libertà interiore di questa ragazza che, per fare un esempio, accettò con tutta semplicità l’incarico di preparare alla Prima Comunione uno studente in arretrato con i Sacramenti: lei, che non aveva terminato nemmeno le elementari.

A 14 anni entrò nel Terz’Ordine Domenicano, ma la clausura era il suo sogno da sempre: ali età di 19 anni poté realizzarlo entrando nel monastero San Giuseppe di Bari. E nello stesso periodo una quindicina di sue amiche scelsero la vita consacrata, tutte vocazioni solide e perseveranti nel tempo.

Verso la vetta della santità nella quotidianità

In monastero visse una vita ordinaria di probanda, novizia e poi professa. Nulla che attirasse l’attenzione: anzi, dopo la Vestizione sperimentò la notte dello spirito, un “muro di bronzo” – scrisse – che le oscurava tutto ciò in cui aveva fino a quel momento creduto, tanto che la maestra delle novizie voleva rimandarla a casa. E invece proprio in queste tenebre Dora, divenuta ormai suor Elia, riconobbe la via più sicura per raggiungere il suo unico amore: Dio.

M.T. Ferrari, B. Elia di San Clemente, Chiesa di S. Croce, Bari

Da quel momento canterà con tutta l’anima e con tutta la vita la gioia dell’annientarsi in Dio, perdersi per Lui, per un amore tanto più puro e fecondo quanto più oscuro e incomprensibile: “ti seguano altri sul Tabor, io ti voglio seguire nel Getsemani e sul Calvario”, scriveva. I suoi scritti (pensieri, ricordi, poesie, lettere) traboccano di amore oblativo, indifferente alle luci e alle consolazioni – che pure le vennero donate in gran numero dopo la notte della purificazione -, un amore centrato esclusivamente in Dio. Lo straordinario in lei coincideva con la sua quotidianità, con la perenne serenità e stabilità interiore, con lo stato di preghiera continua: lavorava senza risparmiarsi, in obbedienza assoluta, ma aveva sempre tempo per un gesto di carità e un sorriso. Il suo direttore spirituale la indirizzò verso il “Voto del più perfetto”: suor Elia esitò a lungo, ma solo perché temeva che tale voto le impedisse di seguire in pienezza quella piccola via di nascondimento che era ormai parte di lei.

Non voleva eccellere in nessun modo, nemmeno nel segreto della sua anima. Manca ancora un tassello al suo ritratto, quello che sarà decisivo per il suo cammino di santità: una volta pacificatasi interiormente, affidatasi a Dio, si trovò immersa in prove e contraddizioni esteriori, sempre più intense e talvolta incomprensibili. Non è per noi difficile riconoscere in questo il misterioso passaggio di Dio che la chiamava a innalzarsi sempre di più: anche lei lo riconobbe e con amore accettò tutto, abbracciò ogni croce, sorrise sempre a chi la feriva, forse involontariamente. Perdonava, taceva e offriva, per le anime e per la Chiesa.

Fu un’ascesa rapidissima, in vertiginosa salita, fino alla grave malattia che la colpì e che lì per lì non venne compresa: accettò pure questa volta, anche se sapeva che stava morendo. Quando il male divenne evidente, era ormai tardi: morì per encefalite il giorno di Natale del 1927, a mezzogiorno in punto, mentre tutte le campane della città suonavano a festa. Non aveva ancora compiuto 27 anni. Un “fallimento”, si direbbe: una splendida vocazione, tante speranze riposte in lei dai superiori, tutto in fumo! Invece in quel momento suor Elia cominciò a “lavorare” a pieno ritmo, come aveva promesso: un ininterrotto ruscello di piccoli e grandi favori scorre da quel giorno verso quanti si rivolgono a lei.

Il 18 marzo 2006 è stata beatificata: il primo decreto in tal senso di Papa Benedetto XVI, che nel maggio precedente aveva compiuto a Bari il primo viaggio del suo pontificato. Ora le sue spoglie riposano in un’urna accanto all’altare della cappella del suo monastero, meta di un ininterrotto pellegrinaggio di fedeli, ai quali la sua fotografia sorride con dolcezza e un pizzico di gioiosa complicità.

«Ti lascio per il mio Dio»

Addio casa mia, nido di pace a amore, dolce santuario di fede e virtù, addio per sempre, ti lascio per il mio Dio. Signore, ho udito la tua voce, volo al Carmelo. Addio Mamma diletta, profumata di ogni virtù… custodisti il mio cuore come in una pisside preziosa … Ti lascio solo per il mio Dio, non ti abbandono ma ti lascio per brevi istanti… E Babbo del mio cuore, addio, addio, ti lascio perché Gesù mi chiama, e sono felice di poter immolare a Lui il grande amore che ti porto, tu che ben mi comprendevi e tanto mi amavi mi doni al Signore perché sai bene che non sei il Padrone ma il custode della mia vita… Compresi che per condurre anime a Dio non era necessario compiere opere grandi; anzi, era proprio l’immolazione completa di tutta me stessa che mi chiedeva il buon Gesù: compiuta nel silenzio d’ogni cosa… Nella solitudine del mio cuore potevo salvare anch’io un numero infinite d’anime… Con la preghiera intima, continua, e col distacco da ogni cosa.
(Beata Elia di S. Clemente, Scritti, sez. I, A. Scritti Autobiografici, 1.)

 

a cura del Carmelo di S. Giuseppe di Bari
da La Beata Elia di San Clemente, in Pro Orantibus, anno LXI, n. 2.

Grazie alla comunità dei Carmelitani Scalzi della Provincia Veneta

Beato Giovanni Soreth

Beato Giovanni Soreth

BEATO GIOVANNI SORETH

1394 – 1471

Fondatore del ramo femminile dell’Ordine Carmelitano

Preposito generale dell’Ordine Carmelitano

Memoria facoltativa, 28 luglio

Beato Giovanni Soreth


Nacque presso Caen in Normandia nel 1394 e nel convento di questa città prese l’abito carmelitano. Fu ordinato sacerdote verso il 1417; a Parigi ottenne la licenza in teologia nel 1437 e il magistero il 26 maggio 1438, dopo di che fu reggente degli studi nel convento del suo Ordine. Nel 1440 fu eletto superiore della provincia religiosa di Francia, dal 1451 sino alla morte fu priore generale di tutto l’Ordine. Nel 1452 gli fu concesso honoris causa anche il magistero in teologia a Padova.

Egli è ricordato soprattutto come riformatore, cioè per la sua continua opera finalizzata a ricondurre l’Ordine allo splendore dell’osservanza regolare, in un periodo storico particolarmente critico. In questa attività agì in due direzioni:

  1. curando che venissero osservate la regola e le costituzioni;
  2. introducendo nel maggior numero di conventi che poté l’osservanza nel suo significato specifico, relativamente alla povertà ed al raccoglimento interno ed esterno.

Ambedue le cose furono procurate attraverso bolle pontificie, decreti di capitoli generali e provinciali, con una nuova redazione di costituzioni ed un commento alla Regola.

Il primo tipo di osservanza veniva dall’alto ed era obbligatorio per tutti; il secondo proveniva dal desiderio di singoli o di gruppi per una maggior perfezione: desiderio che il generale riconosceva, favoriva e difendeva, anche emanando decreti e privilegi adatti allo scopo o ritenuti tali. È chiaro che la seconda forma aveva maggiori probabilità di riuscita, e da qui lo sforzo del Beato Soreth per impiantarla ovunque. Tale forma a sua volta era duplice:

  1. una osservanza che nasceva nell’ambito dei conventi e rimaneva sotto l’obbedienza dei provinciali come un salutare fermento;
  2. un’altra osservanza che già esisteva da qualche anno col nome di Congregazione Mantovana e che mostrava intenti separatisti.

La prima osservanza fu detta “calistina”, perchè, sancita ufficialmente nel capitolo generale di Parigi del 1456, fu confermata il 13 aprile dell’anno dopo da papa Callisto III; la seconda ebbe anche il nome di “eugeniana”, perchè era stato papa Eugenio IV ad approvarla. Anche con questa nuova Congregazione dell’Ordine il Beato fu generoso, favorendo tra l’altro il passaggio di alcuni conventi ad essa, e trattando coi suoi religiosi tanto familiarmente che quand’era con loro ne sembrava il priore locale piuttosto che il generale.

Il Beato visitò spesso le varie case dell’Ordine, presiedendo capitoli, ordinando statuti, vigilando su regola e costituzioni. La rubrica IV della seconda parte delle costituzioni da lui rifuse e promulgate nel 1462 contiene il modo di fare la visita canonica, e possiamo ben pensare che era il suo metodo: interessarsi minutamente dei singoli conventi, studiare le cause di eventuali difetti e prescriverne i rimedi, ma poi ritornare per assicurarsi che realmente si fosse lavorato nella direzione indicata. Per meglio spiegare il suo pensiero compose la Expositio paraenetica in Regulam Carmelitarum: consigli paterni ed esortazioni cordiali non solo perché venga osservato l’indispensabile, ma per arrivare alla perfezione della vita regolare, allo spirito: il tutto permeato di esperienza vissuta da religioso, da provinciale e da generale.

Altra attività del B. Soreth fu quella relativa al sorgere delle monache carmelitane. Già nel 1452 accettò alla direzione dell’Ordine le beghine del monastero “Ten Elsen” di Gueldren: accettazione che perfezionò l’anno seguente, dopo la concessione della bolla Cum nulla (7 ottobre 1452) da parte di Niccolò V. A Firenze affidò le “sorelle dell’Ordine” ad un sacerdote dell’osservanza delle Selve; nel 1455 incorporò all’Ordine le “sorelle incluse” di Nieukerk; nello stesso periodo fu fondato il monastero di Dinant; sorsero poi monasteri nel 1457 a Liegi, nel 1466 ad Harlem ed Huy; nel 1463 si iniziò il monastero di Bon-Don nel ducato di Bretagna, nel quale il 25 marzo 1468 il Beato ricevette all’abito la stessa duchessa di Bretagna, B. Francesca d’Amboise; nel 1468 fu eretto il monastero a Namur e nel 1469 quello di Vilvoorde.

Giovanni Soreth morì ad Angers il 25 luglio 1471 e Battista Spagnoli gli dedicò un’elegia. Fu beatificato da Pio IX nel 1866. Viene raffigurato con una pisside in mano, in ricordo del fatto avvenuto a Liegi durante la devastazione della città da parte di Carlo il Temerario, duca di Borgogna e conte di Fiandra: sfidando la morte, il Beato raccolse le Sacre Specie che il popolo aveva gettato e sparso per terra e le portò nella chiesa del suo Ordine.

di P. Ludovico Saggi ocarm
da Santi del Carmelo, a cura di Ludovico Saggi Ocarm, Institutum Carmelitanum, Roma, 1972.

Grazie alla comunità dei Carmelitani Scalzi della Provincia Veneta

Beato Battista Spagnoli

Beato Battista Spagnoli

BEATO BATTISTA SPAGNOLI
(detto “Il Mantovano”)

1447 – 1516

Preposito generale dell’Ordine Carmelitano
Poeta

Memoria facoltativa, 17 aprile

Beato Battista Spagnoli

Nacque a Mantova il 17 aprile 1447 da Pietro Modover di origine spagnola, e da Costanza Maggi, di Brescia. Compiuti i primi studi nella città natale sotto la guida di Gregorio Tifernate e di Giorgio Merula, già suo condiscepolo, poi a Padova alla scuola di Paolo Bagelardi, entrò giovanissimo nella Congregazione Mantovana dell’Ordine Carmelitano a Ferrara, dove emise la professione religiosa nel 1464. Conseguì il grado di baccelliere nel 1469 e quello di maestro in teologia presso l’università di Bologna nel 1475. Le doti eccezionali gli acquistarono subito la stima e la fiducia dei superiori; già nel 1466, non ancora ventenne, fu incaricato di tenere il discorso ufficiale al capitolo di Brescia; priore a Parma nel 1471 e a Mantova nel 1479, assurgeva alla suprema responsabilità di vicario generale della congregazione nel 1483, carica che gli fu rinnovata per altre cinque volte, finché, nel 1513, fu eletto priore generale di tutto l’Ordine.

La sua attività non si limitò nell’ambito della propria famiglia religiosa; nel 1481, mentre era reggente degli studi a Bologna, fu membro della commissione giudicatrice al processo contro Giorgio di Novara; nel 1513 fu invitato a partecipare al Concilio Lateranense V; nel 1515 ebbe da Leone X l’incarico di compiere una missione di pace tra il re di Francia e il duca di Milano. Ma a servizio del suo Ordine e della Chiesa dedicò specialmente la fecondità di un genio letterario non comune; del suo amore al Carmelo rimane principale documento l’Apologia pro Ordine Carmelitarum, e della sua completa dedizione alla Chiesa sono testimonianza non solo i carmi in onore di Innocenzo VIII, di Giulio II e di Leone X, ma anche tutti quegli scritti che, come l’Obiurgatio cum exhortatione ad capienda arma contra infideles ad reges et principes christianos, ne rivelano l’attiva partecipazione ai problemi allora più sentiti dalla cristianità.

Anche gli avvenimenti che in quel tempo turbavano la vita della nazione commossero il suo spirito; i versi Pro pacata Italia post bellum ferrariense, quelli In Romam bellis tumultuantem, i De bello veneto commentariolus, il Trophaeum pro Gallis expulsis pro duce Mantuae, e soprattutto il De calamitatibus temporum, ristampato circa trenta volte, soltanto tra il 1489 e il 1510, dimostrano come lo Spagnoli, pur nella visione a volte ristretta d’interessi politici legati a determinate corti e pur nello stile aulico proprio di tanti umanisti, sentisse profondamente il dramma che andava travagliando l’Italia in quegli anni.

A.M. Crespi, Ritratto di Battista Spagnoli

L’amicizia che lo legò a Giovanni Pico della Mirandola, a Pomponio Leto, a Gioviano Fontano, a Filippo Beroaldo, a Giovanni Sabbadmo degli Arienti, ad Andrea Mantegna e ad altri insigni personaggi dell’epoca, è prova del suo alto prestigio nel mondo della cultura. Del movimento umanistico fu, anzi, uno dei più celebri protagonisti, specialmente per quella Bucolica seu adolescentia in decem aeglogas divisa, di cui si contano circa centocinquanta edizioni delle quali oltre cento nel solo sec. XVI, che portò i contemporanei, persino Erasmo di Rotterdam, a proclamarlo il Virgilio cristiano. L’influsso della sua opera poetica, la cui fama si trova accolta anche da Shakespeare, che ne riporta alcuni versi in Loves Labour’s Lost, si esercitò particolarmente nella letteratura inglese; Alexander Barclay ne parafrasò le egloghe, Edmund Spenser lo imitò nello Shepheardes Calender, John Milton nella Ode on the Morning of Christ’s Nativity.

Il lavoro che gli veniva dagli uffici assegnatigli e l’intensa attività letteraria non lo distolsero dagli ideali carmelitani della vita interiore e dalla speciale devozione alla Madonna. L’esercizio delle virtù e la rinuncia al mondo furono già il tema del De vita beata, dialogo che scrisse ad appena sedici anni; l’aspirazione alla solitudine e il desiderio della presenza di Dio si ritrovano costantemente nelle opere successive e nella corrispondenza epistolare. In onore della Madonna compose vari carmi e un poema in tre libri, la Parthenice Mariana, che ebbe rapida diffusione in tutta Europa (una settantina di edizioni, di cui quindici nel sec. XV e circa cinquanta nel XVI); si adoperò perché fosse affidata alla sua congregazione la custodia del santuario di Loreto, ciò che ottenne, sebbene per pochi anni, nel 1489.

Le sei Parthenices composte per le martiri Caterina, Margherita, Agata, Lucia, Apollonia, Cecilia, e i carmi in onore di S. Giovanni Battista, di S. Giorgio e di altri santi sono, insieme ai dodici libri del De sacris diebus, un altro indizio della sua pietà religiosa. Colpito dalla dilagante corruzione del clero e del popolo, espresse la sua ansia riformatrice non solo con felici spunti letterari, come nella IX egloga De moribus curiae romanae, ma anche con un vibrante discorso pronunciato nel 1489 nella basilica vaticana davanti a Innocenzo VIII e ai cardinali. Alcune frasi particolarmente severe indussero lo stesso Lutero ad appoggiarsi sulla sua autorità nel prendere posizione contro Roma; e in una Anthologia… sententiosa collecta ex operibus Baptistae Mantuani, pubblicata a Norimberga nel 1571, i protestanti arrivarono ad additare nel carmelitano un precursore del riformatore tedesco. Ma è superfluo notare la differenza essenziale tra lo spirito di riforma del Beato, che intendeva agire all’interno della Chiesa, e quello luterano, che doveva condurre allo scisma.

Il culto del Beato, che ebbe inizio subito dopo la morte, avvenuta nella città natale il 20 marzo 1516, fu approvato da Leone XIII il 17 dicembre 1885. Il corpo si conserva nella chiesa cattedrale di Mantova; se ne celebra la memoria il 17 aprile.

di P. Edmondo Coccia ocarm
da Santi del Carmelo, a cura di Ludovico Saggi Ocarm, Institutum Carmelitanum, Roma, 1972.

Grazie alla comunità dei Carmelitani Scalzi della Provincia Veneta

Fra Lorenzo della Risurrezione

Fra Lorenzo della Risurrezione

FRA LORENZO DELLA RESURREZIONE (1614-1691)

Venerabile

Hérimenil, Chiesa di S. Lorenzo

Nicolas Herman nasce nel 1614 a Hériménil, un piccolo villaggio della Lorena, nel ducato di Borgogna: vi si parlava allora la lingua francese, ma si combatteva per restare indipendenti dalla Francia. D’umile e buona famiglia cristiana, si arruolò presto nell’esercito lorenese, coinvolto nell’interminabile “Guerra dei Trent’anni” che sconvolse e devastò l’intera Europa. Certamente è a questo periodo della sua vita che fra Lorenzo si riferirà più tardi, quando dirà di sentirsi, in convento «come un grandissimo delinquente invitato a mangiare alla tavola del Re dei cieli, e servito perfino dalle Sue mani, senza essere tuttavia sicuro del suo perdono».

Delle vicende militari del nostro soldato lorenese sappiamo che per ben due volte si trovò a un passo dalla morte. Fu arrestato dalle truppe tedesche (allora alleate con la Francia): venne accusato di spionaggio e condannato all’impiccagione. Poi lo lasciarono andare ritenendolo troppo sempliciotto per l’accusa che gli era stata imputata. Infine, durante un’incursione delle truppe svedesi contro la città di Rambervillers, Nicolas rimase sul campo, ferito: era il dieci agosto 1635, festa di S. Lorenzo, e proprio in quel giorno il ragazzo decise d’averne abbastanza, disgustato di guerre, violenze, ferite, non volendo più mettere a così stupido repentaglio la sua vita.

Aveva poco più di vent’anni e nessuna formazione, ma si portava in cuore un ricordo che non riusciva a dimenticare. Era un episodio accadutogli a diciott’anni, quando faceva ancora il contadino: s’era sorpreso un giorno d’autunno a contemplare nei campi un albero solitario, spoglio; ed ecco che, all’improvviso, l’aveva afferrato il senso maestoso del tempo che fluisce, delle stagioni che si avvicendano ordinatamente e inesorabilmente, della vita che trionfa sempre di nuovo, ad ogni primavera, sulla morte: gli era rimasta dentro «un’alta concezione della Provvidenza di Dio e della sua Potenza, che non si cancellò più dalla sua anima». Perciò, quando Herman si vide ferito sul campo, malamente e irrimediabilmente storpiato, non fu la piaga alla gamba che lo afflisse, ma la piaga dell’anima che ricominciò a bruciare.

Zoppicando penosamente, egli prese finalmente a cercare la sua “patria spirituale”. Tentò dapprima un’esperienza eremitica, ma la solitudine lo spaventò. Si recò allora a Parigi e riuscì a impiegarsi come cameriere in una nobile casata, ma il lusso ostentato e vano lo disgustava. E poi era un servitore così maldestro che “rompeva tutto” e meritava continue punizioni. Come rifugio, aveva solo la bella cattedrale di Notre-Dame, dove poteva abbandonarsi nelle mani di Dio e della Vergine Santa.

Chiesa di S. Giuseppe dei Carmelitani a Parigi

Aveva uno zio tra i carmelitani – l’Ordine austero, riformato, alcuni decenni prima, da S. Teresa d’Avila e da S. Giovanni della Croce – e si affidò a lui per vedere se poteva condividere quell’esperienza monastica. Così, nel gennaio 1640, a 26 anni, Nicolas Herman varcò la soglia del convento carmelitano di via Vaugirard. Era situato alla periferia di Parigi e vi abitavano più di cento religiosi, tra cui molti giovani ancora in formazione: una comunità, dunque, in continua espansione, anche architettonica, dove l’andirivieni dei religiosi si mescolava a quello dei muratori e degli inevitabili visitatori o fornitori.

Herman vi fu accolto come religioso converso (cioè: non destinato al sacerdozio), per imparare una vita fatta esclusivamente di preghiera e di lavoro manuale. Era “deciso a dare tutto” e ricevette il nome di “fra Lorenzo della Risurrezione”: il nome del santo protettore del suo paese natale, che gli ricordava anche il giorno in cui era stato abbattuto sul campo di battaglia, per poter “risorgere” a vita nuova. Il nome latino (Laurentius) alludeva alla corona d’alloro offerta ai vincitori, ma il nome francese (Laurent) suonava come se evocasse “l’orante”, un uomo destinato a diventare preghiera. E infatti Lorenzo imparò a pregare cominciando a recitare i numerosi Paternoster che la Regola carmelitana prescriveva a coloro che non sapevano recitare il salterio in latino.

Imparò poi a meditare come si usava allora e come si raccomandava di fare soprattutto ai convertiti e a coloro che avevano vissuto nel mondo una vita turbolenta: bisognava, cioè, riflettere sulla gravità dei peccati commessi, sulla morte incombente, sul giudizio certo e severo di Dio, sull’inferno meritato e sul paradiso umilmente implorato. Ottime cose, senza dubbio, ma Lorenzo ne traeva soltanto motivo di angoscia, e ne aveva il cuore stretto. Era entrato in convento deciso a “darsi totalmente a Dio” e capiva che, a tal fine, era certamente necessaria un’opera previa di purificazione e di svuotamento di tutte le esperienze negative accumulate, ed anche di sradicamento delle radici cattive che esistono in ogni cuore di uomo. Ma a Lorenzo tutto sembrava ancora troppo poco e s’accorgeva inoltre che, ad insisterci troppo, si rischiava perfino di fuorviare l’anima.  Se il problema di fondo era quello di darsi a Dio bisognava semplicemente rinunciare “a tutto ciò che si interponeva tra l’anima e Dio”; bisognava “rinunciare per Dio a tutto ciò che non era Dio”, senza attardarsi su se stessi nemmeno per ricercare metodi o formule. Il Carmelo gli offrì la formula più adatta e facile, dato che tutti gli ripetevano che l’ideale dell’Ordine era appunto quello espresso così dal profeta Elia, in parole semplici e brucianti: “Vive il Signore, alla cui presenza io sempre sto!”. Decise, quindi, di aggrapparsi a quest’unica certezza e a quest’unico metodo: restare sempre alla Presenza di Dio: «Mi applicai dunque con cura, in tutta la giornata, anche durante il lavoro, a considerare Dio sempre accanto a me, sempre nel fondo del mio cuore».

Fra Lorenzo

Gli era stato assegnato l’ufficio di cuoco della comunità: doveva preparare il cibo per più di cento frati, oltre che per le maestranze dei muratori che lavoravano in convento e per le lunghe file di poveri che accorrevano alla porta dei frati, all’ora prevista. La fatica era inimmaginabile: aveva appena il tempo di finire la preparazione di un pasto e di rigovernare, che doveva cominciare la preparazione del pasto successivo, ma spesso doveva anche fare da solo e contemporaneamente il lavoro che avrebbe richiesto la cura e l’attenzione di più persone. Usò dunque il suo metodo. Nei tempi in cui la Regola gli prescriveva la preghiera (per i fratelli conversi erano previsti dei tempi al mattino presto, e anche durante la notte) si lasciava afferrare dal senso della grandezza di Dio e della sua infinita amabilità e prendeva la risoluzione di «volere restare sempre con Lui», poi (finita la preghiera prescritta) si inoltrava nella verità che aveva intuito: «Mi andavo a rinchiudere nel luogo che l’obbedienza mi aveva assegnato che era la cucina (…). All’inizio delle mie occupazioni, dicevo a Dio: “Dio mio, poiché Tu sei con me, ed è per tuo ordine che devo applicare il mio spirito a queste cose esteriori, ti prego di farmi la grazia di restare con Te e tenerTi compagnia. Anzi, meglio ancora: ricevi Tu le mie opere e prendi Tu tutte le mie azioni!”. Poi durante il lavoro continuavo a parlargli con familiarità, ad offrirgli i miei piccoli servizi e a domandargli delle grazie. Alla fine di una azione, esaminavo il modo con cui l’avevo fatta: se vi trovavo del bene, ne ringraziavo Dio; se vi rimarcavo delle pecche, gliene domandavo perdono e senza scoraggiarmi mi correggevo e ricominciavo a stare con Dio come se non mi fossi mai allontanato… Così rialzandomi dalle mie cadute e attraverso la molteplicità degli atti d’amore sono arrivato al punto che mi sarebbe a dir poco impossibile non pensare a Dio…». Ad ogni azione che si profilava un po’ più complicata del solito, diceva a Dio: «Dio mio, questa cosa non saprei come farla, se Tu non mi insegni». Se poi si accorgeva d’aver commesso qualche mancanza, era lui che quasi rimproverava Dio e gli diceva: «Se mi lasci fare, non farò mai qualcosa di diverso [che sbagliare]; sta a Te impedirmi di cadere e correggere quel che non va bene!».

A volte una marea di pensieri stravaganti prendevano il posto del suo Dio, ed egli si accontentava di metterli da parte dolcemente per tornare al suo impiego usuale. Infine la sua fedeltà meritò di essere ricompensata con un ricordo perenne da parte di Dio. Le sue molteplici azioni furono tramutate in una visuale semplice, in un amore illuminato, in una gioia senza interruzione. Imparò così a custodire una pace inalterabile: per quanto le sue occupazioni fossero pesanti e noiose, dovendo egli spesso svolgere da solo il compito normalmente affidato a due persone, non lo si vedeva mai agire di fretta, ma con giusta moderazione dava ad ogni cosa il tempo che richiedeva, conservando sempre un’aria modesta e tranquilla, lavorando senza lentezza e senza precipitazione, restando sempre nella stessa stabilità di spirito e in una pace inalterabile. Esercitò questa attività con tutta la carità possibile per circa trent’anni.

Quello della “presenza di Dio” era un esercizio paziente, che doveva essere ricominciato ogni giorno e passarono anni prima che Lorenzo riuscisse “ad avere pensieri solo per Dio”. Ma ci riuscì. Racconterà a un amico e discepolo: «Nel trambusto della mia cucina, dove a volte più persone mi parlano assieme di cose diverse, possiedo Dio, così tranquillamente come se fossi in ginocchio davanti al SS. Sacramento. E la fede diventa così luminosa che credo d’averla perduta. Mi sembra che la tenda dell’oscurità venga tirata e che il giorno senza nubi e senza fine dell’altra vita cominci a manifestarsi». E spiegava: «Non è necessario avere grandi cose da fare. Io rigiro la mia frittata nella padella per amore di Dio e quando l’ho fatta, se non mi rimane nient’altro, mi chino per terra e adoro il mio Dio che mi ha concesso la grazia di farla, dopo di che mi rialzo più felice di un re. Quando non mi resta altro è per me abbastanza aver raccolto da terra una pagliuzza per amor di Dio…  Si va alla ricerca di metodi per imparare ad amare Dio, vi si vuol giungere attraverso non so quante pratiche diverse… ma non è assai più breve e assai più diretto fare tutto per amore di Dio e servirsi di tutte le azioni che dobbiamo compiere per dimostrarglielo, e trattenere in noi la sua presenza, in un continuo scambio tra Lui e il nostro cuore? Non c’è bisogno di nessuna raffinatezza, non c’è che da cominciare con bontà e semplicità».

Non ammetteva neppure l’ombra di narcisismo o di ripiegamento su se stessi. Diceva: «Siamo fatti per Dio solo… Quel che ci manca lo vedremo meglio guardando Dio che continuando a riflettere su noi stessi.

Un testimone ha dichiarato: «Aveva una cura particolare nel servire i suoi confratelli in tutto ciò che faceva, provvedendoli di tutto il necessario… considerava un piacere accontentarli, come se fossero stati degli angeli!». Così si applicava tenacemente ai suoi fornelli, ma impegnava le sue energie interiori su quel solo punto che aveva saldamente afferrato: starsene alla Presenza di Dio.

Le distrazioni non mancavano certo, ma per riprendersi gli bastava ogni tanto uno sguardo alla statuetta della Madonna che teneva in cucina. Col tempo s’accorse, poi, che non era più lui a richiamarsi da qualche eventuale distrazione, ma che se ne incaricava Dio stesso. Confidava a un suo amico che «quando l’impegno esterno lo allontanava un po’ dalla presenza di Dio, il Signore stesso gli inviava un ricordo che investiva la sua anima, e la Presenza di Lui si faceva sentire più fortemente, e lo riscaldava dentro e lo infervorava, al punto che a volte lo faceva quasi piangere, o lo riempiva di una pazza gioia». Quando lo afferravano tali profonde emozioni cercava di nasconderle facendo qualche stranezza che esilarava i presenti.

Eppure, chi legge oggi le sue confidenze spirituali resta sorpreso al sapere che, per i primi dieci anni, questa vita tutta trascorsa “alla presenza di Dio”, si accompagnò ad acutissime sofferenze. Dio gli lasciava la coscienza dei peccati e perfino il dubbio del perdono, ma si limitava a riempirlo di regali, cosicché il fatto di non poter affrontare esplicitamente il tema del perdono e del meritato castigo manteneva l’anima di Lorenzo in una continua passione: «Mi considero il più miserabile di tutti gli uomini, straziato dalle piaghe, pieno di fetori, e che ha commesso ogni tipo di crimini contro il proprio Re; colpito da un grande rimorso, gli dichiaro tutte le mie colpe, gli chiedo perdono, mi abbandono tra le sue braccia perché Egli faccia di me quello che vuole. Ma questo Re, pieno di bontà e di misericordia, invece di castigarmi, mi abbraccia amorevolmente, mi fa mangiare alla sua mensa, mi serve con le sue mani, mi dà le chiavi dei suoi tesori e mi tratta in tutto e per tutto come un suo intimo amico e s’intrattiene e si diletta senza sosta con me in mille modi, senza mai voler parlare del mio perdono, né togliermi le mie originali abitudini; e benché io continui a pregarlo di formarmi secondo il suo cuore, mi vedo sempre più debole e più miserabile; ma comunque sempre più vezzeggiato da Dio…».

Così Lorenzo continuava a star lì tremante e confuso – quasi più per l’amore che riceveva che per il pentimento che provava – contemplando l’unica immagine che riusciva a spiegargli il mistero: quella di un Gesù flagellato, che c’era in una stanzetta accanto alla sua cucina. E in quella cucina, si realizzava così – giorno dopo giorno – il miracolo dell’«amore puro»: quell’amore, cioè, che dal cuore dell’uomo va direttamente a Dio senza soffermarsi in null’altro, non nei propri interessi, non nei propri gusti, non nei propri giudizi e nemmeno nelle proprie speranze: senza soffermarsi nemmeno nella paura dell’inferno o nell’attesa del Paradiso!

«Io sono entrato in convento solo per amor di Dio. L’ho fatto solo per Lui. Che io sia dannato o salvato, voglio continuare ad agire puramente per amor di Dio. Qualsiasi cosa succeda alla fine, ci avrò guadagnato almeno questo: d’aver fatto del mio meglio per amarlo fino all’ultimo giorno di vita».

E con questa decisione estrema, dopo quei primi lunghi anni di pene interiori, ogni pena scomparve: «Fu come se avessi raggiunto il centro del mio essere – disse – il luogo del riposo».

Fra Lorenzo non conosceva molto della dottrina dei grandi mistici carmelitani, ma aveva appreso per istinto interiore il loro linguaggio e la loro visione del cammino spirituale, inteso come viaggio verso le profondità del cuore umano, dove Dio stesso ha deciso di abitare. L’espressione che egli maggiormente amava era quella che Santa Teresa d’Avila spesso ripeteva alle sue monache: «Coraggio, figliole mie! Non affliggetevi se l’obbedienza vi impiegherà in opere esteriori. Vi mettesse pure in cucina, il Signore verrebbe anche tra le pentole, ad aiutarvi, interiormente ed esteriormente» (Fond. 5,8). E difatti, Lorenzo ve Lo incontrava ogni giorno. Diceva anzi che, nei momenti di difficoltà, poteva «guardare in Dio come in uno specchio, per sapere quel che doveva fare e come doveva farlo».

Allo stesso modo Lorenzo non conosceva molto della dottrina di S. Giovanni della Croce, anche se proprio in quel convento e in quegli anni c’era un dotto frate che stava intanto traducendo in francese le opere del mistico spagnolo.

Aveva scritto S. Giovanni della Croce: “Un briciolo di puro amore è più prezioso davanti a Dio e all’anima, e giova di più alla Chiesa, anche se sembra che non conti niente, che tutte le altre opere unite assieme» (Cantico spirituale B, 29,2). E il nostro fratello ripeteva volentieri questo giudizio umile e glorioso: «È per me abbastanza aver raccolto da terra una pagliuzza per amor di Dio, cercando solo e soltanto Lui e nient’altro». E ancora: «Non vorrei sollevare una pagliuzza da terra contro il volere di Dio, né per un motivo diverso dal puro amore per Lui».

A leggere gli scritti e i ricordi di fra Lorenzo della Risurrezione, sembra quasi di sentire un antenato (quasi un vecchio nonno) di S. Teresa del Bambino Gesù. Certo è che la dottrina delle “piccole cose” risuona già tutta sulle labbra di questo umile carmelitano vissuto nel secolo XVII. Riferisce Mons. di Beaufort: «Fra Lorenzo non pensava né alla morte, né ai suoi peccati, né al paradiso né all’inferno, ma solo a fare piccole cose per amor di Dio (…). Si trovava allora in calzoleria, dove stava con piacere, ma era pronto a lasciare quell’impiego, e anche qualsiasi altro ufficio, non facendo altro che rallegrarsi sempre nel compiere piccole azioni per amor di Dio». Di lui viene testimoniato che «sapeva che la piccolezza di una cosa non diminuiva in nulla il valore della sua offerta, perché Dio non ha bisogno di nulla e nelle nostre opere considera soltanto l’amore che le accompagna».

Lorenzo continuava, giorno dopo giorno, in un ininterrotto stillicidio di ore e di compiti sempre uguali, a far sì che «tutte le sue azioni fossero un breve colloquio con Dio». Era così felice che a volte diceva d’essere stato ingannato da Dio: era entrato in convento per far penitenza, persuaso oltretutto che l’avrebbero scorticato vivo a causa delle sue goffaggini. Se nel mondo, i suoi padroni l’avevano punito duramente per ogni malanno combinato, chissà cosa gli avrebbero fatto in convento, s’era detto oltrepassando la soglia del monastero, e invece vi aveva trovato un Padrone divino che lo colmava di dolcezze interiori. Diceva di sentirsi «come un miserabile che Dio prendeva per mano, per presentarlo davanti a tutto il paradiso, per mostrare a tutti che si compiaceva di riversare su di lui le sue grazie».

Faceva il cuoco, o intraprendeva lunghi e faticosi viaggi, su carro o battello, per andare lontano ad acquistare, più a buon mercato, il vino per i suoi frati. Intanto gli anni passavano e fra Lorenzo s’era ridotto a non poter più stare in piedi: le antiche ferite alla gamba si erano riacutizzate, e una sciatica ulcerosa lo tormentava. Quando i superiori se ne accorsero, lo tolsero dalla cucina e gli assegnarono l’ufficio di calzolaio. Non esistevano allora fabbriche o negozi e toccava a lui provvedere a riparare i sandali dei suoi cento frati, e confezionarne di nuovi. Divenne così «ciabattino, con sua grande delizia». Anche se per Lorenzo «tutto era ormai lo stesso, ogni posto, ogni occupazione, perché trovava Dio ovunque, sia aggiustando i sandali sia pregando con la comunità», egli sapeva però apprezzare il fatto che, seduto al suo deschetto, poteva godere di maggior raccoglimento.

Ormai in convento era diventato una istituzione. I frati giovani avevano ogni tanto il permesso di venirgli a chiedere qualche consiglio, ed egli trovava spontaneo rivolgersi a loro con la più celebre espressione di S. Agostino. Diceva loro: «Bontà così antica e così nuova, vi ho amato troppo tardi! Non fate come me, fratelli miei! Siete giovani, approfittate di questa confessione sincera che vi faccio: nei miei anni giovanili, mi sono impegnato poco a servire Dio. Ma voi, consacratevi totalmente al suo amore. Se io l’avessi conosciuto prima, se mi avessero detto prima le cose che io ora dico a voi, non avrei tardato tanto ad amarlo! Credetemi, tutto il tempo che non viene usato per amare Dio, è tempo perduto!».

Stranamente la sua fama s’era dilatata, anche oltre le mura conventuali. Spesso veniva a visitarlo Mons. di Beaufort, vicario del cardinale di Noailles, che amava intrattenersi con lui su problemi spirituali. Il dotto monsignore diceva d’essere affascinato da due qualità di quell’umile fraticello carmelitano: la singolare saggezza e una singolare libertà di spirito: «Gli si poteva parlare di tutto, ed aveva una mente capace di intrattenersi sulle più gravi questioni».

Un paio di volte giunse perfino in visita una delle più celebri personalità del tempo, il futuro vescovo di Cambrai, Fénélon. Dopo che l’ebbe conosciuto, Fénélon scrisse alla contessa di Montboron: «Fra Lorenzo è rozzo per natura e delicato per grazia. E quest’insieme è amabile, e mostra Dio presente in lui». E la volta successiva riferì: «Fra Lorenzo è molto ammalato e molto contento». Al medico che lo curava diceva con un pizzico d’umorismo: «Ah, Signore, lei è troppo bravo per me… Non fa che ritardare la mia felicità!». Ai suoi confratelli aveva spiegato:  «Sono vicino al momento di andarmene a Dio, cioè, ad andare a rendergli conto della mia vita. E quando avrò visto Dio, anche per un momento solo, la pena del purgatorio mi sembrerà dolce, anche se dovessi starci fino alla fine del mondo».

Dice un testimone: «Compiva continuamente atti d’amore, e avendogli un religioso domandato se amava Dio con tutto il cuore, rispose: “Se sapessi che il mio cuore non ama Dio, me lo strapperei via subito!”».

A tutti egli lasciava questo semplicissimo messaggio: «Bisogna lavorare dolcemente, tranquillamente, amorosamente, con Dio».

E “l’Elogio” a lui dedicato si conclude semplicemente così: «Fra Lorenzo morì tra le braccia del suo Dio», quel Dio al quale aveva rivolto spessissimo questa semplice giaculatoria: «Eccomi tutto per te Signore / fammi secondo il tuo cuore».

Grazie alla comunità dei Carmelitani Scalzi della Provincia Veneta

Beata Giuseppa Naval Girbés

Beata Giuseppa Naval Girbés

BEATA GIUSEPPA NAVAL GIRBÉS

1820 – 1893

Terziaria carmelitana

Memoria facoltativa, 24 febbraio

Beata Josefa

Josefa nacque l’11 dicembre 1820, a 32 chilometri da Valencia. Fu la prima di cinque figli di Francisco Naval e di Josefa Maria Girbés. A otto anni ricevette il sacramento della Confermazione e a nove la Prima Comunione. Non essendoci la scuola pubblica, potè frequentare, ma solo per poco tempo, quella gestita dal Capitolo della Cattedrale di Valencia, dove imparò molto bene il ricamo e un po’ a leggere, ma non a scrivere.

Il 13 giugno 1833 le muore la madre e, lasciata la scuola, deve occuparsi del padre e dei fratellini, accolti presso lo zio Joaquín e la nonna Vicenta. La fede e la pietà crescono con l’età e a 18 anni fa il voto di castità perpetua. Il 27 luglio muore anche la nonna e quindi deve assumere la guida della casa e accudire il padre, lo zio e i fratelli.

Divenne membro della Fraternità dell’Ordine Secolare dell’Ordine dei Carmelitani Scalzi del convento di Valencia. Grande fu il suo amore alla Madonna del Carmelo, a Santa Teresa di Gesù e San Giovanni della Croce. La sua vita spirituale crebbe al calore della dottrina e dell’esperienza dei Santi del Carmelo e divenne una dimostrazione di come la santità possa svilupparsi in ogni stato di vita, quello secolare compreso.

Nel 1850, ormai matura nella vita di orazione e nella pratica delle virtù, sente la spinta interiore ad offrire agli altri le ricchezze della sua anima. Con il permesso del parroco, inizia a radunare le amiche per letture, conversazioni e approfondimenti spirituali; insegna gratuitamente alle ragazze della città l’arte del ricamo e così la sua casa diventa un laboratorio e una scuola di spiritualità. Vi si insegna il catechismo, si preparano i bambini alla Prima Comunione, si collabora alle iniziative parrocchiali e si avviano i giovani al Matrimonio o alla Vita Religiosa. C’è soprattutto la pratica della meditazione, l’esercizio dell’unione con Dio e la partecipazione attiva alla vita liturgica e alle iniziative sociali della parrocchia.

Nel 1877 con alcune amiche va più in profondità e programma delle giornate di ritiro in una casa di campagna. Nel 1891 la salute, sempre precaria, comincia a peggiorare per alcuni disturbi al cuore. Muore il 24 febbraio 1893. Viene sepolta con l’abito carmelitano, come aveva espressamente richiesto in vita.

San Giovanni Paolo II l’ha proclamata beata il 25 settembre 1988.

di P. Rodolfo Girardello ocd

Grazie alla comunità dei Carmelitani Scalzi della Provincia Veneta

San Nonio di Santa Maria

San Nonio di Santa Maria

SAN NONIO DI S. MARIA
(NUNO ÁLVARES PEREIRA)

1360 – 1431

Eroe nazionale portoghese
Frate carmelitano

Memoria facoltativa, 6 novembre

Statua equestre di S. Nonio

Nacque a Sernache do Bomjardim (Portogallo) il 24 giugno 1360 dal nobile Don Alvaro Gongalves Pereira, Gran Priore del priorato di Crato dell’Ordine dei Cavalieri di San San Giovanni di Gerusa­lemme. Nuno crebbe in mezzo ai cavalieri dipendenti di suo padre, dedito alla lettura dei fasti cavallereschi e militari della Tavola Rotonda. A tredici anni fu ammesso nella corte del re Ferdinando per essere avviato alla milizia e ben presto diede prove tali dì bravura che fu scelto, ancora tredicenne, come scudiero della regina e creato cavaliere. Avrebbe voluto rimaner celibe, ad imitazione di Galaad, il puro cavaliere del Santo Graal, ma per non contrariare il padre acconsentì a prender in sposa, il 15 agosto 1376, donna Leonora de Alvim, dalla quale ebbe tre figli: due di questi morirono presto; la terza, Beatriz, nel 1401 sposò Don Alfonso, figlio del re Giovanni I, conte di Barcelos e primo duca di Braganza, capostipite di non poche dinastie principesche e regali d’Europa.

Durante la guerra tra Portogallo e Castiglia Nuno ebbe molte occasioni di dimostrare il suo valore, anche durante la crisi politica seguita alla morte del re Ferdinando (22 ottobre 1383). Tra i sostenitori del diritto di Beatriz — figlia del defunto re Ferdinando e moglie del re di Castiglia — al trono del Portogallo, si trovavano non pochi portoghesi, tra cui gli stessi fratelli di Nuno. Questi, però si oppose tenacemente all’incorporazione del Portogallo nel regno di Castiglia e, per tutelare l’indipendenza nazionale, difese la candidatura del Mestre de Avis, Giovanni, fratello del re Ferdinando, e nello stesso tempo cercò di superare le esitazioni e l’opposizione dei suoi connazionali. Il 6 aprile 1384 Nuno vinse i seguaci del re di Castiglia nella battaglia di Atoleiros. Un anno dopo il Mestre de Avis fu proclamato re del Portogallo e scelse Nuno come suo connestabile. Così, a soli venticinque anni, Nuno diventava capo supremo dell’esercito. Il 14 agosto 1385 avvenne la battaglia di Aljubarrota con la sconfitta definitiva dei casigliani, nonostante che i portoghesi fossero in numero grandemente inferiore. Nuno passò allora all’offensiva ed in territorio castigliano ottenne un’altra gloriosa vittoria a Valverde (ottobre 1385). Atoleiros, Aljubarrota e Valverde non furono che i punti più salienti di una catena di guerriglie protrattesi per più anni.

Convento de Santa Maria da Vitória

Al valore militare Nuno congiungeva una profonda pietà cristiana; nutriva speciale devozione al Santissimo Sacramento e a Maria Santissima, assisteva ogni giorno a due Messe e nei giorni di sabato e domenica a tre. Si confessava spesso e faceva la comunione nei giorni di Natale, Pasqua, Pentecoste e nella festa dell’Assunta. In onore della Madonna digiunava ogni mercoledì, venerdì e sabato e nelle vigilie delle feste mariane, anche se era giorno di combattimento. La sua bandiera portava dipinte le sacre immagini del Crocifisso, della Madonna e dei due patroni della cavalleria, San Giacomo e San Giorgio. Prima della battaglia preparava spiritualmente i suoi soldati, esortandoli alla fiducia in Dio e facendoli accostare ai santi sacramenti. Attribuiva le sue stupende vittorie all’aiuto di Dio per intercessione della Madonna. A Valverde, nel più fitto della battaglia, quando la vittoria sembrava irraggiungibile, Nuno fu trovato in ginocchio tra due rocce, con le mani elevate al cielo in atto di preghiera. Manifestava la sua gratitudine alla Madonna facendo frequenti pellegrinaggi ai santuari mariani ed edificando chiese in suo onore. Sorsero così, a spese di Nuno, le chiese di Vila Viçosa, Souzel, Portel, Monsaraz, Mourão, Évora, Camarate, tutte dedicate a Maria, e principalmente il magnifico tempio del Carmine a Lisbona, distrutto più tardi dal terremoto del 1755. Edificò ancora una cappella a Maria Santissima e a San Giorgio nel luogo preciso in cui si trovava la sua bandiera durante la battaglia di Aljubarrota. A Estremoz completò la costruzione del tempio della Madonna dei Martiri, cominciata dal re Ferdinando. Infine sono legati al nome di Nuno il monastero e la chiesa di Santa Maria della Vittoria, capolavoro dell’architettura gotica nel Portogallo, più noti col nome di “Batalha”, fatti costruire dal re Giovanni I per commemorare la vittoria di Aljubarrota e per adempiere ad un voto fatto sullo stesso campo di battaglia. Le gesta di Nuno sono state cantate da Luís Vaz de Camões nei “Lusiadas” (canto IV, 376-411 e canto VIII, 780-784).

S. Nonio di S. Maria

Dopo la morte della consorte, avvenuta nel 1387, Nuno rifiutò di passare a seconde nozze. Gli impegni militari lo avevano costretto a vivere lontano da casa sin dal 1383; e, secondo la testimonianza degli storici portoghesi, Nuno diede sempre esempio di una vita illibata e non tollerava alcuna scostumatezza tra i suoi soldati. Fu sempre generosissimo nell’assistere i bisognosi di ogni genere. Riacquistata la pace definitiva con la Castiglia, Nuno distribuì gran parte dei suoi ingenti possedimenti ai collaboratori di guerra. Nel 1415 prese parte alla spedizione portoghese a Ceuta. Il 15 agosto 1423, tra la meraviglia e lo stupore di tutto il paese, Nuno abbandonò quanto ancora possedeva e vestì l’abito carmelitano nel convento di Lisbona — anche questo fondato e dotato da lui — scegliendo lo stato dei cosiddetti frati donati e dedicandosi ai lavori più umili del convento. Si chiamò Fra Nonio di Santa Maria. Solo l’intervento del principe Don Duarte, figlio del re Giovanni I, poté impedire a Fra Nonio la realizzazione del desiderio di recarsi in un altro convento lontano dal Portogallo, onde schivare le frequenti visite di cittadini illustri. Espresse anche il desiderio di elemosinare pubblicamente il suo cibo quotidiano, ma i superiori e lo stesso principe non glielo permisero. Morì nel 1431, probabilmente il 1° aprile, dopo otto anni di vita interamente dedicata alla preghiera e alla penitenza. Ebbe funerali solennissimi, con la partecipazione di tutta la corte reale, e fu seppellito nella chiesa del Carmine di Lisbona.

La fama di santità di cui Nuno già godeva durante la vita aumentò mirabilmente dopo la sua morte per il moltiplicarsi dei prodigi e delle grazie ottenute dai fedeli presso la sua tomba. Di questi prodigi fu presto composto un elenco, conosciuto nella letteratura portoghese come “Livro dos milagres do Santo Condestável”. Il re Duarte fece porre sul sepolcro di Fra Nonio una lampada d’argento, che ardeva continuamente. Le visite alla sua tomba aumentarono in tal modo che, dopo breve tempo, furono organizzati veri e propri pellegrinaggi nei quali la devozione spontanea dei fedeli assumeva a volte il carattere di manifestazioni religiose, con canti di versi popolari esaltanti le virtù del “Conde Santo”.

Il culto pubblico ed ecclesiastico prestato al Servo di Dio aumentò costantemente. La sua festa si celebrava in uno dei primi giorni di novembre. Non si conosce, però, la data di erezione del suo primo altare. Il più antico documento che si conosca circa la sua canonizzazione è una lettera conservata nella biblioteca Mediceo-Laurenziana di Firenze (fondo Ashburnham, cod. 1792 [1716], vol. I, f. 20) e scritta il 21 luglio 1437 dal re Duarte al benedettino portoghese Giovanni Gomes, abate del monastero di Santa Maria a Firenze e intermediario tra la corte portoghese e il papa Eugenio IV, in cui il re chiede all’abate che ottenga dal papa un duplicato del decreto per il processo di canonizzazione del Santo Connestabile, non essendo giunto a Lisbona quello già spedito. In calce alla lettera è aggiunta un’orazione composta da Don Pedro, fratello del re, in onore del Servo di Dio. Successive domande di canonizzazione furono inviate alla Santa Sede nel 1641 dal re Giovanni IV e nel 1674 dall’episcopato portoghese. Nel 1894 si iniziò il processo di riconoscimento del culto immemorabile. La sentenza del giudice delegato firmata il 7 marzo 1914 fu confermata dalla Sacra Congregazione dei Riti il 15 gennaio 1918 ed approvata da Benedetto XV il 23 gennaio 1918. Il 28 maggio 1941 fu pubblicato il decreto di riassunzione della causa per la canonizzazione. Papa Benedetto XVI lo ha canonizzato il 26 aprile 2009.

di Elia Cardoso
da Santi del Carmelo, a cura di Ludovico Saggi Ocarm, Institutum Carmelitanum, Roma, 1972.

Grazie alla comunità dei Carmelitani Scalzi della Provincia Veneta

Sant’Andrea Corsini

Sant'Andrea Corsini

SANT’ANDREA CORSINI

† 1374

Frate carmelitano

Vescovo di Fiesole

Memoria, 9 gennaio

Guido Cagnacci, Visione di S. Andrea Corsini (part.)

Nacque a Firenze all’inizio del XIV secolo, uno tra i dodici figli di Niccolò Corsini e Gemma degli Stracciabende. La prima menzione scritta che si ha di lui è del 3 agosto 1338: in un mandato di procura egli è diciottesimo tra cinquantadue religiosi del convento del Carmine di Firenze. Nella seconda metà dell’aprile 1343 lo troviamo a Pisa, nominato in un contratto tra i carmelitani e la compagnia dei Battuti. Nel capitolo della provincia toscana del 1344 fu destinato consigliere del convento di Firenze e baccelliere: e tale ci appare dal 1° giugno di quell’anno sino al maggio 1347, mentre nel capitolo del successivo 15 giugno, oltre a esser confermato consigliere, fu istituito lettore del medesimo convento. Nell’anno 1348 si recò in Francia per il capitolo generale dell’Ordine a Metz: fu nominato Superiore della Provincia Toscana, carica che ricoprì sino ai primi giorni del 1350, anche dopo la designazione a Vescovo di Fiesole.

Durante il suo provincialato dovette tener conto della grave situazione venutasi a creare a causa della peste nera: il necrologio del Carmine di Firenze ricorda più di cento morti negli anni 1348-49. Ciononostante non subì sosta la fabbrica della chiesa del Carmine; ed è proprio un rendiconto di danari per detta fabbrica l’ultimo atto registrato del suo provincialato, in data 9 gennaio 1350. Intanto, con una Bolla del 13 ottobre 1349, Papa Clemente VI lo aveva nominato vescovo di Fiesole. Contemporaneamente, il Papa aveva comunicato la nomina al capitolo della cattedrale, al clero e al popolo della diocesi, e dava l’indulto per la consacrazione. La iscrizione sepolcrale dirà che «[il Santo] fu rapito dal Carmelo alla Chiesa ed alla mitra fiesolana». Non sappiamo quando avvenisse la consacrazione né l’insediamento in Fiesole: il primo atto di episcopato conservatoci porta la data del 28 marzo 1350. Egli ruppe la tradizione invalsa da oltre un secolo secondo cui i vescovi di Fiesole risiedevano in Firenze presso la chiesa di S. Maria in Campo. Volle esser sempre vicino al suo popolo e alla sua cattedrale, che pur minacciava rovina, nel suo palazzo episcopale, anche se bisognoso di restauri e di arredamento. Limitò al minimo indispensabile le sue esigenze; insieme a sei familiari e con due religiosi del Carmine condusse vita monastica, vestendo l’abito dell’Ordine, portando una catenella di ferro ai fianchi (ancor oggi conservata).

F. Curradi, S. Andrea Corsini distribuisce il pane ai poveri

Di scrupolosa esattezza, teneva egli stesso i registri di amministrazione della casa, della mensa vescovile, dei contributi al Papa; controllava e dirigeva le varie opere delle chiese e degli ospedali; gli stessi domestici affidavano a lui le somme raggranellate nel tempo del loro servizio. Rivendicò a sé la collazione dei benefici ecclesiastici, svincolandoli da ogni specie di mercatura; volle che i beneficiati avessero gli Ordini; teneva abitualmente due vicari che lo coadiuvassero nel governo della diocesi, mentre un terzo fu istituito per il Casentino, troppo distante da Fiesole; si rendeva personalmente conto della situazione religiosa per mezzo delle visite canoniche. C’era bisogno di vigilanza, specialmente sulla condotta del clero che lasciava a desiderare: ignoranza, cattivi costumi, giochi, abito secolare; parecchi venivano obbligati a presentargli entro uno spazio di tempo per esser riesaminati; in nessun modo sopportava i chierici mancanti ai doveri della castità; brevi scadenze di tempo erano assegnate anche a coloro che non risiedevano nelle loro parrocchie, e se non ubbidivano venivano puniti con la revoca del benefizio. Allo scopo di avere per l’avvenire chierici migliori, nel 1372 istituì una confraternita di sacerdoti i quali con l’esempio e con l’opera contribuissero alla formazione scientifica e morale dei futuri presbiteri.

Al suo esempio personale aggiungeva il ministero della predicazione, sì che una delle lodi scolpite sul sepolcro lo definisce «meraviglioso per l’esempio della vita e l’eloquenza». Né minore fu la cura posta nel soccorrere i bisognosi. Definì se stesso «padre ed amministratore dei poveri». Questi non mancavano, specialmente nei primi anni in cui fu vescovo: eredità della peste del 1348-49; e il primo atto documentato del suo episcopato del 28 marzo 1350 è proprio una disposizione in loro favore. Era esigente nel rivendicare i proventi dei pii legati, perché necessari per i poveri (ai quali dava «per amore di Dio») e per il restauro e l’arredamento di varie chiese. Severa vigilanza esercitava anche sui proventi destinati agli infermi e ai pellegrini. Per quanto riguarda lo stato degli edifici sacri, egli continuò il restauro della cattedrale, già iniziato dal suo predecessore. Restaurò la facciata, rifece, almeno in parte, il tetto; fece eseguire il nuovo coro dal maestro Pietro Landò di Siena. Restaurò e abbellì anche il palazzo vescovile, forse con la speranza che i suoi successori si invogliassero a rimanervi. Restaurò varie altre chiese, tra cui quella di S. Maria in Campo in Firenze (appartenente al vescovo di Fiesole); ebbe particolare cura della chiesa di Figline Valdarno: qui volle una stanza per sé ove potersi trattenere, essendo una frazione lontana da Fiesole; il 1° giùgno 1368 consacrò l’altare maggiore e il 25 marzo seguente quello della Madonna nella Badia fiesolana. Istituì un monastero che poi si trasferì in Firenze e fu detto delle Romite di S. Maria del Fiore, o di Lapo. L’ultima partita segnata di suo pugno è la donazione di una ricca pianeta al capitolo della cattedrale: 28 dicembre 1373, nove giorni prima della morte. Rimangono inoltre attestati dell’opera da lui svolta per la pacificazione degli animi: ecclesiastici e ricchi mercanti di Firenze e Fiesole, potenti cittadini di Prato, Pistoia e altre città ricorrevano a lui come ad arbitro imparziale e incorruttibile.

Morì il 6 gennaio 1374. Fu beatificato nel 1440 e canonizzato il 22 aprile 1629 da Papa Urbano VIII. Le sue spoglie sono custodite nella Cappella Corsini della Basilica di Santa Maria del Carmine di Firenze.

 

di P. Ludovico Saggi ocarm
da Santi del Carmelo, a cura di Ludovico Saggi Ocarm, Institutum Carmelitanum, Roma, 1972.

Grazie alla comunità dei Carmelitani Scalzi della Provincia Veneta

Beati Martiri di Rochefort

Beati Martiri di Rochefort

BEATI MARTIRI CARMELITANI DI ROCHEFORT

Memoria facoltativa, 18 agosto

 

In Francia, verso la fine del XVIII secolo, contemporaneamente ai tumultuosi rivolgimenti sociali della Rivoluzione francese, ci furono delle tremende persecuzioni contro i membri della Chiesa. Si usò ogni modo per annullare il culto cristiano e il culto stesso di Dio. In particolare si perseguitarono le Congregazioni, i sacerdoti e gli Ordini religiosi.

Nell’anno 1790 le Autorità dello stato vollero creare una chiesa nazionale; comandando a tutti i membri della chiesa di prestare ad essa giuramento: lo stesso Romano Pontefice non doveva contare per loro quasi nulla. Molti sacerdoti e religiosi rifiutarono questo giuramento. Lo stesso Papa Pio VI respinse questa Costituzione civile del clero, fondata su principi eretici, dichiarando sospesi quelli che avevano prestato giuramento.

Si tentò di vincere con la forza la resistenza del clero: in seguito a questo, molti di loro furono carcerati e deportati. Il 25 gennaio 1794 i carcerati vennero trasportati ai porti della città di Rochefort. Il viaggio fu terribilmente penoso: 829 uomini furono imbarcati in due navi, insufficienti, come lo si può pensare, per così tante persone.

Si trovarono in un vero e proprio campo di sterminio. Questi preti, testimoniando la loro fede, subirono ogni sorta di cattiverie, di mali, di crudeltà, di privazione di tutto. Furono in preda del freddo, del caldo, della pioggia, delle malattie più diverse e della stessa peste. Con tutto questo seppero rendere un’ammirabile testimonianza di fede, di amore al Signore, al S. Padre, alla loro stessa vocazione. Seppero sopportare questi mali con pazienza, con forza e con il coraggio che Dio stesso loro infondeva. Si aiutarono molto, somministrandosi a vicenda i Sacramenti, consapevoli di quanto li attendeva.

Questo calvario, veramente atroce, ebbe termine il 7 febbraio 1795, quando i superstiti vennero finalmente rilasciati in libertà. Le vittime di questa reclusione furono 547; appartenevano a diverse diocesi e Istituti di vita consacrata.

 

Beato Giovanni Battista Duverneuil

È il primo e il più giovane dei tre carmelitani martiri: morì a 35 anni. Nacque a Limoges nel 1759; entrò nel Seminario diocesano nel 1780 e fu ordinato sacerdote nel 1783. Volle, in seguito, farsi religioso carmelitano, ricevendo il nome di Padre Leonardo.

Quando scoppiò la rivoluzione si trovava nel convento di Angoulême, che apparteneva alla provincia di Aquitania. Quando venne l’ingiunzione di sopprimere gli Ordini religiosi, egli andò a vivere a Limoges, suo paese natale. Si rifiutò di prestare giuramento alla Costituzione e di separarsi dalla Chiesa di Roma; si diede molto da fare per aiutare i confratelli e gli altri sacerdoti a conservare la fede cattolica.

Venne per tutto questo condannato alla deportazione il 25 febbraio 1794. Fatto prigioniero in una delle due navi in Rochefort, si dedicò ad una profonda vita di preghiera, dando agli altri la bellissima testimonianza di aver la forza di non sottomettersi né a pericoli, né a maltrattamenti brutali, né a minacce di ogni genere.

Insieme agli altri martiri soffrì fame, febbre, malattie, persecuzioni. Sembra che i loro custodi avessero l’ordine di farli morire lentamente, per far loro bere fino in fondo il calice dell’amarezza. In mezzo alle privazioni ebbe sempre, come gli altri, la viva coscienza del proprio ministero sacerdotale, impegnandosi ad animare i fratelli aiutandoli a pregare. Pregavano insieme agli altri, ricordando le parole dei Salmi e recitando a memoria i testi della Messa. Morì sulla nave, il 1° luglio 1794.

Padre Michele Luigi Brulard

Nacque a Chartres nel 1758. Entrò nel Convento di Charenton, dopo aver terminato i suoi studi di teologia all’Università di Parigi.

Dopo la distruzione dei conventi religiosi, ritornò a Chartres. Per aver rifiutato le innovazioni scismatiche del 1791, fu preso e arrestato nel 1793 e deportato a Rochefort nel 1794.

Un sopravvissuto alla strage dice di lui: «Era un degno figlio di S. Teresa, che non viveva se non di sacrifici e non parlava altro linguaggio, se non quello della più pura spiritualità». Un altro compagno di deportazione scrive di lui: «Qualcuno non ci crederebbe mai, se non fosse stato testimone, che un corpo vivo potesse giungere ad un punto incredibile di magrezza, così come io l’ho visto ridotto».

Prese delle decisioni, unitamente agli altri fratelli sacerdoti e religiosi presenti nelle imbarcazioni; la più importante era quella di non lasciarsi dominare da inutili inquietudini sulla propria liberazione. Scelse di perdere privilegi, beni, tutto ciò che possedeva, di fronte all’alternativa di rompere il vincolo di unità con Roma e con il Papa. Morì il 25 luglio 1794 a 36 anni di età.

Padre Giacomo Gagnot

Nacque in Frôlois, nel 1753. Fece la sua Professione religiosa nel Convento carmelitano di Nancy, il 9 marzo 1774. Venne poi quasi subito mandato al convento di Lunéville.

Nel 1787 ritornò a Nancy per delle predicazioni. Obbligato a lasciare il convento nel 1791, andò a vivere in una famiglia di Nancy. Nel 1793 venne incarcerato, dopo che il Comitato rivoluzionario lo aveva qualificato come “fanatico pericoloso”. Significativa la lettera che, due giorni dopo, scrisse alla madre, dicendole, tra le altre cose:

«È vero che quando uno considera tutto questo con gli occhi del mondo, non vi è nulla di più spaventoso, giacché, in effetti, uno è scacciato fuori dalla sua patria, senza sapere che cosa lo attenderà, esposto alla fame, alla sete e alla nudità, in una parola a mille morti e questa è la sorte che ci attende.
Però, quando uno considera tutto questo con gli occhi della fede, quando uno pensa che il Signore ci ha trovati degni di soffrire per il suo santo nome, che siamo perseguitati a causa della fede, tutto questo ci allieta e ci anima di un santo zelo per la difesa della religione cattolica, apostolica e romana, nella quale noi siamo nati e nella quale vogliamo morire…
Quanti santi, prima di noi, sono stati esiliati! È veramente una grazia che il Signore ci concede.
Noi confidiamo in Lui e, se Lui ci dà la grazia di iniziare bene, gli chiederemo sempre quella della perseveranza».

Il Padre, nella prigione, si dedicò al servizio degli ammalati. Insieme agli altri, intercedette per i suoi persecutori, per le loro ingiustizie e violenze, chiedendo al Signore che i maltrattamenti sperimentati servissero di espiazione a coloro che li avevano loro inflitti. Egli morì il 10 settembre 1794, all’età di 41 anni.

Il 29 gennaio 1994 ebbe luogo la riunione dei Consultori Teologi, i quali riconobbero che i Servi di Dio Giovanni Battista Souzy e 63 compagni erano da considerarsi veri martiri, che volontariamente andarono incontro alla morte, per attestare la loro fedeltà a Cristo e alla Chiesa.

San Giovanni Paolo II ordinò che venisse debitamente redatto il decreto sul martirio dei Servi di Dio. Questo Decreto venne pubblicato e inscritto negli atti della Congregazione delle cause dei Santi. Il 1° ottobre 1995 i 64 martiri di Rochefort sono stati dichiarati beati.

 

a cura del Carmelo di Concenedo

Grazie alla comunità dei Carmelitani Scalzi della Provincia Veneta

Beato Maria Eugenio di Gesù Bambino

Beato Maria Eugenio di Gesù Bambino

BEATO MARIA EUGENIO DI GESÙ BAMBINO
(HENRI GRIALOU)

1894 – 1967

Fondatore dell’Istituto “Notre-Dame de Vie”

Memoria facoltativa, 4 febbraio

Henri Grialou nacque il 2 dicembre 1894 a Le Gua, in Francia, da una modesta famiglia di minatori. Fin da giovane sentì la vocazione al sacerdozio. Il 2 ottobre 1911 entrò nel seminario di Rodez. A motivo della guerra, nel 1914 dovette interrompere la sua formazione; partì col grado di caporale. Dopo una breve sosta per una ferita riportata sul fronte, ripartì come volontario al posto di un padre di famiglia. Dopo questa parentesi militare ritornò ai suoi studi in seminario, e il 4 febbraio 1922 venne ordinato sacerdote.

Henri giovane seminarista

Negli anni della sua formazione, il giovane seminarista aveva scoperto l’autobiografia di Santa Teresa di Lisieux, a cui si era profondamente immedesimato, al punto da scrivere: «Trovo magnifica la sua autobiografia, nessun libro ha fatto su di me tanta impressione quanto questo».

Durante un ritiro che lo preparava a ri­cevere i primi Ordini sacri, leggendo un riassunto della vita di San Gio­vanni della Croce, ricevette un’illuminazione folgorante, una certezza: Dio lo voleva al Carmelo, sui passi di questo grande Santo dell’Asso­luto e dell’Amore. Appena ordinato sacerdote e nonostante l’opposi­zione dei suoi familiari, il 24 febbraio entrò tra i Carmelitani Scalzi di Avon, presso Fontainebleau, pur senza conoscerne la forma di vita. Il sacerdote ventottenne vestì l’abito il 10 marzo 1922.

Divenuto Fra Maria Eugenio di Gesù Bambino, fece professione il primo marzo 1923, restando ancora un anno ad Avon. Il noviziato fu un periodo di radicale spogliamento e di sofferta solitudine. Più tar­di, ricordando quei giorni, egli stesso ebbe a dire: «Mi sentivo schiacciato… si aveva l’impressione di essere nelle mani di una forza inesorabile. Ci si era dati a Dio e Dio mostrava di averci presi davvero. Fin dall’inizio si ebbe l’impressione di un annientamento totale, che qualunque forma di vita intellettuale fosse an­nullata… Riconosco che in quei momenti solo il guardare Gesù Bambino dava luce. Nell’impotenza c’era tutto l’orizzonte della divinità, dell’infinito».

Fu proprio alla scuola di Santa Teresa di Gesù e di San Gio­vanni della Croce che il Padre apprese “l’arte di essere carmelitano”. In questo Ordine aveva trovato il suo luogo vitale, il suo rap­porto d’amore e di preghiera con il Dio della sua vita. «L’o­razione – scriverà in una lettera ad amici, datata 6 maggio 1922 – è in qualche modo il centro e il sole di tutte le occupazioni della giornata. Ogni sera si ha l’impressione di non aver fatto altro che questo d’importante. L’orazione è qui una grande consolazione e mi fa dimen­ticare tutto il resto. Dimenticare tutto diventa infatti la mia principa­le occupazione; del resto non si perde nulla, poiché si ritrova tutto e tutti in Gesù e si può essere molto più utili».

Fu la vita di preghiera a formare quest’uomo alla contemplazione e ad aprirlo al­l’azione dello Spirito che rispose al suo dono totale di sé con grazie mistiche che lo afferrarono «in modo vigoroso e assolutamente certo». Confiderà alla fine della sua vita: «L’anno del noviziato fu quello del fidanzamento, delle manifestazioni dello Spirito Santo, tut­to un gioco di fiamme, di fuochi! Raccontavo tutto al mio Padre Maestro, che non capiva nulla. Io ero impazzito d’amore! Volevo solo amore, chiedevo solo amore». Un altro giorno ricevette una grazia di paternità spirituale da sentire le sue «mani piene d’anime». Intuì che la sua missione sarebbe stata quella di diffondere la Misericordia di Dio.

Nel 1926, l’anno in cui San Giovanni della Croce venne proclamato Dottore della Chiesa, P. Maria Eugenio era conventuale a Lille. Qui entrò in contatto con gli Studenti Carmelitani che frequentavano le facoltà cattoliche di Roma. Tra questi, alcuni erano stati allievi di P. Garrigou-Lagrange all’Angelicum. Si trovò così coinvolto nel clima di rinnovamento mistico che si respirava in Europa. Nel maggio 1925, scrisse il suo primo articolo su Santa Teresa di Gesù Bambino intitolato “La sposa di Gesù Crocifisso”. In questo articolo tra­spaiono già la profondità dottrinale e la finezza psicologica che caratterizzano la sua attività di scrittore. Nel 1927, insieme a dom Chevalier, P. Garrigou-Lagrange, P. Girolamo della Madre di Dio, Sr. Maria Teresa d’Avignone, P. Gabriele di S. Maria Maddalena e P. Luigi della Tri­nità (d’Argenlieu), in un numero speciale de “La vie spirituelle”, tratteg­giò la fisionomia di San Giovanni della Croce, neo-Dottore della Chiesa.

Nel 1928 fu nominato Priore nella casa di formazione del Petit Castelet a Tarascon. Ancora in carica, il lunedì di Pentecoste del 1929 ricevette la visita di un gruppo di insegnanti di Marsiglia che desideravano cono­scere la dottrina del Carmelo e imparare la scienza della contemplazio­ne. Quella visita fu decisiva: una di loro, Maria Pila diventerà la sua diretta collaboratrice e confondatri­ce dell’Istituto Notre-Dame de Vie. Nello stesso tempo, P. Maria Eugenio co­minciò a tenere dei corsi sulla preghiera. Nel 1932, da una terziaria car­melitana, Madame Lemaire, ebbe in dono la proprietà dell’antichissimo santuario di Notre-Dame de Vie (vicino ad Avignone), che diventò la se­de del nascente Istituto. Lo scopo di tale fondazione era quello di uni­re strettamente, nel cuore del mondo, vita contemplativa e vita aposto­lica. Nasceva così nella Chiesa una nuova famiglia spirituale.

A Roma nel 1937

Dal 1932 al 1936, P. Marie-Eugène fu Priore nel convento di Agen e nel 1936 in quello di Montecarlo. Essendo stato eletto Defini­tore generale dell’Ordine, l’anno successivo dovette trasferirsi a Roma, ove risiederà fino al 1955, tranne gli anni della guerra (1939-1945), in cui tornò in Francia. Mentre era a Roma, insieme al P. Generale, P. Silverio, aveva pensato a una nuova sede per il Collegio In­ternazionale dei Carmelitani visto che quella di Corso d’Italia era dive­nuta troppo piccola. La nuova sede sorse sul Gianicolo e fu inaugurata dal Card. Piazza.

Nel 1948 fu nominato Visitatore apostolico delle Carmelitane Scalze residenti in Francia. Dall’inizio della sua vita carmelitana il Padre si dedicava alla predicazione. Frutto di queste numerose conferenze, ritiri ed attività apostolica è la sua opera scritta “Voglio vedere Dio”.

Il 3 gennaio 1953 fu nominato dalla Congregazione dei Religiosi Delegato per l’organizzazione delle Federazioni delle Carmelitane scal­ze. Con la fondazione dell’Istituto a Notre-Dame de Vie egli pensava che si aprisse una nuova pagina nella storia del Carmelo. Un giorno, aveva detto alle sue figlie di Notre-Dame de Vie: «Offritevi per il Carmelo. Il Carmelo è al di sopra dei Carmelitani, delle Carmelitane, dell’Istituto. E più gran­de di tutto questo. E, al di là del Carmelo, offritevi per la Chiesa».

In seguito alla morte del Preposito Generale, P. Silverio di S. Te­resa, avvenuta il 10 marzo 1954, nel corso di un viaggio in Messico, P. Maria Eugenio divenne Vicario generale dell’Ordine. Si prefisse al­lora di visitare quei Monasteri dove il compianto Generale non era po­tuto andare.

Il Capitolo generale che si aprì a Roma il 27 aprile 1955 mise fine ai suoi incarichi romani. Tornò in Francia, dove per tre volte fu eletto Provinciale, carica che tenne fino alla mor­te. Negli ultimi anni della sua vita, spese tutte le sue energie per il Car­melo e l’Istituto secolare da lui fondato, in cui visse a partire dal 1961.

P. Maria Eugenio, Venasque (1963)

Nel febbraio del 1962, ebbe un grave disturbo di circolazione. Durante una conferenza a Marsiglia, fu costretto a lasciare l’uditorio. A coloro che erano preoccupati per la sua salute, con amore di padre ebbe a dire: «Queste stanchezze mi permettono di concentrarmi sull’essenziale. Sento bene che non ho perduto niente dell’essenziale, lo affermo ancora con maggior forza di prima». Nel febbraio del 1965, lo colse un nuovo malore. Raccogliendo le sue forze, lasciò traboccare dal suo cuore paterno queste parole, che resteranno il suo testamento spirituale per l’Istituto Notre-Dame de Vie: «Con tutto il potere della mia paternità, con tutti i diritti della mia paternità. io voglio chiedere per voi lo Spirito Santo. Ecco il testamento che vi lascio, la grazia che lo Spirito Santo discenda su di voi, che possiate dire il più presto possibile che lo Spirito Santo è il vostro amico, che lo Spirito Santo è la vostra luce, che lo spirito Santo è il  vostro maestro…».

Il 1966, ultimo anno della sua vita, fu particolarmente significativo, perché esemplificazione concreta di quanto aveva predicato e vissuto: il valore del dono di sé. «Che cosa farà quest’anima?», si chiedeva in “Voglio vedere Dio”. Quello che lo Spirito d’Amore le impone: preghiera, immolazione, attività. Contemporaneamente, questo o quello, secondo la volontà di colui che è divenuto il suo Signore e secondo il moto che lo Spirito le imprime. Essa non ha preferenze, non vuole altro che essere docile all’Amato e adempiere qualsiasi compito che lo Spirito d’Amore vuol fare per mezzo suo… Questo amore non è affatto riposo, ma dono di sé all’Amato ».

La domenica di Pasqua del 26 marzo 1967, il suo volto s’illuminò e dalla sua flebile voce si udì: «In manus tuas Domine, commendo spiritum meum». Quella sera stessa aveva sussurrato: «Quanto a me, vado verso l’abbraccio dello Spirito Santo». Il lunedì seguente, decimo anniversario della festa da lui istituita in onore di Notre-Dame de Vie, «per condividere con lei la gioia della risurrezione», si spense serenamente.

Si concluse così una vita donata a Dio e alla Chiesa, secondo il motto da lui stesso pensato: «Se avessi dovuto scegliermi un motto, avrei preso “Traditus gratiae Dei”». In questo autentico carmelitano, testimone dell’Assoluto, la grazia divina a lui donata si coniuga con la grazia profetica del Carmelo, la cui impronta particolare resterà inde­lebile nella storia degli uomini.

È stato beatificato il 19 novembre 2016 da Papa Francesco.

di P. Luigi Borriello ocd

Grazie alla comunità dei Carmelitani Scalzi della Provincia Veneta

San Pier Tommaso

San Pier Tommaso

SAN PIER TOMMASO

1305 ca. – 1365

Frate carmelitano

Patriarca latino di Costantinopoli

Memoria facoltativa, 8 gennaio

Pier Tommaso nacque nel 1305 ca. in una poverissima famiglia nel Périgord meridionale (sud-ovest della Francia). Morto il fratello, per non aggravare la miseria familiare, lasciò ancora giovane i genitori e la sorellina per trasferirsi nella cittadina di Monpazier. Qui frequentò la scuola per tre anni circa, vivendo di elemosine e insegnando ai fanciulli. Condusse la mede­sima vita ad Agen, fino all’età di vent’anni. Notato dal priore del convento carmelitano di Lectoure, inse­gnò per un anno in quel collegio; poi il priore di Bergerac lo condusse nel proprio convento e gli diede l’abito del Carmelo. Qui emise i voti religiosi e insegnò per due anni. Lettore di logica ad Agen, vi studiò filosofia e, dopo tre anni, ricevette l’ordinazione sacerdotale.

Insegnò per un anno la logica nel convento carmelitano di Bordeaux, la filosofia inizialmente in quello di Albi, e poi in quello di Agen. Dopo un soggiorno di tre anni a Parigi, si recò a Cahors. Secondo le cronache, in questa cittadina, tenne un’omelia durante una processione contro una tremenda siccità: non appena terminò di predicare, il cielo scatenò improvvisamente una pioggia miracolosa.

Di ritorno nella propria provincia venne eletto dal capitolo del 15 maggio 1345 Pro­curatore Generale dell’Ordine e inviato presso la Curia Romana, che allora risiedeva ad Avignone. Fu notato dal suo conterraneo il cardinale di Périgord, Elia Talleyrand, che lo fece nominare predicatore aposto­lico e intervenne per permettergli di terminare gli studi a Parigi e divenire maestro di Teologia. Ritornato ad Avignone , riprese con successo il suo ufficio di predicatore apostolico. Nell’aprile 1353, alla morte di Papa Clemente VI, ne accom­pagnò la salma fino all’abbazia di Chaise-Dieu, predicando in tutte le dodici soste del viaggio.

Da quel momento tutta la vita di Pier Tommaso fu dedicata a delicate missioni affidategli dalla Santa Sede, per la pacifi­cazione tra i principi cristiani, per la difesa dei diritti della Chiesa presso i più potenti monarchi del tempo, per l’unione degli orto­dossi bizantino-slavi con la Chiesa romana, per la crociata antimu­sulmana e la liberazione della Terra Santa. Il 17 novembre 1354 venne consacrato vescovo di Patti e Lipari. In seguito prese parte a una missione pontificia in Serbia. Lasciata Avignone, nel gennaio 1355, incontrò a Pisa l’im­peratore germanico Carlo IV. In uno dei suoi viaggi, nell’attraversamento dell’Adriatico, la nave su cui egli si trovava subì un attacco da parte dei turchi, ma grazie al suo intervento l’intera ciurma fu risparmiata e lasciata libera. Inoltre, durante lo stesso viaggio, con l’intervento della sua preghiera, riuscì a sedare una tempesta.

Nell’aprile 1357 Pier Tommaso giunse a Costantinopoli come legato papale, ricevette la sottomissione del Basileus Giovanni V Paleologo, al quale diede la Comunione eucaristica; inoltre ottenne l’adesione all’unità cattolica di nobili greci, quali Giovanni Lascaris Calofero e Deme­trio Angelo di Tessalonica. Il 7 novembre Giovanni V Paleologo consegnò a Pier Tommaso una lettera per il Papa nella quale prometteva di voler fare tutto il possibile per mettere in atto l’unione con la Chiesa di Roma. Pier Tommaso si recò a Cipro per impetrare l’appoggio del re Ugo a favore di Bisanzio contro i turchi. Intraprese poi un pellegrinaggio verso Gerusalemme senza patire nulla da parte dela dominazione turca; ritornò poi a Famagosta di Cipro, dove ebbe delle estasi.

Intanto Papa Innocenzo VI stava ripristinando la lega antiturca isti­tuita nel 1350 tra la Sede Apostolica, Cipro, Venezia e gli Ospeda­lieri di Rodi. Il 10 maggio 1359 Pier Tommaso fu nominato vescovo di Co­rone (Peloponneso) e legato in Oriente, con ampia giuri­sdizione sulla Morea, Costantinopoli e i territori veneziani della Ro­mania. Partecipò all’attacco di Lansacco e collaborò alla difesa di Smirne. Andò quindi a Candia (Creta) per sradicare una’eresia sorta fra i Latini. Di pas­saggio a Rodi, verso il Natale del 1359, si ammalò, ed era ancora febbricitante quando, all’inizio di aprile 1360, lasciò l’isola per re­carsi a Cipro e porre sul capo dell’amico Pietro di Lusignano la corona di re di Gerusalemme la domenica di Pasqua 1360. Con dolce persuasione cercò di richiamare all’unità cattolica gli orto­dossi ciprioti, la cui resistenza mise in grave peri­colo la sua vita.

Visitò la sua diocesi di Corone, passando per Rodi. Dopo la conquista di Adalia (Satalia) da parte del re Pietro vi istituì il culto cattolico, poi ritornò a Cipro. Organizzò preghiere pubbliche per impetrare la liberazione dalla peste che era scoppiata nell’isola. Diventato direttore spirituale di Filippo di Mézières, cancel­liere di Pietro I, con questi concepì l’idea di una nuova crociata, e il 24 ottobre 1362, i due lasciarono Pafo alla volta dell’Europa per sollecitare l’aiuto dell’Occidente. Dopo una sosta a Rodi, il 5 dicembre sbarcarono a Venezia.

Ad Avignone Pier Tommaso trovò un nuovo papa, Urbano V (1362-70) che lo promosse arcivescovo di Creta e sostenne la sua idea riguardo una nuova crociata per il riscatto della Terra Santa. Dopo estenuanti spostamenti tra l’Emilia, la Lombardia ed Avignone, Pier Tomaso dovette ammi­nistrare, non senza sfuggire a un complotto, la città di Bologna. Di ritorno in curia, verso la metà di maggio 1364, venne eletto Patriarca latino di Costantinopoli e legato papale della nuova crociata. La par­tenza della crociata venne ritardata, oltre che dall’inverno, dalla guerra scoppiata tra Cipro e Genova. Pietro di Gerusalemme e il Papa scelsero Pier Tommaso quale negozia­tore della pace fra i due stati rivali.

A Famagosta, dopo aver proibito il commercio con il sultano, si preparava ad imbarcarsi per tornare in curia quando, raffredda­tosi durante le feste natalizie del 1365, si ammalò più gravemente il 28 dicembre e il 6 gennaio successivo, distribuiti tutti i suoi averi e ormai ridotto a pelle e ossa, chiuse piamente, nel convento carmelitano di Famagosta, la sua vita terrena. Alle donne che lo vegliavano, il cadavere apparve circonfuso di luce. Il corpo rimase esposto per sei giorni e fu visitato da una grande folla: si verifica­rono guarigioni e altri miracoli prima e dopo la tumulazione. L’8 maggio si aprì la tomba: il corpo fu ritrovato per­fetto e integro, e le membra flessibili come prima. La petizione per la canonizzazione del vescovo carmelitano fu presentata al pontefice Urbano V dallo stesso re Pietro di Cipro.

La conquista di Cipro da parte dei Turchi nel 1571 e il terre­moto del 1735 tolsero ogni memoria di del Santo in quell’isola, attuando così un altro voto del santo: essere cadavere, «calpestato anche dalle capre e dai cani». Nel 1905, l’archeologo Camille Enlart dovette rinunciare alla ricerca del luogo di sepoltura del Santo fra i ruderi della chiesa carmelitana di Famagosta. A Lebreil, in Francia, la cappellina eretta sulla presunta casa natale del Santo, vicino a una sorgente scaturita, si dice, per intercessione di lui, è stata distrutta dalla Rivoluzione francese. Nel 1895, si parlava di sostituirla con un degno santuario.

Similmente andarono dispersi i quattro volumi di prediche e il trattato De Immaculata Conceptione B. M. V. che la tradizione gli attribuisce. Fra le reliquie care al santo va ricordata quella della S. Croce offertagli nel 1360 dai cristiani profughi dalla Siria e da lui usata quale vessillo nella crociata di e quale conforto nel­l’agonia.

Il culto di Pier Tommaso, confermato da Papa Paolo V nel 1609 e da Urba­no VIII nel 1628, è celebrato l’8 gennaio solo nell’Ordine Carmelitano e nella diocesi di Périgueux

di Daniele Stiernon

Grazie alla comunità dei Carmelitani Scalzi della Provincia Veneta

Sant’Alberto da Trapani

Sant'Alberto da Trapani

SANT’ALBERTO DA TRAPANI

1240 – 1307

Memoria, 7 agosto

Antonio de Pereda, S. Alberto da Trapani

Alberto nacque – dopo ventisei anni di matrimonio sterile – da Benedetto degli Abati e da Giovanna Palizi, che promisero di consacrarlo al Signore. Mentre il ragazzo era ancora in tenera età, il padre volle organizzare per lui le sue future nozze, ma la madre riuscì a fargli tener fede al voto. Ancora giovane, Alberto entrò tra i Carmelitani di Trapani. Trascorso il periodo di formazione e divenuto sacerdote fu mandato a Messina dai superiori.

Accadde che la città di Messina si trovasse sotto assedio. Alberto pregò affinché il popolo messinese non perisse per la fame, e, miracolosamente, alcune navi cariche di vettovaglie, passarono indisturbate tra gli assedianti e portarono ristoro ai cittadini.

Alberto si distinse per la sua predicazione in varie località della Sicilia e fu superiore provinciale dei Carmelitani presenti sull’isola. Morì a Messina il 7 agosto 1307. Nel 1457 Papa Callisto III ne permise il culto, che fu confermato nel 1476 da Papa Sisto IV. Il capo del Santo è conservato nella chiesa dei Carmelitani di Trapani.

Le sue reliquie, sparse in tutta Europa, sono necessarie alla tradizionale benedizione de “l’acqua di Sant’Alberto”, usata contro le febbri.

di P. Ludovico Saggi ocarm
Da Santi del Carmelo, Roma 1972.

Grazie alla comunità dei Carmelitani Scalzi della Provincia Veneta

Sant’Enrico de Ossó

Sant'Enrico de Ossó

SANT’ENRICO DE OSSÓ

1840 – 1896

Sacerdote

Fondatore della Compagnia di Santa Teresa

 Memoria facoltativa, 27 gennaio

Nacque a Vinerbe, nella regione di Catalogna in Spagna, il 16 ottobre 1840. Venne ordinato sacerdote il 21 settembre 1867. Fu apostolo dei fanciulli nella catechesi, ispiratore di movimenti ecclesiali all’insegna del Vangelo e direttore di anime.

Subì il fascino di Santa Teresa di Gesù, maestra di orazione e figlia della Chiesa. Nella luce della sua dottrina fondò nel 1876 la Compagnia di Santa Teresa, con il compito di formare la donna alla scuola del Vangelo secondo gli esempi della Santa di Avila.

Presago dei tempi nuovi, si dedicò alla predicazione e all’apostolato della stampa, affrontando grandi prove e sofferenze. Morì a Gilet, presso la città di Valencia, il 27 gennaio 1896.

È stato canonizzato il 16 giugno 1993 a Madrid da San Giovanni Paolo II, e il 6 novembre 1998 è stato dichiarato Patrono dei Catechisti Spagnoli.

(Da Dizionario Carmelitano, Roma 2008).

“Pensare come Cristo Gesù, sentire come Cristo Gesù, amare come Cristo Gesù, agire come Cristo Gesù, conversare come Cristo Gesù, parlare come Cristo Gesù, in una parola conformare tutta la nostra vita a quella di Cristo, rivestirci di Cristo Gesù: in questo consiste l’interesse unico, l’occupazione essenziale e primaria di ogni cristiano. Perché cristiano significa alter Christus, altro Cristo, e non si potrà salvare se non colui che sarà trovato conforme all’immagine di Cristo. E per conformarci alla vita di Cristo è necessario prima di tutto studiarla, conoscerla, meditarla, e non solo nella corteccia esterna, ma penetrando nei sentimenti, affetti, desideri, intenzioni di Cristo Gesù, allo scopo di poter fare tutto in unione perfetta con Lui. Gesù stesso, con la sua bontà e le sue parole, ci invita a questo.

Ma, come impareremo, ad esempio, la sua mansuetudine ed umiltà; come in ogni azione ci porremo davanti a Cristo per imitarlo, se non conosciamo i sentimenti del suo Cuore nel compierla? Perché Cristo ha vissuto, ha mangiato, dormito, parlato, ha fatto silenzio, ha camminato, s’è stancato, ha riposato, ha sudato, ha patito fame, sete, povertà, in una parola, ha lavorato, ha patito, è morto per noi, per la nostra salvezza. Per cui dobbiamo rappresentarci Gesù al naturale e nella realtà, e non in maniera teorica e ideale, ciò che porterebbe a non amarlo e imitarlo in tutto, come è nostro dovere. Gesù è nostro fratello, carne della nostra carne, sangue del nostro sangue, ossa delle nostre ossa. Questo è il mio Gesù, Dio e uomo vero, vivo, personale, che si lasciò vedere sulla terra, che visse e conversò con noi uomini per trentatré anni. Infatti, Verbo eterno del Padre, per la nostra salvezza discese dal cielo, s’incarnò, patì, morì, risuscitò, salì al cielo, rimanendo tra noi fino alla consumazione dei secoli nel Santissimo Sacramento dell’altare per essere nostro compagno, conforto, cibo.

La vita eterna consiste nel conoscere sempre più Gesù Cristo, nostra unica felicità nel tempo e nell’eternità. Quanto sarà felice l’anima che imparerà ogni giorno questa lezione e la metterà in pratica. Che pensiero soave! Io vivrò, mangerò, dormirò, parlerò, tacerò, lavorerò, patirò, tutto farò e soffrirò in unione con Gesù, conformandomi alla divina intenzione e ai sentimenti con cui operò Gesù e che Gesù vuole siano i miei nell’agire e patire. Colui che agirà così – e dobbiamo farlo tutti –, vivrà sulla terra vita di cielo, si trasformerà in Gesù e potrà ripetere con l’Apostolo: Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me (Gal 2, 20)”.

(Escritos, 3, Roma 1977, pp. 456-458)

Grazie alla comunità dei Carmelitani Scalzi della Provincia Veneta

Sant’Eufrasia del Sacro Cuore di Gesù

Sant'Eufrasia del Sacro Cuore di Gesù

SANT’EUFRASIA DEL SACRO CUORE DI GESÙ
(Rosa Eluvathingal)

1877 – 1952

Suora Carmelitana della Madre del Carmelo

Nacque il 7 ottobre 1877 ad Aranattukara, presso Trichur, in India, da genitori cattolici di rito siromalabarese.

Nel 1888 entrò nell’educandato della giovane Congregazione delle Suore Carmelitane della Madre del Carmelo, a Konammayu. Il 10 maggio 1897 vestì l’abito della Congregazione, vincendo l’opposizione del padre, e professò i voti il 24 maggio 1900 nel convento di Ollur, fondato da poco.

Fu eletta superiora e maestra delle novizie. Vedendola sempre con la corona del rosario in mano la gente la soprannominò “madre orante”, mentre le consorelle la chiamavano “madre tabernacolo”. Mistica di elevata orazione, seppe soccorrere con totale dedizione la popoloazione durante un’epidemia di colera scoppiata nella regione. Religiosa tutta dedita a Dio, si santificò attraverso gli atti della vita quotidiana e nel servizio del prossimo.

Di salute fragile, morì il 29 agosto 1952. È stata beatificata da Papa Benedetto XVI il 3 dicembre 2006, ed è stata canonizzata da Papa Francesco il 23 novembre 2014, solennità di Cristo Re.

Da Dizionario Carmelitano, Roma 2008.

Grazie alla comunità dei Carmelitani Scalzi della Provincia Veneta

Beata Maria Sagrario di San Luigi Gonzaga

Beata Maria Sagrario di San Luigi Gonzaga

BEATA MARIA SAGRARIO DI S. LUIGI GONZAGA
(ELVIRA MORAGA CANTAREROS)

1881 – 1936

Memoria facoltativa, 16 agosto

Nacque a Lillo, in Spagna, l’8 gennaio 1881, e nel suo Paese fu la prima donna a laurearsi in farmaceutica.

Il 15 giugno 1915 entrò come monaca carmelitana scalza nel monastero dei Santi Anna e Giuseppe a Madrid. Il 24 dicembre 1916 emise i voti semplici e il 6 gennaio 1920 quelli solenni.

Fu fervente devota del mistero del Santissimo Sacramento, tanto che ricevette il nome religioso di “Sagrario”, che in spagnolo significa “tabernacolo”.

Dal 1927 al 1933 resse il monastero in qualità di priora, in seguito le fu affidato l’umile compito di portinaia o di rotara. Il 1° luglio 1936 venne rieletta priora della comunità, e dovette affrontare il precipitare degli eventi politici che portarono  allo scoppio della Guerra Civile Spagnola e alla persecuzione anti-cattolica.

Nonostante le intimidazioni che venivano fatte alla comunità di lasciare il monastero, ella vi rimase con alcune consorelle. Il 20 luglio il monastero venne preso d’assalto dai miliziani, ed ella venne portata in una “checa”, un’istallazione utilizzata dalla fazione repubblicana per detenere, torturare, giudicare e giustiziare coloro che erano sospetti simpatizzanti dello schieramento avverso. Condotta infine nella località della “Pradera de San Isidro”, nei dintorni di Madrid, fu fucilata alle prime ore del 15 agosto 1936.

Nel 1997 venne riconosciuto il suo martirio, e il 10 maggio 1998 è stata beatificata a Roma da San Giovanni Paolo II.

Da Dizionario Carmelitano, Roma 2008.

 

Dalle «Lettere e Scritti» della beata Maria Sagrario di san Luigi Gonzaga, vergine e martire.
(Pensieri tolti dagli Scritti degli anni 1930-1936)

Seguire Cristo per il cammino dell’umiltà e della croce. Gesù regni sempre nel mio cuore. Il Signore mi chiede che sia umile, che pianga i miei peccati, che lo ami molto, che ami molto i miei fratelli, che non li mortifichi in nulla né io mi senta mortificata in nulla, che viva molto raccolta in Lui senza volontà propria, completamente abbandonata alla sua divina volontà. In questa valle di lacrime non possono mancare le pene e dobbiamo essere contente nel poter offrire qualcosa al nostro amatissimo Gesù che volle tanto soffrire per nostro amore. Il cammino della croce è il più immediato per unirsi a Dio e, quindi, è esso che dobbiamo sempre desiderare. Il Signore non permetta che io mi separi mai dalla sua volontà. Benedetto sia Dio che ci dà questi travagli per offrirglieli in suo amore! Verrà il giorno in cui ci rallegreremo per averli sopportati. Nel frattempo dobbiamo essere generose, soffrendo tutto, e se non lo possiamo fare con gioia, per lo meno lo facciamo in conformità con la divina Volontà, di chi tanto patì per nostro amore, che per quanto grandi siano le nostre sofferenze, mai saranno simili alle sue. Se vuoi essere perfetta, procura di essere innanzitutto umile nei pensieri, parole, opere e desideri, e studia bene quello che questo significa e lavora con fervore per ottenerlo. Abbi sempre presente lo sguardo sul nostro amatissimo Gesù, domandandogli nell’intimo del cuore ciò che desidera da te, e non glielo negare mai, anche se dovrai fare molta violenza all’inclinazione naturale. Benedetto sia colui che ci dona tutto per il nostro bene! Se possediamo Lui, tutto possediamo.

Grazie alla comunità dei Carmelitani Scalzi della Provincia Veneta

Beata Maria Felicia di Gesù Sacramentato

Beata Maria Felicia di Gesù Sacramentato

 BEATA MARIA FELICIA DI GESÙ SACRAMENTATO
(“CHIQUITUNGA”)

1925 – 1959

Memoria facoltativa nell’America Latina, 28 aprile

María Felicia Guggiari nacque a Villarrica de l’Espíritu Santo (Paraguay) il 12 gennaio 1925, da Ramón e Arminda Echeverría, primogenita di sette figli, in una famiglia di tradizione “liberale”, con punte anticlericali. Fu battezzata nella cattedrale della città il 28 febbraio 1928. In famiglia era chiamata “Chiquitunga”, nome con il quale sarebbe diventata famosa, datole dal padre a motivo della sua fragilità fisica.

Frequentò la scuola salesiana “Maria Ausiliatrice”, apprendendo i primi elementi della fede e traducendoli presto nella carità verso i più poveri: un giorno, tornando da scuola, regalò un maglione, dono del papà, a una bambina infreddolita. Per la Prima Comunione fece «il proposito di essere ogni volta migliore, più buona». Visitava ogni giorno Gesù nel Tabernacolo in parrocchia o nella cappella della scuola, da sola o portando con sé altri bambini e Amaru, la sorella minore.

Aveva sedici anni quando in Paraguay venne ristabilita l’Azione Cattolica, a cui aderì con entusiasmo, iniziando quello che chiamò «il mio cammino di perfezione». Un’esistenza intessuta di preghiera personale, di ascesi gioiosa e di dedizione incondizionata verso i bambini, i giovani, gli anziani e gli ammalati, nonostante l’opposizione della famiglia. Due anni dopo emise la “consacrazione all’apostolato”, cui unì il proposito di verginità. L’Eucaristia quotidiana era la sua forza. Vi partecipava al mattino, a digiuno, secondo l’uso del tempo. Per non destare preoccupazioni, adottò uno stratagemma: si alzava prima di tutti, macchiava la tazza della colazione e cospargeva di briciole il suo posto a tavola. Si presentava bella nella sua semplicità, i lunghi capelli scuri raccolti in due trecce, e il viso senza trucco. Il suo indumento preferito era un grembiule bianco, per ricordare di avere un’anima pura e per non allontanare da lei i suoi amati poveri, con un abbigliamento consono alla sua classe sociale. Unico ornamento, un rametto di gelsomini del Paraguay, dai fiori piccoli e dal profumo intenso.

Durante la guerra civile del 1947, il padre e il fratello Federico vennero deportati a Posadas, in Argentina. Insorsero difficoltà economiche, la casa fu ipotecata e, come nipote di José Patricio Guggiari, ex presidente della Repubblica, la ragazza ebbe problemi burocratici per proseguire gli studi. In questi frangenti non smarrì la speranza, invitando tutti al perdono e alla riconciliazione. Il padre, tornato dall’esilio nel 1950, si trasferì con la famiglia nella capitale Asunción. Chiquitunga aveva venticinque anni, ma si ambientò presto e aderì all’Azione Cattolica della nuova parrocchia. Ripresi gli studi per essere di sostegno in famiglia, ottenuto il diploma nel 1952, fu maestra nella scuola parrocchiale del Perpetuo Soccorso, e in quella dei Padri Redentoristi. Chiamata ad assumere responsabilità diocesane nell’Azione Cattolica, continuò il volontariato presso i bambini piccoli, che prediligeva, e i prigionieri politici di qualsiasi fazione, sempre sorridente e disponibile in famiglia. La sua fede oltre che presso il Tabernacolo si fortificava nella preghiera notturna e nella recita del Rosario meditato di quindici misteri.

Il disegno di Dio

Durante un’assemblea dell’Azione Cattolica diocesana, conobbe Ángel Sauá Llanes, Presidente della sezione Studenti, laureando in Medicina e figlio di un immigrato musulmano della Siria. Tra loro nacque una bella amicizia e insieme iniziarono a visitare gli ammalati della periferia. Presto Chiquitunga scoprì di provare un sentimento speciale per Ángel. Intensificò allora la preghiera, chiedendo al Signore luce sulla propria vocazione: matrimonio o vita consacrata? La risposta venne in maniera sorprendente e chiara.

Un giorno del maggio 1951, Sauá le confidò un segreto: voleva diventare sacerdote. Lei, dopo averlo ascoltato attentamente, promise di mantenere il segreto e di aiutarlo a realizzare quel sogno: «Starò al tuo fianco giorno e notte, pregando e offrendo la mia vita perché tu possa essere, come Dio vuole, un sacerdote santo». Per non provocare il padre di lui, progettarono un piano: dopo la laurea, Sauá sarebbe andato in Spagna per una specializzazione e lì avrebbe realizzato la propria vocazione.

Il 10 aprile 1952 Sauá partì per accompagnare suo padre in Siria, poi volò a Madrid. Chiquitunga, mentre si sentiva incerta sul proprio futuro, per incoraggiarlo, gli scrisse molte lettere, di cui ce ne sono rimaste 48. Per lei ci volle un nuovo, inatteso incontro per capire dove Dio la voleva.

Il 20 agosto, passando per l’Ospedale Spagnolo di Asunción, incontrò madre Teresa Margherita del Sacro Cuore, priora del primo Carmelo paraguayano, che era lì ricoverata. Le parlò a lungo ricevendo da lei consigli e incoraggiamenti. Scrisse di lei nel suo Diario: «Ho trovato una madre».

Il 16 novembre Sauá le comunicò che sarebbe entrato in Seminario, e lei lo rese partecipe della luce donatale da Dio sulla propria scelta di vita. Allora rivelò ai parenti le loro scelte. Tutti furono sconvolti: i genitori la rimproveravano di aver infranto i rapporti con la famiglia del giovane, mentre il padre di lui, furibondo, abbandonò il tetto coniugale. Tornò dalla moglie e dai figli solo il 6 gennaio 1954: per tutti fu un miracolo, ottenuto dalle preghiere dei due giovani.

Al Carmelo: «Arrivederci nell’eternità!»

Attratta dalla bellezza della spiritualità del Trattato della vera devozione di San Luigi Maria Grignon de Montfort, il 9 settembre 1954 si consacrò a Gesù per le mani di Maria, mentre la decisione di entrare al Carmelo scatenava non solo l’opposizione paterna, ma pure quella dei sacerdoti, che vedevano in lei un sostegno utilissimo per l’Azione Cattolica diocesana. Fu tutto inutile. Lei, che poco prima aveva scritto «Stare tranquilla mi uccide», il 2 febbraio 1955 andava a ritirarsi per sempre tra le quattro mura di un convento. Poco prima di entrare, nell’ultima lettera a Sauá scriveva: «Fratello mio, arrivederci nell’eternità!».

La Priora, Madre Teresa Margherita, così la ricorda: «Grande spirito di sacrificio, carità, generosità, caratterizzata da grande mansuetudine e gioia comunicativa, sempre vivace e scherzosa». Eppure prima della vestizione, per cinque mesi, fu preda di strazianti dubbi: c’era tanto bisogno di lei nel mondo, non avrebbe dovuto lasciarlo alle spalle. Affidandosi alla guida degli scritti di San Giovanni della Croce, padre del Carmelo, superò col sorriso sulle labbra la terribile notte della fede, vissuta nel segreto dell’anima, conosciuta solo dalla priora e dal confessore. Scriveva: «Ho sete del suo amore, un’ansia inspiegabile d’offerta totale, di immolazione nascosta e silenziosa».

Con la professione temporanea, il 15 agosto 1956, prese il nome di suor Maria Felicia di Gesù Sacramentato. Da allora chiedeva spesso a Gesù: «Che la mia vita faccia naufragio nel mare infinito del tuo amore».

Tre anni dopo, il 7 gennaio 1959, ormai prossima alla consacrazione definitva, le fu comunicata la morte della sorella “Mañica” per epatite infettiva. Inspiegabilmente, pochi giorni dopo, il morbo colpì anche lei. Ricoverata il 22 marzo 1959, mercoledì della Settimana Santa, il giovedì venne dimessa, rientrò in monastero e partecipò pienamente al Triduo pasquale. Il Venerdì Santo, il cappellano, nel comunicarla, notò un livido sulla lingua: nel giro di tre giorni, macchie di sangue le apparvero sul corpo. Allora, la priora convocò il fratello Freddy che, posta la diagnosi di Purpura, sgomento, esclamò: «Sono medico e non posso salvare mia sorella!». Rientrata in ospedale, la giovane carmelitana scalza iniziò l’ultima tappa della sua esistenza, senza perdere il sorriso. Nelle otto lettere scritte alla priora e alla comunità, firmandosi “la desterradita” (la piccola esile), manifestò l’intenso desiderio di rientrare in comunità.

Il mattino del 28 aprile 1959, alle 4.10, chiese che le venisse letta la poesia di santa Teresa d’Avila “Muoio perché non muoio” e, circondata dai suoi cari, mormorando «Gesù, ti amo! Che dolce incontro! Vergine Maria!», entrò nella pace di Dio. Aveva trentaquattro anni.

Verso la gloria

Sepolta nel cimitero della “Recoleta” ad Asunción, dal 28 aprile 1993 riposa nella cappella del suo Carmelo. Il racconto della sua vita e della sua offerta si divulgò immediatamente nel Paese e in tutta l’America Latina, tanto da portare all’apertura del suo Processo di beatificazione, che si è svolto nella sua prima fase nella diocesi di Asunción, dal 13 dicembre 1997 al 28 aprile 2000. Dopo la dichiarazione della sua validità il 22 febbraio 2002, nel 2004 la “Positio super virtutibus” è stata trasmessa a Roma. Il decreto, firmato da papa Benedetto XVI, che la dichiarava Venerabile per l’eroicità delle sue virtù, è stato promulgato il 27 marzo 2010.

Inoltre, dal 19 aprile 2005 al 27 aprile 2007 presso la diocesi di Asunción, si è svolto il processo su un miracolo attribuito alla sua intercessione: la guarigione di un neonato, Ángel Ramón, venuto alla luce con segni di asfissia. Dopo dieci minuti, a seguito di un’invocazione a suor Maria Felicia, il cuore del piccolo cominciò a battere.

Papa Francesco il 6 marzo 2018, giorno in cui ha approvato tra gli altri il miracolo di San Paolo VI, di Sant’Oscar Romero e di San Franscesco Spinelli, ha pure approvato il miracolo della Venerabile Maria Felicia, che è stata beatificata il 23 giugno 2018 ad Asunción.

Di lei rimangono – oltre alle Lettere e al Diario, stesi prima di entrare al Carmelo – poesie e preghiere, pensieri brevi e intensi di amore. E davanti al suo Crocifisso cantava:

«Come si sta bene, Gesù, quando si sta con te,
le ginocchia a terra, le braccia in croce;
a metà della notte avvolta nel mistero:
solo il luccichio di qualche stella, la luce.
Come si sta bene, Gesù, quando si sta con te,
la fronte reclinata sul petto, così!
Intanto le ore scorrono, le più divine,
qual profumo di soave gelsomino.
Come si sta bene, Gesù, quando si sta con te,
quasi non si sente palpitare il cuore,
e van tacendo, ad una ad una le preghiere
sulle labbra che, baciandoti, premono la croce».

Profilo tratto dalla rivista «Il Sorriso di Padre Benigno», 25, 3 (2018).

Grazie alla comunità dei Carmelitani Scalzi della Provincia Veneta

Beata Maria Giuseppina di Gesù Crocifisso

Beata Maria Giuseppina di Gesù Crocifisso

BEATA MARIA GIUSEPPINA DI GESÙ CROCIFISSO
(GIUSEPPINA CATANEA)

1894 – 1948

Memoria facoltativa, 26 giugno

Nacque a Napoli il 18 febbraio 1896 e in famiglia fu sempre chiamata Pinella. Dopo aver compiuto gli studi commerciali, il 10 marzo 1918 entrò nella Comunità carmelitana di S. Maria ai Ponti Rossi, che era sorta per volontà della sorella Antonietta, divenuta – nel Terz’Ordine Carmelitano – suor Maria Teresa, con l’appoggio del padre carmelitano Romualdo di S. Antonio.

Non era il ritratto della salute, piuttosto fragile e malaticcia, nel 1912 fu colpita da attacchi d’angina, poi da tubercolosi alla spina dorsale con lesioni alle vertebre, paresi completa e da meningismo spinale. Ma dieci anni dopo a 28 anni, il 26 giugno 1922 ne fu miracolosamente guarita in modo istantaneo, dopo il contatto col braccio di San Francesco Saverio, che era stato portato a Napoli.

Fu l’inizio di un apostolato, che la “monaca santa”, com’era chiamata, portò avanti per tutta la vita, accogliendo al monastero ogni tipo di ammalati e bisognosi di grazie, sia materiali che spirituali, cui dava il suo conforto e consiglio, per trovare l’amore di Dio, spesso operando prodigi. La sua abnegazione continuò ininterrottamente, specie nei giorni festivi, anche quando altre malattie la colpiranno ed a 50 anni nel 1944 con la vista indebolita, fu inchiodata alla sedia a rotelle; dava di sé l’immagine di una crocifissa con Gesù, per la Chiesa ed i fratelli, così come il suo nome di religiosa era tutta una predestinazione.

Volle essere vittima per le sofferenze dell’umanità, ripiena di una sensibilità nuova donatale dallo Spirito Santo; nel 1932 la Santa Sede riconobbe come monastero del Secondo Ordine dei Carmelitani Scalzi, la Casa dei Ponti Rossi di Napoli e Giuseppina Catanea ricevé l’abito di Santa Teresa in forma ufficiale, con il nuovo nome di Maria Giuseppina di Gesù Crocifisso, e il 6 agosto dello stesso anno professava solennemente secondo la Regola, che già seguiva dal 1918.

Dal 1934 il cardinale Alessio Ascalesi, arcivescovo di Napoli, la nominò sottopriora, poi nel 1945 vicaria e il 29 settembre 1945, nel Primo Capitolo Elettivo, venne eletta Priora della Comunità, incarico che tenne fino alla morte. La sua spiritualità, la docilità amorosa, l’umiltà e semplicità, ebbero grande applicazione durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale; pregava in continuazione, ciò alimentava quella confidenza in Dio, di cui contagiava quanti si recavano in pellegrinaggio fino ai Ponti Rossi, per ascoltare un suo incoraggiamento per riprendere a sperare nella vita, superando le prove ed i dolori. Il giorno della sua vestizione aveva detto: «Mi sono offerta a Gesù Crocifisso per essere crocifissa con Lui».

Il Signore l’aveva presa in parola, rendendola partecipe del Suo patire, che cercò di vivere silenziosamente e gioiosamente, amalgamandosi al Cuore di Maria Vergine; la sua esistenza, da una certa epoca, fu ripiena di carismi mistici straordinari, sopportò per lunghi anni dure prove e persecuzioni nell’abbandono alla volontà di Dio. Per ubbidienza e per consiglio del padre Romualdo, scrisse l’Autobiografia (1894-1932) e il Diario (1925-45), oltre alle lettere ed esortazioni per le religiose.

Dal 1943 cominciò a soffrire di labirintite auricolare, parestesie varie, dolorosa sclerosi a placche, perdita progressiva della vista e altri disturbi; convinta che la sua era la “malattia della volontà di Dio”, la riteneva “un dono magnifico” che la univa maggiormente a Gesù sulla croce; e sorridendo offriva il suo corpo, in sfacelo per la cancrena diffusa, quale altare del suo sacrificio per le anime.

Madre Maria Giuseppina morì il 14 marzo 1948 con il cuore rivolto a Dio ed alle anime; il suo corpo disfatto si conservò pienamente incorrotto fino al 27 marzo, data della sepoltura, per dare possibilità alle folle che in continuazione, venivano a dare l’ultimo saluto alla “monaca santa”.

Nel dicembre 1948 (lo stesso anno della morte) il cardinale Ascalesi, diede avvio al Processo Ordinario per la causa di beatificazione. Il 3 gennaio 1987 si ebbe il decreto sulle virtù ed il titolo di venerabile. È stata beatificata nella Cattedrale di Napoli dal Cardinale Crescenzio Sepe il 1 giugno 2008. La sua memoria liturgica è celebrata il 26 giugno.

(fonte: http://www.postocd.org/it/biografia-maria-giuseppina-di-gesu-crocifisso)

Dagli «Scritti» della beata Maria Giuseppina di Gesù Crocifisso (Autobiografia, pp. 159; 296; 202 bis; Diari, pp. 2-3; 109; 121; 126):

Mi sono offerta a Gesù Crocifisso per essere crocifissa con Lui. La volontà di Dio è stata sempre la brama ardente del mio cuore: mai null’altro ho desiderato. Io ho vissuto e vivo di questa volontà divina. Essa mi è necessaria più del pane che mi nutre e dell’aria che respiro. Non saprei farne a meno neppure per un istante! Ho voluto sempre vivere e morire conforme al volere di Dio; ho voluto che la volontà di Dio fosse sempre nei miei pensieri, nelle mie parole, in ogni mia azione, in ogni mio passo. Solo la volontà di Dio ha saputo tramutare i miei dolori in gioia e rendere un Tabor il Calvario della mia vita.

La volontà di Dio è un bacio del suo amore. La volontà di Dio è un abbraccio della sua bontà, che toglie l’anima dalle proprie miserie, per sollevarla in alto nelle sue mani. La volontà di Dio è un atto di tenerezza che deve fare abbandonare l’anima all’amore. O volontà di Dio, amore infinito, trasporta la mia volontà nella fiamma del tuo amore. Io voglio unirmi a te, mio Dio e mio tutto. Voglio fare tutto quello che a te piace. Voglio che la mia vita sia una continua adorazione, un continuo inno di amore a te, o Dio Uno e Trino. Se anche fossi un serafino di amore, sarei degna del Signore? Se mi consumassi di sacrifici e di pene per Dio, e la mia vita fosse un olocausto, che cosa avrei fatto per te, mio Dio e mio tutto? Voglio amare Iddio con gli ardori stessi del suo divino Spirito, con l’ardente unzione del suo Amore, amarlo fino a non vivere che per lui solo e non fare più che una cosa sola con lui: una la volontà, uno il desiderio, uno lo spirito. Pensiamo che la nostra piccola voce un giorno sarà voce di gigante, perché voce di gloria per i mezzi che Dio ci dà sulla terra: i dolori, le sofferenze, le preghiere e i sacrifici che incontreremo nella vita. Inabissiamoci in Dio, fondiamoci, annulliamoci in lui solo, e cerchiamo di vivere esultando all’invito: «Veni Sponsa Christi».

La sofferenza è un dolce e caro bacio del Crocifisso. Nulla desidero fuorché la croce che è luce e amore.Signore, tu mi dicesti che avrei patito ogni giorno sempre di più, che mi avresti stesa sulla croce e lì mi avresti dato il bacio dell’eterna unione, e io sospiro questo momento, sospiro questo incontro felice che pur mi costa l’agonia di tutta la vita. La nostra santa Madre Teresa di Gesù vuole che noi siamo le crocifisse alla Croce di Gesù: è questo il programma della nostra vita. Quando penso che Gesù mi ha messo con lui sulla Croce, sento in me una maternità spirituale, una tenerezza perle anime, una gioia grande, profonda che non so dire. Quante tribolazioni sulla terra, quanti lamenti, quanti sospiri, quante lacrime. Io qui, lontana da tutti, divido le pene di ogni cuore; presento a Dio tutti i sospiri, tutte le lacrime che irrigano questa terra d’esilio. Vivo con l’umanità sofferente…Quanta consolazione oggi ho sentito nel mio povero cuore. Queste parole nella santa Comunione mi hanno sollevato:«Figlia, sarai tutta mia e sempre più mia». È proprio ciò che brama ardentemente l’anima mia. O carità grande del mio Signore! O bontà ineffabile! O Gesù Amore, io ti ringrazio e ti amo. In tutti gli atomi di polvere vorrei scrivere col mio sangue: Ti amo, Gesù, salva le anime.

Grazie alla comunità dei Carmelitani Scalzi della Provincia Veneta