Santa Teresa di Gesù

Santa Teresa di Gesù

SANTA TERESA DI GESÙ

1515 – 1582

Dottore della Chiesa

Madre Riformatrice dei Carmelitani Scalzi

Solennità, 15 ottobre

Nascita

Teresa di Gesù (de Cepeda y Ahumada), nata in Avila (Spagna) nel 1515 e morta ad Alba de Tormes nel 1582, è universalmente riconosciuta come Maestra di dottrina e di esperienza spirituale, al punto che è stata la prima donna della storia alla quale è stato riconosciuto (da Paolo VI, nel 1970) il titolo di Dottore della Chiesa. Ella stessa ci ha lasciato il racconto della sua vita, ma l’ha narrata come storia di un “incontro d’amore” tra lei e Cristo.

Panorama di Avila (Spagna)

La sua infanzia fu segnata dal dono di una nativa familiarità col mondo di Dio, tanto che il pensiero del “paradiso” la faceva fremere di gioia. Celebre è rimasta la sua fuga da casa, in tenera età, intrapresa col desiderio di “voler vedere Dio”. Questo primo ardore si offuscò, tuttavia, al tempo dell’adolescenza, quando Teresa – affascinata dai doni di natura e di grazia che riconosceva in se stessa e dagli ingenui corteggiamenti che suscitava – si lasciò “distrarre” dalla sua innocente passione per Dio. Aveva, però, maturato il convincimento interiore che Dio meritava “tutto” e che solo il cielo contava davvero. Così, a vent’anni, pur sentendosi attratta dalla vita brillante che si svolgeva tra le mura di Avila (mura che la facevano rassomigliare a uno splendido castello), decise di consacrarsi a Dio, fuggendo impetuosamente a “nascondersi” nel monastero carmelitano della sua città. Pensava d’aver così risolto il suo conflitto interiore, accettando di vivere quaggiù in un “purgatorio” (così giudicava allora il monastero) pur di poter poi meritare il cielo. Ne restò doppiamente sorpresa: il monastero non era così terribile come s’era immaginata, anzi vi sperimentava una grande pace, e la gioia non le mancò mai. Tuttavia il suo turbamento non cessava: quel monastero aveva un numero elevatissimo di monache (quasi cento ottanta) ed era una vera cittadella, molto frequentata da chi voleva intrattenere con le religiose rapporti di amicizia, non privi di qualche mondanità. Teresa, poi, era ricercatissima, a causa del suo fascino personale, accresciuto dal fatto che ella viveva una intensa vita interiore e molti desideravano la sua amicizia, per esserne spiritualmente aiutati e guidati. Così ella si trovò invischiata in uno strano conflitto: da un lato sentiva il bisogno insopprimibile di essere tutta e solo di Dio, dall’altra percepiva la bellezza dell’amicizia umana e dei suoi legami. Teresa sfuggiva con orrore da tutto ciò che avesse anche l’ombra di peccato, ma non si sentiva “intera”, non si sentiva completamente vera, anche se tutti erano pronti a giurare che quella monaca affascinante era proprio “una santa”. Ma lei era lacerata tra l’amicizia di Dio (che esperimentava dolcissima e appagante nella preghiera) e quella delle creature, alimentata in troppo frequenti, anche se buone, conversazioni.

 

La “conversione”

La “conversione definitiva” – così la definì Teresa stessa – avvenne nel 1554, quando ella stava per toccare i quarant’anni: Gesù le fece “esperimentare” con ogni evidenza (attraverso un’inondazione di grazie interiori, ma anche di visioni) che Egli era “veramente Dio” e “veramente uomo”: nella sua stessa persona c’erano la sintesi e la soluzione del conflitto che Teresa aveva fino ad allora vissuto. Affezionandosi e abbandonandosi a Gesù con tutto il cuore e imparando solo da Lui – come da un “Libro vivente”– era possibile amare Dio solo “con tutto il cuore, l’anima e le forze” e ricevere da Lui in dono tutto il resto, anche la bellezza del creato e il calore dell’amicizia umana. Questo continuo abbandono, poi, si chiamava «preghiera»: una preghiera fatta non solo di “atti” (anche se questi restano importantissimi), ma estesa a tutta la vita, in modo che respirare (ma anche agire, lavorare, pensare, desiderare, gioire, ecc.) e pregare fossero la stessa cosa.

 

La riformatrice

S. Teresa “andariega”, monastero dell’Incarnazione (Avila)

Nel 1562 Teresa accettò il pressante consiglio di alcune consorelle che le chiedevano di fondare un “piccolo conventino”, abitato da poche suore, tutte dedite a questa esperienza di preghiera totalizzante. Nacque così ad Avila il primo monastero di “carmelitane scalze” (cioè “riformate”, segnate da una vita più austera e ritirata) che, agli occhi di tutti, era un vero e proprio “angolino di cielo”. La fama di Teresa come “madre e maestra”, capace di far innamorare le anime di Dio, si diffuse rapidamente; le vocazioni cominciarono ad affluire numerose ed ella si trovò obbligata (anche per ordine dei suoi superiori) a diventare “fondatrice”. Tutta perduta in Dio e nella sua grazia, ma anche sempre vivace e abile nell’intraprendere progetti, nel tessere rapporti, nell’intrattenere profonde relazioni di amicizia, si trovò a percorrere l’intera Spagna e a disseminarvi diciassette piccoli monasteri, che subito diventarono centri di preghiera e di vita mistica. Teresa li immaginava come “piccoli cenacoli” dove le monache vivevano in compagnia di Cristo (e nutrite della sua Eucaristia); voleva che tutta la loro preghiera fosse finalizzata alle “necessità della Chiesa” allora particolarmente appesantita e lacerata da scismi e da guerre di religione, e dai gravi problemi posti dalla violenta conquista del Nuovo Mondo. Nel corpo ecclesiale, essi dovevano assomigliare al cuore che non fa mai mancare il sangue necessario alla vita, cioè l’amore. A questo scopo Teresa esigeva non soltanto la serietà e l’austerità della vita, ma anche uno stile di vita capace di dolce cordialità nei rapporti tra le persone. Per dare un aiuto alle sue monache e per estendere la forza della loro preghiera contemplativa all’azione apostolica e missionaria, lavorò per “riformare” il ramo maschile dell’Ordine Carmelitano, riuscendo a coinvolgere nella sua impresa quel Giovanni della Croce, che sarebbe diventato Santo e Dottore della Chiesa.

 

La scrittrice

Santa Teresa di Gesù

Per rispondere alle richieste delle sue monache e dei suoi confessori, dovette dedicarsi anche a una intensa attività magisteriale, affidata a Scritti, occasionali, ma di rara profondità, che oggi sono patrimonio dottrinale di tutta la Chiesa. Di particolare valore è l’Autobiografia – definita da lei Libro delle misericordie del Signore – nella quale Teresa mostra come l’esistenza di una persona (la sua, ma anche la nostra se la leggessimo in profondità) può essere raccontata come “storia di salvezza”, come storia di un dialogo tra l’uomo e Dio, come “storia di preghiera”. Nel suo Cammino di Perfezione, invece, Teresa espose la maniera con cui si può educare un’intera comunità, facendola diventare “comunità orante”, comunità che realizza concretamente e quotidianamente tutte le domande del “Padre nostro”. Scrisse la sua opera più bella e decisiva nell’ultimo periodo della sua vita, quando – spinta sempre dall’obbedienza – compose di getto il Castello interiore, che ancor oggi è considerato uno dei vertici di ogni letteratura mistica. In esso l’uomo viene descritto come un Castello, al cui “profondo centro” abita Dio stesso: un castello che, a volte, sembra cadente e disabitato, perché l’uomo s’è ridotto a vivere al di fuori come un mendicante. Ma basta superare la soglia (e la “porta” è, per tutti, la preghiera) per ritrovare la possibilità di attraversare tutte le innumerevoli e meravigliose “dimore del Castello”, fino a raggiungere Dio stesso. E quando l’anima entra nel più intenso rapporto d’amore con Dio, possibile su questa terra – Teresa lo chiama significativamente «matrimonio spirituale» – capisce che Dio non intende “vezzeggiare” nessuno, ma dona le persone a lui più care (come ha fatto con suo Figlio) al mondo, affinché il mondo possa essere salvato. Più narrativo, ma non meno utile, è il libro delle Fondazioni, in cui Teresa stessa ha voluto raccontare la storia dei monasteri da lei fondati, soffermandosi a lungo sulle vicende vocazionali delle persone – spesso molto giovani – che accorrevano per coinvolgersi nella sua santa avventura. Nel 1582, durante uno dei suoi viaggi, Teresa morì ad Alba de Tormes stremata dalle fatiche, esprimendo in un desiderio e un’unica preghiera i due vertici di maturazione ai quali tutto il suo itinerario mistico l’aveva condotta. Sul letto di morte la udirono mormorare umilmente: «Dopo tutto, Signore, Sono figlia della Chiesa!», e poi con santa impazienza: «Finalmente, o Sposo mio, è ora che ci abbracciamo!».

di Antonio Maria Sicari ocd

Grazie alla comunità dei Carmelitani Scalzi della Provincia Veneta

San Giovanni della Croce

San Giovanni della Croce

SAN GIOVANNI DELLA CROCE

1542 – 1591

Dottore della Chiesa

Padre Riformatore dei Carmelitani Scalzi

Patrono della Provincia Veneta dei Carmelitani Scalzi

Solennità, 14 dicembre

 

La nascita

San Giovanni della Croce

S. Giovanni della Croce, universalmente conosciuto come “Dottore mistico”, nacque nel 1542 a Fontiveros, una cittadina della Castiglia. Già la tenera vicenda umana dei suoi genitori fu per Giovanni quasi un presagio: il papà, Gonzalo de Yepes, di nobile origine toledana, aveva sposato, contro la volontà dei suoi ricchi parenti, Caterina Alvarez, una povera tessitrice, di cui s’era innamorato.

Era stato diseredato e, così, era stata Caterina a doverlo accogliere nella sua umile casetta e ad insegnargli il mestiere di tessitore. Erano nati tre bambini, ma il papà li aveva lasciati troppo presto, vittima di una epidemia mortale. Anche uno dei bambini morì di stenti. Giovanni, il più piccolo – che porterà per tutta la vita i segni della denutrizione patita – fu ospitato in un collegio per orfani, dove gli fu almeno concesso di studiare. Contemporaneamente, per mantenersi, faceva l’inserviente in un ospedale per sifilitici a Medina del Campo. Una infanzia “infelice”, si direbbe, e una adolescenza aggravata dagli stenti. E invece, proprio dal clima povero, ma dolce e intenso, che respirò in famiglia, Giovanni trasse quella certezza che avrebbe rischiarato tutta la sua esistenza: comprese, cioè, che la vita può essere una sublime avventura d’amore, benché sia così spesso impregnata di sofferenze. Pur senza disprezzare l’amore umano, egli si sentiva inclinato a scoprire le meraviglie dell’amore che Cristo ha rivelato e promesso a chi Lo segue.

 

L’ingresso in convento

Università di Salamanca (Spagna)

A 21 anni chiese, dunque, di entrare nel convento carmelitano di Medina, iniziandovi gli studi che l’avrebbero condotto fino al sacerdozio. Poté così frequentare la prestigiosa Università di Salamanca. Lo studio affascinava la sua intelligenza acuta e argomentativa, mentre la preghiera e l’ascesi lo affinavano interiormente e fisicamente. A tale scopo aveva scelto per sè una cella piccola e buia, solo perché aveva una finestrella che guardava sul presbiterio della Chiesa: là passava lunghe ore, assorto nella contemplazione del tabernacolo.

Quando fu ordinato sacerdote, aveva quasi deciso di dedicarsi a una forma di vita ancora più austera e solitaria (quella dei Certosini), ma fu proprio in occasione della sua Prima Messa, celebrata a Medina, che gli accadde di incontrare Santa Teresa d’Avila. Fu lei, col prestigio della sua santità e della sua maturità, a coinvolgerlo nella sua missione di Riformatrice dell’antico Ordine Carmelitano.

Fu Teresa stessa a tagliare e cucire per lui un umile abito di lana grezza, e ad aiutarlo nella prima organizzazione di un poverissimo conventino a Durvelo, tra un gruppetto di case coloniche, sperduto nella campagna. Qui cominciò la storia dei primi “carmelitani scalzi” (cioè “riformati”), che vivevano in una solitudine quasi eremitica, interrompendo la preghiera solo per prendere un po’ di cibo e per andare nelle borgate vicine a predicare ai contadini, privi di ogni assistenza religiosa. Ma Giovanni non poté restare a lungo in quella beata solitudine. Presto fu necessario fondare altri conventi (e a lui veniva sempre affidato l’incarico di educatore dei giovani religiosi).

 

Alla scuola di Teresa d’Avila

Poi Teresa lo volle con sé ad Avila, per farsi aiutare nella formazione delle monache, di cui era priora. Ma l’attività dei due Riformatori non era ben vista da tanti altri frati e monache che si ritenevano quasi offesi dalla loro azione, e c’era chi li accusava di ribellione e di disobbedienza ai Superiori dell’Ordine. Allora le comunicazioni erano difficili e le notizie tendenziose si diffondevano facilmente. Così proprio il mite ed umile Giovanni della Croce fu accusato ingiustamente d’essere un ribelle e “incarcerato” nel grande convento di Toledo, dove fu rinchiuso in un bugigattolo umido e buio. Vi restò quasi nove mesi: trattato a pane e acqua, con una sola tonaca che gli marciva addosso, mentre i pidocchi lo divoravano e la febbre lo consumava. Ma in quella terribile “notte oscura” Dio lo avvolse di luce e di amore.

 

Scrittore mistico e teologo

San Giovanni della Croce (disegno a matita)

Dal cuore straziato di Giovanni della Croce nacquero, così, le più calde e luminose poesie d’amore che siano mai state scritte in lingua spagnola. Egli le componeva a memoria, per esprimere il grido dell’anima che cerca Dio, come una fidanzata cerca il suo Amato, dal quale si è sentita improvvisamente abbandonata. Nella notte del carcere, lungo quei terribili mesi, Giovanni iniziò così il suo cammino verso il cuore della Sacra Scrittura, dove si trova incastonato il Cantico dei Cantici: la parola d’amore che Dio ha rivelato al suo popolo e alla sua Chiesa. Anche il nostro prigioniero compose, dunque, il suo Cantico Spirituale: quasi un commento poetico del testo biblico, ricreato con ricchezza di immagini, di colori, di suoni, di paesaggi, di ricordi, di appassionate invocazioni.

Quando, dopo nove mesi, riuscì a fuggire dal carcere, portò con sé un quadernetto dove aveva trascritto quei versi che l’avevano aiutato a credere, a sperare, e ad amare… Passò gli anni successivi, ricoprendo quasi sempre l’ufficio di Superiore, generalmente amato e stimato, anche se tenuto un po’ in secondo piano, ricercato da coloro che volevano essere guidati nel cammino verso Dio. A loro (soprattutto alle monache, ma anche a dei laici), Giovanni della Croce spiegava le esigenze ardenti dell’amore di Dio, e lo faceva con lo stile che aveva imparato in prigione: scrivendo delle poesie e commentandole, rifacendosi continuamente agli insegnamenti della Sacra Scrittura e alla sua personalissima esperienza. «L’anima innamorata – insegnava Giovanni – è un’anima dolce, mite, umile e paziente». A tutti egli ricordava che «un pensiero dell’uomo vale più del mondo intero e perciò soltanto Dio ne è degno!». Insegnava con decisione l’esigente cammino della “nuda fede” che non vuole null’altro se non Dio. Soprattutto i monasteri fondati da Teresa si protendevano connaturalmente ad accogliere e desiderare la guida di Giovanni della Croce e alle anime contemplative egli ripeteva le sue bellissime poesie (e ne componeva di nuove) e poi tentava di darne una spiegazione, un commento, utilizzando tutta la teologia che aveva studiato, (e Giovanni aveva un’intelligenza e una forza argomentativa straordinarie) nel tentativo di spiegare l’indicibile. Al Cantico spirituale si aggiunsero prima la Notte oscura, poi la Fiamma viva d’Amore, con i relativi commenti, che lasciò quasi tutti incompleti. Sul finire della vita si trovò nuovamente avvolto dalle tenebre della sofferenza e dell’abbandono. Non tutti riuscivano a capire quella sua incredibile dolcezza pur mescolata a tanta inflessibilità, quando ne andavano di mezzo i diritti di Dio e il rispetto dovuto alla verità. Così qualcuno si spinse fino a calunniarlo, nel tentativo di screditarlo presso i superiori. Ad una monaca che voleva prendere le sue difese, Giovanni disse: «Non pensi ad altro se non che tutto è disposto da Dio. E dove non c’è amore, metta amore e ne riceverà amore».

Proprio in quei tristi anni egli stava commentando la sua ultima opera, quella Fiamma viva d’Amore, che è tutto un divampare di carità. Nonostante le sofferenze fisiche e morali in cui era immerso, egli poteva cantare l’amore di Dio e per Dio, divenuto un possesso totale e ardente e descrivere, per esperienza, l’abbraccio di amore più intenso che sia possibile in questa terra, quando solo un ultimo, leggerissimo velo che sta per lacerarsi separa la creatura dalla vita eterna.

La morte

Il Crocifisso e S. Giovanni

A 49 anni si ammalò gravemente: nel collo del piede gli si aprì una piaga tumorale che non si riusciva a curare. Giovanni visse la sua malattia nel desiderio di diventare sempre più simile al suo Signore Crocifisso. L’immedesimazione era così piena che egli arrivava a commuoversi, durante le medicazioni, nel guardare il suo povero piede piagato, perché gli sembrava di vedere quello trafitto di Cristo. Intanto la morte si avvicinava: nella tarda sera del 13 dicembre 1591, quando i confratelli riuniti attorno al suo letto iniziarono le preghiere per gli agonizzanti, Giovanni chiese che le interrompessero e disse: «Non ho bisogno di questo. Leggetemi qualcosa del Cantico dei Cantici». E mentre quei versetti d’amore risuonavano nella cella del morente, egli sembrava incantato e sospirò: «Che perle preziose!». Poi sentì suonare le campane di mezzanotte e disse: «Vado a cantare il Mattutino in cielo».

di P. Antonio Maria Sicari ocd

Grazie alla comunità dei Carmelitani Scalzi della Provincia Veneta

Santa Teresa di Lisieux

Santa Teresa di Lisieux

SANTA TERESA DI GESU’ BAMBINO DEL VOLTO SANTO

(TERESA DI LISIEUX)

1873 – 1897

Dottore della Chiesa

Patrona universale delle Missioni

Festa, 1 ottobre

Si racconta che già Pio X, nel corso di una udienza privata concessa a un missionario, parlandogli di Teresa di Lisieux – la cui fama cominciava a dilagare nel mondo – gli abbia confidato: “E’ la più grande santa dei tempi moderni”!
E fu buon profeta, tanto che il suo successore, Pio XI – dopo averla beatificata nel 1923, canonizzata nel 1925 e proclamata Patrona delle Missioni nel 1927 – avrebbe definito la vicenda ecclesiale di Teresa un “uragano di gloria”.
Certo è che, in tempi brevissimi, ella divenne “la fanciulla più amata della terra”, venerata da innumerevoli devoti e ammirata da intellettuali, da artisti e da teologi (G. Bernanos, P. Claudel, G. Cesbron, J. Green, F. Mauriac, E. Mounier, T. Merton, J. Guitton…).

La nascita

Eppure Teresa era nata in un villaggio quasi sconosciuto dell’alta Normandia (ad Alençon, nel 1873) e la sua vita era durata soltanto ventiquattro anni, nove dei quali trascorsi in un monastero di stretta clausura. Avrebbe dovuto restare sconosciuta, quasi perduta nelle pieghe della grande storia, e invece Dio l’aveva destinata a diventare, addirittura, “Dottore della Chiesa” (tale l’avrebbe proclamata Giovanni Paolo II nel 1997).

Santa Teresina e i Beati Genitori

La storia di Teresa di Lisieux è anzitutto la storia della sua numerosa famiglia, nella quale i genitori per primi vissero santamente la propria vocazione coniugale, persuasi di dover essere per i figli segno dell’infinita tenerezza di Dio.

Proprio ai nostri giorni la Chiesa ha riconosciuto anche la loro santità (la loro beatificazione è avvenuta il 19 settembre 2008).

Teresa (a destra) e la sorella Celina

Nella famiglia Martin la vita si alimentava volentieri alla fede comune trasmessa con gioia e tenerezza. In casa si viveva come in un ambiente sacro e dolce, dove Gesù era quotidianamente presente. Essendo la più piccola, Teresa era anche la più amata e assorbiva ogni cosa come se tutto fosse preparato e offerto appunto per lei.
Le sofferenze certo non mancarono: la perdita della mamma, avvenuta quando Teresa aveva solo quattro anni, la segnò profondamente, minacciando perfino la sua salute e il suo equilibrio emotivo.

Nel 1883 la bambina rischiò perfino di morire per una grave malattia nervosa; ma il 13 maggio guarì improvvisamente. Disse che la statua della Madonna, collocata nella sua cameretta, le aveva sorriso. Ma era diventata eccessivamente timida e introversa. La notte del Natale 1886 ritrovò “miracolosamente” la serenità e la fermezza dell’infanzia, e Teresa ne parlò come di una “conversione”, donatale da Gesù Bambino.
Giovanissima, benché ancora stentasse a liberarsi da impacci adolescenziali, si sentì inesorabilmente attratta dalla vita claustrale, convinta dell’assoluta efficacia apostolica della vita contemplativa.
Del resto, aveva messo subito alla prova tale “efficacia” ottenendo da Dio – solo con la preghiera e il sacrificio – la conversione di un noto criminale del tempo avviato al patibolo, che fino all’ultimo aveva rifiutato ogni conforto religioso.
Il 9 giugno 1887, Teresa convinse il papà a lasciarla entrare nel monastero di Lisieux benché avesse soltanto quindici anni, riuscendo a superare le obiezioni dell’autorità ecclesiastica del luogo, e dopo essere ricorsa direttamente al Papa (Leone XIII), in occasione di un pellegrinaggio a Roma.

 

L’ingresso in monastero

S. Teresina nel giorno della vestizione

Nell’aprile del 1888, poté finalmente entrare nel monastero carmelitano di Lisieux ricevendo il nome programmatico di suor Teresa di Gesù Bambino.
Aveva un solo semplicissimo ideale: “far piacere a Dio in tutto”, tanto che sulla porta della sua povera cella scrisse, incidendo il legno con una leggera punta di ferro: “Gesù, mio unico amore”.
In convento trovò esattamente quel che s’era aspettata: la possibilità di pregare più intensamente e “totalmente” per la Chiesa (in particolare per i peccatori e i sacerdoti), esercitando l’umiltà più concreta e quotidiana, e sfruttando ogni piccola occasione per crescere nell’amore a Dio e alle sorelle.
Comprese subito che la clausura carmelitana era come uno stretto abbraccio: rendeva evidente l’ esclusiva appartenenza di “ogni sorella” a Cristo Signore e le impegnava tutte ad incarnare – l’una a vantaggio dell’altra – quello stesso amore esclusivo.

 

La “piccola via dell’infanzia spirituale”

S. Teresina nel chistro del monastero

Praticando questa unica carità – quella per Cristo, a cui si offre la carne della “prossimità” umana (propria e altrui) – Teresa approfondì la sua “piccola via dell’infanzia spirituale”: un cammino semplice e alla portata di tutti per raggiungere le vette della santità, o meglio le abissali profondità dell’Amore.
Prima di essere un progetto ascetico, essa fu una abituale contemplazione e imitazione dell’infanzia evangelica: anzitutto quella che Gesù visse da Betlemme al Calvario, restando sempre tutto proteso al Padre celeste e tutto obbediente alla sua Voce, insegnandoci come sia possibile diventare adulti pur restando sempre, profondamente figli: sempre bambini davanti a Colui che è il nostro celeste “Abbà” (“Papà”). A questa “divina infanzia” Teresa si abbandonò, nella piena consapevolezza di dilatare così infinitamente la propria anima e la propria missione.

Luigi Martin (padre di Teresina) nel periodo della sua malattia

In monastero visse anche, con particolare intensità, il mistero della grave malattia mentale del papà, il cui volto “velato” le evocava quello sofferente di Gesù abbandonato nelle braccia del Padre. Comprese così, più profondamente ancora, che il mistero della santa infanzia deve accompagnare il credente dalla culla alla tomba, e chiese perciò di poter modificare il proprio nome religioso in quello di “Teresa di Gesù Bambino del Volto Santo”.
Fu contemplando assieme, incessantemente, con un unico sguardo, il Bambino di Betlemme e il Volto Santo che Teresa approfondì il mistero dell’adultezza cristiana.
Amalgamando assieme le profonde esperienze vissute in famiglia al tempo dell’infanzia (quando s’era sentita tutta avvolta di misericordia) con quelle più profonde vissute in monastero, Teresa intuì che c’era un modo nuovo di raggiungere la santità: diventare sempre più piccola, in modo da ottenere sempre più misericordia.
Dio stesso – chinandosi su di lei, quanto più lei si fosse abbandonata come una piccola bambina nelle braccia di suo padre – sarebbe stato per lei “santità” e “merito”, dato che i bambini non cercano “meriti” né “guadagni” e non fanno calcoli: cercano solo di ricambiare amore per amore, servendosi delle piccole cose che sono alla loro portata.

Foto di gruppo della comunità del Carmelo di Lisieux

La sua donazione si fece ancora più generosa e totale, quando, nell’aprile 1896, Teresa scoprì d’essere malata di tubercolosi, provandone quasi gioia nella speranza di poter presto vedere il Volto svelato del suo amato Gesù.
Senza risparmiarsi, dedicò le sue ultime energie alla formazione delle giovani novizie, alle quali insegnava il suo stesso umile e totale abbandono nelle mani di Dio, compreso e amato come un “papà” al quale ci si affida con ogni sicurezza.
Insegnava: “Restare bambini davanti a Dio vuol dire riconoscere il proprio nulla, aspettare tutto dalle mani del Buon Dio, come un bambino aspetta tutto dalle mani del suo papà. Non cercare di cambiare stato col crescere… E non attribuire mai a se stessi le virtù che si praticano… E non scoraggiarsi mai delle proprie colpe, perché i bambini cadono spesso, ma sono troppo piccoli per farsi male davvero…”.

 

I quattro principi

Le sorelle (anch’esse carmelitane) la indussero a scrivere i suoi ricordi d’infanzia e le sue riflessioni sulle grazie ricevute così abbondantemente.

Nacquero in tal modo i tre manoscritti che costituirono quella Storia di un’anima che l’avrebbero fatta conoscere e amare in tutto il mondo.

Quando tali scritti furono pubblicati, già nel 1898, la Chiesa intera sembrò sussultare di meraviglia e di gioia.

Già nel prologo Teresa aveva svelato a tutti i cristiani le sue persuasioni più profonde e universali, condensandole in quattro principi:

1. “La perfezione consiste nel fare la volontà di Dio: nell’essere ciò che Lui vuole che noi siamo”.

2. “L’amore di Nostro Signore  si rivela altrettanto bene nell’anima più semplice quanto nell’anima più sublime. E poiché è proprio dell’Amore abbassarsi misericordiosamente… quanto più il buon Dio discende fino alle anime più piccole, tanto più dimostra la sua grandezza infinita”.

3. “Come il sole rischiara allo stesso tempo i grandi cedri e ogni piccolo fiore, come se ciascuno fosse solo sulla terra, così Nostro Signore si occupa in particolare di ciascuna anima, con tanto amore come se fosse unica al mondo”.

4. “E come nella natura tutte le stagioni sono regolate in modo da far sbocciare nel momento stabilito anche la più umile pratolina, così tutto è regolato in modo da corrispondere al bene di ciascuna anima”.

 

Nel “cuore della Chiesa”

Teresina durante il periodo della sua malattia

Nel manoscritto centrale (Manoscritto B), inoltre, si poteva leggere a chiare lettere la sua persuasione vocazionale: “Essere l’Amore, nel cuore della Chiesa mia Madre”, con la convinzione d’assorbire in tal modo ogni altra vocazione e ogni altra missione.
Negli ultimi mesi di vita Teresa fu gravata da una tremenda “prova della fede” che ella visse offrendo le sue angosce per la conversione di tutti gli increduli: la fede si oscurava ai suoi occhi – per volontà di Dio – , ma in modo che divampasse sempre più ardente la carità verso Dio e verso ogni prossimo.
In tal modo, proprio negli ultimi mesi della sua vita, Teresa comprese il mistero più affascinante: carità è offrire a Dio la propria umanità, affinché in noi e per nostro mezzo Lui possa amare il nostro prossimo ed essere amato dal nostro prossimo.
Le sofferenze fisiche e morali, intanto, crescevano sempre più, ma Teresa si lasciava semplicemente portare dalla volontà di Dio, continuando dolcemente ad affermare che “non è possibile sperare troppo dal Buon Dio”, perché ciò che Lui vuole donarci è sempre al di là di ogni nostra pur grande attesa.
Diceva di sperare da Dio – dopo la morte – di poter lavorare in cielo, fino alla fine del mondo, per il bene di tutte le anime.
Morì il 30 settembre 1897 sospirando: “Mio Dio, io vi amo”.

Spoglie di S. Teresa

 

Dottore della Chiesa

Santa Teresina del Bambin Gesù

Nel 1997 – anno centenario dalla morte – Giovanni Paolo II l’ha proclamata “Dottore della Chiesa universale” (il più giovane Dottore della Chiesa, per età e per dottrina) .esaudendo uno di quegli “desideri infiniti” che Teresa aveva espresso nella sua Autobiografia, quando aveva scritto con foga da bambina: “Mi sento la vocazione di Dottore… Nonostante la mia piccolezza, vorrei illuminare le anime come i Profeti e i Dottori…”.
Il Papa riconobbe così che ella aveva davvero appreso e poteva davvero insegnare a tutta la Chiesa quella “Scienza dell’Amore” che descritto come “piccola via dell’infanzia spirituale”.

Basilica di S. Teresa a Lisieux

Una dimostrazione dell’universalità del suo messaggio è il fatto che Teresa abbia ottenuto affetto e venerazione anche oltre i confini del cattolicesimo: conosciuta, amata e invocata da ortodossi, protestanti, e perfino da musulmani. “Io non muoio, entro nella vita”, aveva confidato Teresa a una delle sorelle che l’assisteva negli ultimi istanti. Ed era un’espressione straordinaria, perché ella non intendeva parlare soltanto del suo ingresso in Paradiso, ma anche del fatto che la sua missione in cielo sarebbe stata il prolungamento della missione avuta in terra.
Merezkovskji, un teologo russo, ha scritto di lei: «Teresa ha avuto uno stupefacente spirito di innovazione. Invece di vedere nella santità una ascesa al Cielo, fuori della terra, ella riteneva che il Cielo dovesse considerarsi una prosecuzione della missione che ci è stata data sulla terra. Ella amava veramente la terra, non come un mezzo, ma in sé stessa, come fa il Creatore. Parola rivoluzionaria, quella celebre parola che comincia: “Voglio passare il mio cielo… [a fare del bene sulla terra]”».

di P. Antonio Maria Sicari ocd

Grazie alla comunità dei Carmelitani Scalzi della Provincia Veneta

Santi Coniugi Martin

Santi Coniugi Martin

SANTI CONIUGI MARTIN

ZÉLIE GUÉRIN (1831 – 1877)
LOUIS MARTIN (1823 – 1894)

Genitori di S. Teresa di Gesù Bambino

Memoria facoltativa, 12 luglio

Icona della famiglia, al completo, di S. Teresa di Lisieux (Chiesa dei Padri Carmelitani di Trieste)

Luigi e Zelia sono stati dichiarati Venerabili durante l’Anno Internazionale della Famiglia (1994), sono stati beatificati nel 2008 e canonizzati nel 2015: come giorno della loro ricorrenza liturgica è stato scelto il 12 luglio, anniversario del loro matrimonio.

La figlia Teresa aveva già scritto di loro: «Il Signore mi ha dato un padre e una madre più degni del Cielo che della terra» (LT 261); «Ho avuto la felicità di appartenere a genitori senza eguali» (MA, 12). E aggiungeva: «Dio mi ha fatto nascere in una terra santa…» (MA, 11). Scrivendo queste parole Teresa non pensava soltanto alla particolare bontà dei genitori e alla loro fede generosa ma anche al fatto che papà e mamma avevano vissuto il loro matrimonio sulla base di una antecedente vocazione verginale mai dimenticata e mai tradita.

Il primo incontro

Ponte di S. Leonardo, Alençon (Francia)

Ambedue avevano infatti sentito nella giovinezza il desiderio di consacrarsi a Dio ma non avevano potuto realizzarlo: Luigi perché non conosceva il latino (allora ritenuto essenziale alla pratica della vita monastica) e Zelia perché di salute malferma. Il loro matrimonio avvenne in seguito a un incontro casuale ma provvidenziale, sul ponte S. Leonardo nella cittadina normanna di Alençon: incrociando quel giovane uomo, dall’atteggiamento così riservato e signorile, Zelia aveva sentito nel cuore una voce che le diceva: «È questo lo Sposo che io ho preparato per te!».

Luigi aveva 35 anni, Zelia ne aveva 27: ambedue così spiritualmente maturi che bastarono loro tre mesi per conoscersi e prendere la decisione di sposarsi. Celebrarono le nozze in Cattedrale, alla mezzanotte del 13 luglio 1858. All’inizio avevano quasi pensato a conciliare assieme la vocazione al matrimonio e la loro antica passione ad appartenere soltanto a Dio, vivendo assieme come veri sposi, ma verginalmente. Poi il loro confessore li aiutò a capire che avere dei figli e spendersi interamente per la loro santità, era la maniera più normale (ma quanto rara!) di unire assieme le due vocazioni.

Chiamati ad essere famiglia

Maria-Elena

Ebbero nove figli, dei quali sopravvissero soltanto cinque. Erano tempi in cui la mortalità infantile era ancora altissima, bastava un’infezione intestinale o una bronchite a provocare la tragedia e i rimedi a disposizione erano soprattutto empirici. Due maschietti e una femminuccia morirono entro il primo anno di vita. Un’altra femminuccia, Maria Elena, la più amata, morì a cinque anni. Sopravvissero cinque bambine. Certo Luigi e Zelia sapevano che i figli appartengono soltanto a Dio, ma lo re-impararono umilmente, accettando quel duro alternarsi di nascite e di morti, di malattie e guarigioni, di ricadute e riprese, ch’era allora il destino dell’infanzia. Sapevano che il loro compito era quello di «allevare figli per il Cielo» (LF, 192): questo significava anzitutto una lunga, paziente e gioiosa attività per farli crescere, educandoli nella fede; per un destino eterno e felice.

Ciò che rese questi genitori “esemplari” – cioè modelli di vita cristiana – fu la loro capacità di vivere tutto come offerta: poiché essi avevano dato la vita in nome del Creatore (questo significa esattamente “procreare”), la riaffidavano alle Sue mani. Possiamo dire che i coniugi Martin vissero la generazione e l’educazione dei figli come preghiera: domanda di un dono, accettazione riconoscente, poi cura affettuosa del dono ricevuto. Se, in qualche caso, il dono veniva loro nuovamente richiesto, erano addolorati, ma non si sentivano traditi. Essi realizzarono, dunque, la propria verginità in relazione ai figli, proprio trovando in essi il luogo della felicità e del dolore – inestricabilmente congiunti – e i figli furono da essi riconosciuti nella loro ultima appartenenza a Dio Padre e amati per il loro ultimo destino.

Luigi Martin era un tipo meditativo e idealista, che amava in egual misura il silenzio e l’avventura; il ritiro contemplativo e il viaggiare per paesi sconosciuti; la precisione matematica e la letteratura romantica. Aveva scelto la professione di orologiaio e passava lunghe ore nel suo laboratorio di precisione, gestendo anche un piccolo negozio di oreficeria. Zelia era una ricamatrice esperta nel celebre merletto di “Alençon”, allora molto ricercato, e aveva organizzato un laboratorio, con un piccolo commercio in proprio.

Luigi Martin

La collaborazione di Luigi non le mancava certo, ed ella sapeva di poter contare totalmente su di Lui. Scriveva al proprio fratello: «Io sono sempre felicissima con Luigi. Egli mi rende la vita molto dolce. È veramente un santo mio marito, ne auguro uno come lui a ogni donna» (LF, 1). Il loro affetto non si affievolì mai, tanto che, dieci anni dopo, lei stessa scriveva al marito, in viaggio per affari:

«Ti seguo in spirito tutta la giornata; mi dico: In questo momento Luigi fa la tal cosa. Non vedo il momento di esserti vicina, mio caro Luigi, ti amo con tutto il mio cuore e sento ancora raddoppiare il mio affetto per la privazione che provo della tua presenza. Mi sarebbe impossibile vivere lontana da te» (LF, 108).

Da un altra lettera, ancora più bella, inviata al marito che finalmente stava per tornare, traspare la loro intimità coniugale fatta di piccole cose e di abituali battute scherzose che i due si scambiavano, ma con un’affezione totale, rivelata anche solo dalla firma:

 

«Quando riceverai questa lettera, sarò occupata a mettere in ordine il tuo banco da lavoro; non ti dovrai irritare, non perderò nulla, nemmeno un vecchio quadrante, né un pezzetto di molla, insomma niente, e poi sarà tutto pulito sopra e sotto! Non potrai dire che ho soltanto cambiato il posto alla polvere, perché non ce ne sarà più (…). Ti abbraccio di tutto cuore; oggi, al pensiero che sto per rivederti, sono tanto felice che non posso lavorare. Tua moglie che ti ama più della sua vita» (LF, 46).

Ed anche Luigi, quando le scriveva, si firmava: «Il tuo marito e vero amico, che ti ama più della vita».

Zelia Guérin col figlio Marie-Joseph-Louis

Ogni mattina papà e mamma, al suono della campana delle 5.30, uscivano per andare alla messa. E le figlie li accompagnavano nel loro ultimo dormiveglia. Un po’ più tardi cominciava la giornata delle ragazze, e tutte sapevano che si doveva sempre iniziare “offrendo il cuore al Signore” con la formula appresa dalle labbra materne: «Mio Dio ti offro il mio cuore, prendilo, se vuoi, in modo che nessun altro lo possegga, ma soltanto Tu, mio buon Gesù». L’esame di coscienza per la confessione avveniva sulle ginocchia della mamma, perché era lei che doveva rendere buono e impregnato di tenerezza quell’aspetto un po’ difficile del Sacramento del Perdono. Tutte le piccole difficoltà della vita – dall’imparare a leggere e scrivere, al modo di risolvere i piccoli litigi, alla paura del dentista – erano affrontate col criterio del «far piacere a Gesù».

Dentro questo normale tessuto di vita s’inserivano, poi, tutti gli atteggiamenti che dai genitori si riverberavano sui figli: la carità per i poveri, anche a costo di subire a lungo fatiche e fastidi: la solidarietà per i vicini anche nelle situazioni più sgradevoli: il negozio di papà ostinatamente chiuso nei giorni festivi, perché erano giorni in cui Dio solo doveva essere servito; l’atteggiamento della mamma – giusto e materno – verso le operaie del laboratorio dei merletti e con la domestica. La distribuzione della paga settimanale era talmente sacra che Zelia non volle rimandarla neppure il giorno in cui perse un bambino: e la domenica pomeriggio era sempre riservata alla visita delle operaie malate: molteplici erano i suoi interventi sobri e delicati, nelle situazioni di necessità, tanto che ella poteva affermare in tutta sincerità: «tratto le mie operaie come se fossero figlie mie» (LF, 29).

Non le mancò nemmeno l’esperienza più dura da portare, per una madre: quella di una figlia caratteriale (Leonia), che non si sapeva mai come prendere; che passava continuamente da impeti di generosità a incredibili ostinazioni che sconfinavano con l’ottusità: affettuosa e ombrosa se voleva qualcosa la piccola era capace di urlare per intere mezze giornate. In collegio (cioè: a scuola) la definirono «una bambina terribile» fino a che la dimisero. E Zelia, con assoluta onestà commentò «Quando i nostri figli non sono come gli altri tocca a noi genitori portarne il peso» (LF 117, nota). I giudizi della mamma su questa strana figlioletta malriuscita sono lucidi fino ad essere impietosi («la povera bambina è coperta di difetti come da un mantello. Non si sa come prenderla» – LF, 185), e tuttavia mai ella le assegnò un “destino” diverso: per lei offrì a Dio ogni fatica, ogni pena, ogni sofferenza, ogni preghiera, purché Egli ne facesse comunque una santa: «Il buon Dio è così misericordioso che ho sempre sperato e spero ancora» (ivi). Per anni ella aveva cercato di trovare l’occasione giusta, il momento opportuno in cui l’atto educativo potesse raggiungere il suo cuore:

«Questo pomeriggio l’ho fatta venire accanto a me per farle leggere alcune preghiere, ma presto sì è stancata e mi ha detto: “Mamma, raccontami la vita di Nostro Signore Gesù Cristo”. Non ero disposta a narrare, ciò mi stanca molto; ho sempre male alla gola. Infine mi sono fatta forza e le ho raccontato la vita di Nostro Signore. Quando sono arrivata alla Passione piangeva. Mi ha fatto piacere scorgere in lei questi sentimenti» (LF, 139).

Leonia Martin

Giunse a conquistarsi totalmente il cuore della povera figlia “difficile” solo pochi mesi prima della morte, scoprendo che i problemi della ragazza (ormai quattordicenne) erano in gran parte motivati da una cameriera che l’aveva plagiata (cfr LF, 196). Liberata da quella soggezione, Leonia rifiorì: «Ha cominciato a dimostrarmi un affetto che cresce incessantemente. Non mi può più lasciare, arriva perfino a confidarmi i suoi pensieri più segreti; il timore e l’amore di Dio penetrano a poco a poco nel suo cuore. Ma se tu sapessi con quale dolcezza la tratto (…). Vuol fare la Comunione alla fine di maggio, ed è una preparazione di tutti i giorni, di tutti gli istanti. Insomma, che il buon Dio sia benedetto!» (LF, 201; cfr. anche LF, 196 e 200).

Il capolavoro educativo di Zelia fu certamente la cura della piccola Teresa, che nacque quando Zelia aveva ormai passato i quarantanni ed era malata. Luigi ne aveva già cinquanta. Quando la piccola non ha ancora tre anni, la mamma racconta divertita: «La piccina è un folletto senza pari, viene ad accarezzarmi, augurandomi la morte: “Oh, come vorrei che tu morissi, mammina mia”. La sgridano e lei dice: “Ma è perché tu vada in Cielo, lo dici sempre che bisogna morire per andarci!”» (LF, 147). A quattro anni, il pensiero del cielo è ancora familiare, ma già si collega al problema della salvezza, del bene e del male, del rischio. Racconta ancora la mamma:

«L’altro giorno Teresa mi domanda se andrà in Cielo: le dico di sì, se sarà proprio buona; mi risponde: “Sì, ma se non fossi proprio buona, andrei all’inferno… ma io lo so che cosa farei: scapperei su con te che saresti in cielo, poi tu mi stringeresti forte forte tra le braccia. Come farebbe il buon Dio a non prendermi?”. Ho letto nei suoi occhi: è convinta che il buon Dio non le può fare nulla se è tra le braccia della mamma» (LF, 170).

La malattia di Zelia 

Intanto pero la salute di Zelia deperiva a vista d’occhio. Le ghiandola al seno che da tempo la faceva soffrire, s’era ingrossata ancora e le dava fitte sempre più dolorose. Dopo i primi esami, il medico confermò che la situazione era molto grave e non c’era molto da sperare da un intervento chirurgico. Alla vigilia di Natale del 1876 si recò da uno specialista di Lisieux, ma ne ebbe una diagnosi ancora più funesta. Ne scrisse al marito:

«Mettiamoci nelle mani del buon Dio, egli sa meglio ci noi quello che ci occorre: “È lui che fa la ferita e che la fascia”.. Non sto volentieri che con te, mio caro Luigi» (LF, 170). Ai chiudersi di quel tragico ultimo dicembre della sua vita, poteva affermare: «Sono come i bambini che non si preoccupane dei domani, aspetto sempre la felicità» (LF, 180).

Zelia Guérin

Per accontentare i familiari, fece un pellegrinaggio a Lourdes per chiedere la guarigione alla Santa Vergine. Non la ottenne, ma tornò a casa «così allegramente come se avessi ottenuto la grazia desiderata: ciò ha ridato coraggio (al papà) ed ha riportato il buon umore in casa…». E alle figlie deluse spiegò «Le Santa Vergine ha detto a tutte noi come a Bernadette “Vi renderò felici non in questo mondo, ma nell’altro”» (LF, 210). Gli ultimi giorni furono impregnati di sofferenze indicibili. II 27 luglio 1887 – un mese prima di morire – raccontava ai fratello farmacista: «Ieri ho sofferto in ventiquattro ore quello che non ho mai patito in tutta la mia vita… La mia povera testa non poteva toccare niente; non riuscivo a fare il più piccolo movimento, nemmeno per inghiottire qualcosa… Lo spostamento più leggero mi causava atroci dolori… ho dovuto gemere per la notte intera… il povero Luigi ogni tanto mi prendeva in braccio come una bambina» (LF, 216). Ripeteva spesso, pregando a Dio: «O Tu che mi hai creata, abbi pietà di me». Quando morì era l’alba del 28 agosto 1877, e Teresa – che aveva soltanto quattro anni – capì la gravità della perdita quando s’accorse che, alla mattina, non c’era più la mamma a preoccuparsi di farle dire le preghiere.

L’educazione delle ragazze, soprattutto della piccola Teresa, era l’eredita più cara che Zelia lasciava al suo Luigi, che aveva ormai 54 anni. Consultandosi con le figlie più grandi, egli decise di trasferire la famiglia a Lisieux, in modo che le ragazze potessero crescere almeno sotto gli sguardi discreti e materni della zia, una donna saggia e generosa che poteva in parte colmare l’assenza della madre. Luigi Martin ebbe la vocazione e il dono di incarnare l’infinita e dolce paternità di Dio nella sua quotidiana e affascinante paternità umana, in modo che l’immagine e la somiglianza quasi si confondessero con l’originale.

Da Alençon a Lisieux

A Lisieux la vita familiare scorreva in modo che gli aspetti naturali e quelli soprannaturali si amalgamavano tra loro senza discontinuità ne forzature: il naturale era vissuto soprannaturalmente, il soprannaturale era vissuto naturalmente. Ogni persona, ogni avvenimento, le cose stesse svolgevano la loro naturale funzione di segno (tutto cioè rimandava a qualcosa di più grande”, di “più vero”, di “più buono” e di “più bello”, e questo “rimando” veniva abitualmente colto) e di sacramento (tutto comunicava un po’ di “grazia ai Dio”).

Questo non significa che la vita familiare fosse priva di problemi. Teresa, ad esempio, dalla morte della mamma non era più la bambina felice e impetuosa, espansiva e ostinata di un tempo: era divenuta timida, ipersensibile, facile al pianto e alle malattie. Ma a salvarla ci fu proprio l’ambiente custodito dal padre: «Ero circondata dagli affetti più delicati. Il cuore così tenero di papà aveva aggiunto, all’amore che già possedeva, anche un amore veramente materno» (MA, 45).

Casa Martin a Lisieux

Era la sorella Paolina che andava a svegliare la piccola Teresa: «Al mattino tu venivi a svegliarmi: mi domandavi se avevo offerto a Dio il mio cuore, poi mi aiutavi a vestirmi parlandomi di Lui. Poi accanto a te facevo la mia preghiera…» (MA, 46; cfr. 53). Cosi cominciava la giornata in casa Martin. Poi la bambina imparava a leggere e a scrivere, studiava la grammatica, il catechismo e la storia sacra (allora, fino agli otto anni l’educazione scolare avveniva, se possibile, in famiglia). Al pomeriggio c’era l’immancabile passeggiata col papà, e sempre una breve visita al SS. Sacramento, ogni volta in una chiesa diversa della cittadina; quindi un regalino da pochi soldi. Poi a casa a fare i compiti. E il resto del tempo, nella bella stagione, in giardino a curare fiori, galline, conigli assieme al papà. Ogni tanto c’era qualche bella escursione: Teresa accompagnava il papà a pesca e faceva anch’essa dei piccoli tentativi ma preferiva di solito restar seduta sola sull’erba. Abituale era l’incontro per strada con qualche povero, cui Teresa era sempre incaricata di portar l’elemosina.

Il cuore della domenica era senza dubbio la Messa solenne: per la bambina le funzioni erano certo troppo lunghe e le prediche spesso incomprensibili, anche se si sforzava di ascoltare: «Io pero guardavo più papà che il predicatore, e il suo bel volto mi diceva tante cose. A volte i suoi occhi si riempivano di lacrime che lui si sforzava invano di trattenere, sembrava non essere più legato alla terra, tanto la sua anima si immergeva nelle verità eterne…» (MA. 60). Che esperienza preziosa dev’essere, per una bambina, osservare il padre che davanti a Dio si commuove come un bambino! La preghiera comune della sera chiudeva la giornata, e Teresa – cui spettava sempre il posto più vicino al papà – annota: «Mi bastava guardarlo per sapere come pregano i santi!» (MA, 63).

Tutto in quella casa evocava la paternità di Dio e la sua dimora celeste: a fine anno scolastico (anche se gli studi avvenivano tutti in famiglia) c’erano gli esami davanti al papà, poi la lettura dei risultati, poi la premiazione: «Il cuore mi batteva forte forte, quando ricevevo il premio e la corona: per me era come l’immagine del giudizio universale» (MA, 67). Luigi Martin trattò l’umanità delle sue cinque figlie in modo da rendere loro sensibile, quotidiana e affascinante la fede nella paternità di Dio. E ne ebbe in cambio un attaccamento e una stima sconfinati.
Racconta Teresa: «Non potevo nemmeno pensare, senza fremere, che papà poteva morire. Una volta era salito sopra una scala e, poiché io rimanevo lì sotto, mi gridò: “Allontanati, piccolina, ché se cado ti schiaccio!”. All’udire ciò provai una rivolta interiore, invece di allontanarmi mi appiccicai alla scala pensando: “Almeno se papà cade non avrò il dispiacere di vederlo morire, morirò con lui!”» (MA, 72).

«Non posso dire quanto bene volevo a papà; tutto in lui mi destava ammirazione; quando mi spiegava i suoi pensieri (come se fossi stata una bambina grande) gli dicevo ingenuamente che se egli avesse detto quelle cose agli uomini di governo, certamente lo avrebbero preso per farlo Re, e la Francia sarebbe stata felice come non lo era stata mai…!» (MA, 72).

In una lettera che la primogenita, Maria, scrisse un giorno al padre, si legge: «In questa vita tu sei, con Gesù, il Paradiso delle tue figlie».

Le figlie chiamate al Carmelo

Paolina Martin all’età di 20 anni

Non è strano che, in una simile famiglia, le vocazioni verginali sbocciassero una dopo l’altra, dato che esse dipendono sempre da un acuto senso della paternità di Dio e da una affezione sponsale al suo Santo Figlio Gesù. La prima a partire per il Carmelo fu Paolina, la secondogenita ventenne che si dedicava particolarmente all’educazione di Teresa. Poi partì la primogenita, Maria, sulle cui spalle posava la conduzione della casa. A questo punto non era difficile per Luigi Martin intuire che anche Teresa avrebbe seguito col tempo la stessa strada. Per fortuna c’era ancora tanto tempo, dato che la beniamina della famiglia aveva solo quattordici anni. Egli ne aveva ormai sessantatré, ed era di salute malferma.

Qualche mese dopo l’ingresso di Maria al Carmelo, venne colpito da un attacco di congestione cerebrale, con una emiplegia per fortuna passeggera. Era appena guarito che Teresa, in un bel pomeriggio di Pentecoste del 1887, gli chiedeva la grazia straordinaria di poter entrare al Carmelo a quindici anni.

«Gli confidai il mio desiderio di entrare al Carmelo… egli non disse nemmeno una parola per distogliermi dalla mia vocazione: si limitò a farmi osservare che ero troppo giovane per prendere una decisione così grave. Ma io difesi cosi bene la mia causa che papà, con la sua natura semplice e retta, fu ben presto convinto che il mio desiderio era quello di Dio stesso e, nella sua fede profonda, esclamò che Dio gli faceva un grande onore a domandargli così le sue figlie… Papà sembrava possedere quella gioia tranquilla che viene dal sacrificio compiuto, e mi parlò come un santo… S’avvicinò al muro del giardino e mi mostrò che tra le pietre cresceva un piccolo fiore bianco, simile a un giglio in miniatura, lo prese e me lo regalò spiegandomi con quale cura Dio lo aveva fatto crescere e l’aveva conservato fino a quel giorno. Ascoltandolo mi pareva di sentire raccontare la mia storia, talmente grande era la rassomiglianza con quello che Gesù aveva fatto con la mia anima. Ricevetti quel fiore come una reliquia e vidi che cogliendolo papà l’aveva tolto con tutte te radici, sembrava destinato a essere trapiantato in un altra terra più fertile…» (MA. 143).

Fu Luigi ad accompagnare la figlia dal Vescovo (cui toccava decidere) e costui si sforzò di convincere la fanciulla ad attendere, credendo tra l’altro di prendere le parti del papà: restò stranito quando vide che Luigi perorava la causa di Teresa. Non ottennero nulla, ma in Curia commentarono «che non si era mai veduta una cosa simile: una figlia tanto desiderosa di offrirsi a Dio, quanto il padre lo era di donargliela».
Presero parte allora a un pellegrinaggio diocesano a Roma, dove Teresa, contravvenendo a tutte le disposizioni, durante l’udienza si aggrappò alle vesti del vecchio Papa Leone XIII per implorare il suo alto consenso. «Entrerete, se Dio lo vuole», le rispose il Papa. Mentre ella tentava ancora di spiegarsi il vecchio Pontefice posò la sua mano sulle labbra della fanciulla e poi l’alzò per benedirla. Quando gli si inginocchiò davanti Luigi Martin – presentato come il padre di due carmelitane – il Papa posò la sua mano sulla testa venerabile di quell’anziano signore. Teresa vide in quei due gesti un presagio. Dio voleva davvero consacrare a sé la figlia e il papà: e ambedue avrebbe offerto solennemente la vita.

Celina Martin

In seguito le difficoltà svanirono una dopo l’altra, e Teresa entrò quindicenne al Carmelo. Il giorno in cui oltrepassò la soglia della clausura – tutta bianca nella sua veste da sposa – si inginocchiò davanti al vecchio padre per chiedergli la benedizione. Allora Luigi si mise anch’egli in ginocchio davanti alla sua bambina e le traccio un segno di croce sulla fronte. Luigi scrisse a un amico: «La mia reginetta è entrata ieri al Carmelo. Dio solo può chiedere un simile sacrificio. Egli mi aiuta così potentemente che, in mezzo alle lacrime, il mio cuore sovrabbonda di gioia» (LF, 15).

L’offerta a Dio

Luigi capiva d’esser rimasto solo con se stesso (anche Celina – che gli era rimasta provvisoriamente accanto, come una madre, per accudirlo nella vecchiaia e nella malattia – attendeva di realizzare la stessa vocazione delle sorelle): ora egli poteva e doveva compiere la sua missione terrena di Padre, dando alle figlie l’ultimo e più grande esempio evangelico: quello di tornare, lui, come un bambino nelle braccia del suo Dio.
Un giorno durante una visita al Monastero si lasciò sfuggire questa confidenza: «Figliole, torno da Alençon, dove ho ricevuto, nella chiesa di “Notre-Dame” grazie tanto grandi e tali consolazioni che ho fatto questa preghiera: ‘Mio Dio, è troppo! Sono troppo felice, non posso venire in cielo così, voglio soffrire qualcosa per Te. E mi sono offerto…». Non osò continuare davanti alle figlie, ma tutte avevano compreso che si era offerto a condividere il mistero della passione di Cristo.

Gli toccò la sofferenza più amara: due attacchi di paralisi, a cui si legarono fenomeni temporanei, ma sempre più frequenti, di degenerazione psichica: perdita di memoria, difficoltà di linguaggio, allucinazioni, idee fisse, timori ingiustificati, periodi di depressione e di esaltazione, voglia di fuggire lontano e di nascondersi. Il tutto dovuto probabilmente ad arteriosclerosi, accompagnata da crisi acute di uremia, che allora non si sapeva come controllare. Nei momenti di lucidità si sentiva umiliato, ma diceva: «Tutto per la maggior gloria di Dio!». Nella sua mente si mescolavano progetti irragionevoli e impeti di santità. Quando lo riportarono a casa dopo un lungo viaggio senza meta, compiuto in stato confusionale, alla figlia che gliene domandava il perché rispondeva: «Volevo andare ad amare Dio con tutto il cuore!». I suoi sogni vocazionali giovanili riaffioravano e si mescolavano con i turbamenti provocati dalla malattia.

Ma tutto sembrava avere una duplice dimensione: alla superficie l’umiliazione della demenza, al fondo il mistero della croce. Così, quando Luigi seppe che in cattedrale si raccoglievano offerte per un nuovo altare maggiore, si recò a offrire lui l’intera enorme somma: diecimila franchi d’oro. Il gesto fu attribuito all’irresponsabilità provocata dal suo precario stato di salute, ma Teresa dal chiostro rivendicava il sacro diritto del Padre: egli aveva offerto a Dio le sue figlie e ora stava offrendo se stesso, era giusto che fosse lui ad offrire anche l’altare!

Riacquistò la piena lucidità per la festa della “Vestizione” (inizio del noviziato) di Teresa. Quel giorno fu un trionfo: la figlia in abito da sposa uscì simbolicamente per un istante dalla clausura e, al braccio del babbo, finalmente radioso, entrò solennemente nella cappella del monastero.

Casa di cura “Le Bon Saveur”, Caen (Francia)

Fu come la Domenica delle Palme, a cui seguì subito la settimana di Passione: gli attacchi si ripeterono in forma ancora più grave, e si dovette giungere alla decisione più straziante: internarlo in una casa di cura per malati mentali. Lo portarono al Bon Sauveur, un grande ospedale tristemente noto, tra altri mille e settecento malati; ed era ancora in condizioni di capire quello che gli accadeva. Diceva la suora che reggeva il reparto: «Fa male vedere questo bel patriarca in un simile stato. Noi suore siamo tutte profondamente addolorate e anche il personale è costernato. In poco tempo che è tra noi ha saputo farsi amare, e poi c’è in lui qualcosa di così venerabile! Egli porta un peso misterioso. Si vede che è una prova…». E continuava a ripetere: «C’è qualcosa di così venerabile!…».

Per restare a contatto con gli altri malati aveva rifiutato l’appartamentino privato che avrebbe potuto permettersi, e ciò che riceveva in dono dai parenti lo distribuiva come se fosse di tutti. Un giorno la suora gli disse che in quell’ospedale egli poteva fare del bene a tanti altri malati che erano senza fede: «Voi potete essere un apostolo!». «È vero – rispose Luigi – ma avrei preferito esserlo in un posto diverso; e tuttavia questa è la volontà del buon Dio. Credo che sia per farmi vincere il mio orgoglio». In un altro momento di lucidità spiegò al medico: «Io sono sempre stato abituato a comandare, ed ora mi vedo ridotto ad obbedire. Ma so perché il Buon Dio mi ha dato questa prova: non avevo mai avuto umiliazioni nella mia vita e occorreva che ne avessi una…».

Santa Teresa di Gesù Bambino del Volto Santo

Avevano raccontato a Teresa che a volte, durante le sue crisi, il papà si copriva il volto con un fazzoletto, come se si vergognasse a essere guardato così umiliato. Alle altre sorelle si stringeva il cuore, ma per lei era stata un’illuminazione. Pensava al volto sofferente di Cristo: quello che i soldati avevano coperto per scherno, quello che si era impresso nel velo della Veronica; ed ella si immergeva in quel mistero di nascondimento che aveva reso deforme per amore il Volto del “più bello tra i figli degli uomini” (Sal 44, 3).
Fu in seguito a questi avvenimenti che Teresa modificò il suo nome religioso e cominciò a firmare le sue lettere: Teresa del Bambino Gesù del Volto Santo, così, senza interruzione, quasi a dire che il mistero dell’infanzia evangelica al quale si era consacrata si compiva ora nel mistero del figlio sofferente, come accadde a Gesù quando lo deposero dalla croce e lo adagiarono nel grembo della madre addolorata. «Il Signore ama papà incomparabilmente di più di quanto lo amiamo noi. Papà è il piccolo bambino del buon Dio» (LT, 91), scriveva Teresa dal monastero. E difatti Luigi Martin sembrava abbandonarsi ogni giorno di più, totalmente indifeso, nelle mani di Dio.

Durante la sua ultima visita al monastero, il papà e le figlie poterono soltanto guardarsi e piangere, perché il malato riusciva a pronunciare solo qualche monosillabo, e ogni discorso l’avrebbe inutilmente agitato. Alla fine gli dissero solo: «Arrivederci» ed egli alzò gli occhi, indicò in alto col dito e restò così a lungo, poi riuscì faticosamente a sillabare: «In cielo!».

In famiglia era assistito come si assiste un santo. Egli aveva ancora dei momenti buoni, e tutti vedevano che l’orientamento del cuore e della mente era sempre immutato. «Chiedi a S. Giuseppe che io possa morire da santo» – sussurrò un giorno alla figlia Leonia che lo accudiva.

Morì il 29 luglio 1894, a 71 anni di età, guardando fissamente la figlia che accanto a lui recitava la bella preghiera che comincia: «Gesù Giuseppe e Maria vi dono il cuore, la vita e l’anima mia…».

Confidò Teresa: «La morte del babbo non mi fa l’effetto di una morte, ma di una vera vita. Lo ritrovo dopo sei anni di assenza, lo sento intorno a me che mi guarda, mi protegge» (LT, 170). E volle comporre una lunga poesia intitolata: «Preghiera della figlia di un Santo», per raccomandare a lui una per una tutte le sorelle e se stessa, e affidargli tutti i loro ricordi.

Al Carmelo conservavano come una reliquia l’ultimo biglietto che il papà aveva inviato alcuni anni prima, e che era come la sintesi di tutta la loro storia familiare: «Tengo a dirvi, mie care figlie, che sono spinto a ringraziare e a farvi ringraziare il buon Dio, perché sento che la nostra famiglia, benché umilissima, ha l’onore di essere nel numero delle privilegiate dal nostro adorabile Creatore» (L 16).

di P. Antonio M. Sicari ocd

Grazie alla comunità dei Carmelitani Scalzi della Provincia Veneta

Santa Maria Maddalena de’ Pazzi

Santa Maria Maddalena de' Pazzi

SANTA MARIA MADDALENA DE’ PAZZI

1566 – 1607

Monaca Carmelitana

Memoria, 25 maggio

Santi di Tito, Ritratto della giovane Caterina De’ Pazzi

Caterina De’ Pazzi (in seguito, Suor Maria Maddalena) nacquenella città di Firenze il 2 d’aprile 1566. Suo padre si chiamava messer Camillo di Gerì de’ Pazzi, e sua madre Maddalena Maria di messer Lorenzo Buondelmonti. Il giorno seguente, 3 aprile, ricevette il Battesimo nell’oratorio di S. Giovanni Battista. Il 25 febbraio 1574 entrò per la prima volta, come educanda, nel monastero di S. Giovannino dei Cavalieri e venne affidata alla sorveglianza della zia materna suor Lessandra Buondelmonti.

Il 25 marzo 1576, ricevette per la prima volta la S. Comunione all’età di dieci anni, nella chiesa di S. Giovannino, tenuta allora dai Gesuiti. Il 19 aprile fece a Dio il voto di perpetua verginità. Nel giorno di S. Andrea apostolo, 30 novembre 1578, ebbe la prima estasi, alla presenza della madre, madonna Maria, mentre si trovava verso sera nel giardino della sua villa di Parugiano presso Prato. Essendo messer Camillo de’ Pazzi, padre della santa, stato inviato dal granduca di Toscana, Francesco I, come commissario a Cortona, Caterina, il 16 marzo 1580, venne nuovamente “posta in serbo”, presso il monastero delle Cavalieresse di S. Giovannino, dietro consiglio di Pietro Bianca, gesuita, a condizione che le fosse permesso di accostarsi alla Comunione in tutti i giorni festivi, cosa insolita a quei tempi. Nella festa dell’Ascensione, trovandosi ancora in S. Giovannino, ebbe un eccesso di amore e una conoscenza straordinaria della grandezza di Dio e della sua grazia. Nel 1581 lasciò il monastero di S. Giovannino e ritornò in famiglia. Il 14 agosto 1582 entrò per quindici giorni nel monastero delle Carmelitane di S. Maria degli Angeli, per conoscerne la regola e vedere se questa poteva rispondere alla divina chiamata e alla sua particolare inclinazione. Trovandola conforme ai suoi intimi desideri, si decise nella scelta di questo monastero, aiutata anche dal fatto che le Carmelitane, per concessione eccezionale, potevano ogni giorno accostarsi alla S. Comunione.

Il 1° dicembre 1582, sabato precedente la prima domenica d’Avvento, Caterina varcò per sempre la soglia della clausura ed entrò a far parte delle monache carmelitane di S. Maria degli Angeli. Il capitolo del monastero accettò all’unanimità, l’8 dicembre, la nuova postulante. Il 3 gennaio 1583 Caterina de’ Pazzi vestì l’abito carmelitano, ed assunse il nome di suor Maria Maddalena, iniziando l’anno di noviziato. Durante l’Avvento di quell’anno ebbe un eccesso di amore simile a quello avuto da bambina nella sua villa di Partigiano; ai primi di marzo del 1584 si manifestò una malattia misteriosa:

Gli prese una mattina una gran febbre insieme co’ una veemente tossa con grandissimi dolori nella parte del petto e sotto le costole […]. Stava dì e notte sempre a sedere sul letto senza potersi mai porre a diacere per la veementia della tossa, no’ dormiva quasi mai o vero tanto poco che è cosa incredibile, il simile era del mangiare in modo che si andava consumando a poco a poco […]. Sendo stata malata due mesi, i medici la dettero per spacciata, tanto che le Madre [la priora suor Vittoria Coniugi e la maestra suor Evangelista del Giocondo] si risolverono di fargli fare la santa professione, e fu questo addì 27 di maggio 1584 la mattina della S.ma Trinità (Breve Ragguaglio, pp. 90-92).

G.C. Sagrestani, S. Agostino scrive sul cuore di S. Maria Maddalena

Maria Maddalena fece la sua professione «sopra un lettino accomodato dinanzi all’altare della Vergine» (Processi, I, p. 44) e subito venne riportata nell’infermeria. Da quel momento ebbe inizio un periodo sorprendente di estasi; ogni giorno dopo la Comunione, rimaneva estatica per lo spazio di due o tre ore. Talvolta ebbe nuovi e ripetuti eccessi di amore anche durante la giornata, mentre i favori divini si rinnovavano. Il fatto durò ininterrottamente per quaranta giorni durante i quali sono da ricordare i seguenti fenomeni mistici: visione del dramma della Passione (notevole quella dell’8 giugno), scambio del suo cuore con quello di Gesù (10 giugno), prima invisibile impressione delle stimmate (28 giugno), ricevette inoltre dal Signore, alla presenza di S. Caterina da Siena e S. Agostino (6 luglio), la corona di spine, di cui porterà per tutta la vita il dolore misterioso. Guarita il 16 luglio per intercessione della Beata Maria Bagnesi, la sua vita sarà un susseguirsi di visioni, estasi, altri fenomeni mistici, penitenze e tribolazioni. La sera del 24 marzo 1585, vigilia dell’Annunciazione, le vennero scritte nel cuore, da S. Agostino, le parole «Verbum caro factum est». Il 15 aprile le furono impresse per sempre nell’anima le stimmate invisibili; il 23 aprile ricevette da Gesù l’anello, sigillo del suo mistico sposalizio con lui. Il venerdì 17 maggio ebbe l’estasi più lunga di tutte quelle avute fino allora. Iniziata nel pomeriggio del venerdì, si prolungò per quaranta ore, fino alla domenica mattina successiva. Il 21 maggio ricevette dal Signore il comando di cibarsi di pane e acqua, eccetto che nei giorni festivi, in cui avrebbe potuto prendere «cibi quadragesimali». Inoltre Gesù le ordinò di riposare solo cinque ore al giorno, sopra un saccone di paglia, in «soddisfatione dell’offese che gli son fatte» (Processi II, p. 877. Le citt. rimandano ai mss. originali delle Estasi: il numero romano indica il volume, gli altri le pp., riportate anche in margine nella ed. completa di Firenze 1960-1966).

La vigilia della Pentecoste, 8 giugno 1585, ebbe inizio il secondo grande ciclo di estasi, che si protrasse ininterrottamente per otto giorni, «nel qual tempo stette dì e notte sempre rapita in eccesso di mente, salvo che per lo spatio di circa due hore, che gli fu concesso per dir l’uffitio, pigliare un po’ di cibo e alquanto riposo. Sette volte ricevette lo Spirito Santo ogni mattina all’hora di terza in varie specie: quando di fuoco, quando di fiume, quando di colomba, quando di colonna e di altro» (Processi III, 1). Il 16 giugno, festa della Santissima Trinità, ebbe inizio la grande prova, da lei stessa chiamata «lago de’ leoni», che durerà cinque anni. La santa, aveva già trascorso un anno di desolante aridità spirituale, quando, il 20 luglio 1586 «con gran meraviglia» delle monache, andò improvvisamente in estasi, mentre stava recitando l’Ufficio divino. Ma fu questa una estasi di particolare «afflitione e dolore» (Processi IV, 9). Dio le comunicò che voleva allentare la stretta della tentazione e mitigare la prova, «insino a ottobre» per darle luce e modo di attendere ad una grande opera: «la rinnovazione della Chiesa e particolarmente de’ religiosi». Da quel giorno Maria Maddalena ebbe, di tanto in tanto, estasi simili.

A. Franchi, Estasi di S. Maria Maddalena

Nel mese di agosto passò quattro giorni e quattro notti (dall’11 al 15) continuamente rapita, «eccetto il tempo che diceva l’uffitio divino e mangiava un po’ di pane e beveva un po’ d’acqua […] che era per breve spatio» (Processi IV, p. 10; V, p. 1). Dio le rivelò come la Chiesa aveva bisogno di riforma. Tutti erano chiamati a prestar l’opera loro. Ella, poi, aveva una speciale missione: richiamare all’urgenza del loro compito i religiosi e i più grandi dignitari della Chiesa. La santa tremò a questa rivelazione perché ciò si opponeva enormemente alla sua umiltà: avrebbe preferito mille volte la morte. Temendo di essere vittima di un inganno, ne parlò ai superiori, si consigliò con diversi religiosi noti per prudenza e santità di vita, come P. Angelo, domenicano, e P. Fabbrini, gesuita: tutti la incoraggiarono a seguire senza esitazioni gli ordini di Dio, che erano chiari, decisi, ripetuti; le fu quindi inevitabile ubbidire. Per questo motivo «scrisse alcune lettere al Sommo Pontefice et altri prelati et servi di Dio per conto di tal renovatione» (Processi V, p. 1).

Nell’ottobre del 1586 la santa lasciò il noviziato. Il 14 luglio del 1587 morì suo fratello Alamanno ed ella vide la sua anima che penava dolorosamente in purgatorio. Il 25 febbraio 1588 contemplò Gesù appassionato da cui ebbe il dono del «fascetto della Passione, come dette a S. Bernardo» (Processi IV, p. 189). Il 25 novembre (sempre del 1588) le prove durissime a cui era sottoposta (tentazione di evadere e di morire) raggiunsero il culmine. Il 30 settembre 1589 la madre Evangelista del Giocondo venne eletta maestra delle novizie e suor Maria Maddalena ricevette la carica di sottomaestra. Nel giorno di Pasqua, 22 aprile 1590, il Signore le chiese di fare «un’altra quaresima di cinquanta dì, ed essa digiunò al solito suo solo pane e acqua» fino alla festa dello Spirito Santo (10 giugno), in cui venne finalmente liberata dal «lago de’ leoni». Ricevette in premio grandi doni e comunicazioni divine. Il 24 agosto (sempre del 1590) morì sua madre, madonna Maria Buondelmonti. La contemplò «nelle pene del purgatorio allegra e contenta», e intese poi quale grande gioia le fosse preparata in paradiso per il bene e la carità che aveva fatto in vita verso il prossimo. Quindici giorni dopo, il 7 settembre, la vide entrare in paradiso fra i santi.

P. De Moya, Visione di S. Maria Maddalena

Il 26 marzo del 1592, in una lunga estasi, suor Maria Maddalena partecipò ai dolori della Passione, come già sette anni prima. Il 3 maggio (sempre del 1592) anno in cui le venne affidato l’ufficio di sagrestana, ebbe un grande eccesso di amore: correva per il monastero, suonava le campane per chiamare tutte le anime «ad amare l’Amore» (Processi IV, p. 708). Il 1° maggio 1595 chiese al Signore «il nudo patire». Questa domanda della santa è testimoniata, con autografo personale, dalla madre Evangelista del Giocondo, da suor Pacifica del Tovaglia, da suor Maria Cristina Pazzi e da Suor Maria Grazia Pazzi, sua nipote. Ma il Signore gliela concederà soltanto nove anni dopo. In questo stesso anno 1595 fu eletta maestra delle giovani, e nel capitolo del 2 ottobre 1598 venne scelta come maestra delle novizie.

Col 24 giugno 1604, in cui rimase rapita tutto il giorno, ebbero termine le estasi e cominciò il periodo del «nudo patire», che si protrasse fino alla morte. Il capitolo la elesse sottopriora, contro il suo desiderio, nelle elezioni del 1604. Poco dopo si ammalò ed iniziarono per lei tre anni di sofferenze fisiche e morali mai prima provate. Il 13 maggio 1607 Maria Maddalena ricevette l’Estrema Unzione; alle ore otto del venerdì 25 maggio entrò in agonia e alle 14 morì. Attorno a lei le consorelle recitarono il Simbolo di S. Atanasio, ossia la professione di fede nella Santissima Trinità, lo stesso Simbolo che aveva reso estatica la santa fin dai primi anni di vita.

Un anno dopo la morte, le monache ottennero il permesso di ritirare in clausura le spoglie della santa consorella e P. Puccini, padre confessore del monastero, presiedette alla ricognizione della salma. Appena aperta la cassa, il corpo si mostrò incorrotto. Nel 1611 iniziarono i processi per la beatificazione, dopo i numerosi miracoli ottenuti per sua intercessione. Papa Urbano VIII la beatificò l’8 maggio 1626; nel 1662 si aprì il processo per la canonizzazione. Papa Clemente IX la proclamò santa il 28 aprile 1669.

di P. Ermanno Ancilli ocd

da Santi del Carmelo, a cura di Ludovico Saggi Ocarm, Institutum Carmelitanum, Roma, 1972.

Grazie alla comunità dei Carmelitani Scalzi della Provincia Veneta

Santa Teresa di Los Andes

Santa Teresa di Los Andes

SANTA TERESA DI GESÙ DI LOS ANDES
(JUANITA FERNÀNDEZ SOLAR)

1900 – 1920

Memoria, 13 luglio

L’infanzia

Juanita a 18 mesi

Juanita Fernàndez Solar era nata il 13 luglio 1900, in una numerosa e ricca famiglia dell’aristocrazia cilena. Sin da piccola cominciò a esperimentare la drammaticità della nostra condizione umana: da un lato desideri di cielo e immersioni nelle mistiche profondità (i bambini sanno “immergersi” in Dio), dall’altro un carattere timido che, se si sente trascurato, cade in preda all’irascibilità, a «rabbiette feroci», a «svogliatezze», e a una certa «arroganza» che del resto ha nel sangue. Più tardi confesserà che sentiva di poter diventare – se non si fosse frenata – «un piccolo mostro».

Ancora bambina Juana si propose di non lasciar mai passare la giornata senza chiedere perdono a coloro che le accadeva di offendere o disgustare. Aveva 7 anni e si preparava alla prima confessione. Ciò che imparò nel catechismo, sul perdono da chiedere e da gustare, lo applicò anche nei litigi quotidiani con i fratellini, o nelle disobbedienze verso la mamma. E anche un’altra cosa aveva offerto a Gesù, forse ancora più difficile, perché più «fisica»: gli aveva promesso di non guardarsi allo specchio, perché voleva vincere la vanità per suo amore.

Dio si commuove talmente di questi piccoli sforzi, che inizia a corteggiare la sua creatura. «Gesù cominciò a prendere il mio cuore per Sé poco dopo il terremoto del 1906», scrive Juanita nel diario iniziato a 15 anni, facendo risalire la sua mistica avventura d’amore ai 6 anni di età, al primo svegliarsi della ragione, in un contesto di sofferenze.

Poi ci fu subito l’azione preparatoria, materna, della Vergine Santa: «Più o meno a sette anni nacque nell’anima mia una grandissima devozione alla mia Madre, la SS. Vergine… Le raccontavo tutto quello che mi avveniva, e Lei mi parlava. Sentivo la sua voce dentro di me, assai chiaramente e distintamente. Ella mi consigliava e mi diceva tutto quello che dovevo fare per piacere a Nostro Signore. Io credevo che ciò fosse del tutto normale e mai mi avvenne di riferire ad altri quello che la SS. Vergine mi diceva…» (Lettera 87). È sorprendente che Dio abbia voluto donar tali fenomeni mistici a una piccina di sette anni, anche se essi avvennero così normalmente che Juanita restò a lungo persuasa che tutti facessero le sue stesse esperienze. Era convinta che tutto ciò fosse normale perché aveva a lungo osservato il vecchio nonno che se ne stava giornate intere con la corona in mano a recitare il suo rosario (a parlare con la Vergine, dunque!) e che proprio in quell’anno moriva come un santo.

 

La Prima Comunione e la malattia

Juanita nel giorno della sua Prima Comunione

Il desiderio di ricevere l’Eucaristia si faceva per Juanita sempre più intenso, nonostante ella sapesse che non l’avrebbe potuta ricevere prima d’aver compiuto gli undici anni, secondo l’uso del tempo.

«Mi preparai per un anno. La Vergine mi aiutò a purificarmi il cuore da ogni imperfezione e, nel mese del Sacro Cuore, cambiai completamente il mio carattere» (Diario, V).

«Nostro Signore mi parlava dopo la comunione. Mi diceva cose che io non sospettavo e, quando lo interrogavo, mi svelava cose che stavano per accadere, e accadevano davvero. Io però continuavo a credere che succedeva lo stesso a tutti coloro che facevano la comunione…» (Lettera 87).

«Non riuscirei ad esprimere quello che passò tra Gesù e la mia anima. Gli chiesi mille volte di prendermi e sentivo per la prima volta la sua voce amata. Ah, Gesù, io ti amo e ti adoro!» (Diario, VI).

L’8 dicembre, festa dell’Immacolata, la bambina si spinse fino a chiedere a Gesù di poterlo raggiungere in cielo per quella data. Da quel giorno in poi, per quattro anni successivi, al giungere di quella festa mariana, Juanita si ammalava gravemente. In quei tempi di malattia il rapporto tra lei e il suo Dio si approfondiva in maniera straordinaria, e sembrava che Lui approfittasse di tutte le circostanze come, ad esempio, della sua paura a restare sola. Ecco quel che accadde un giorno in cui, all’età di 14 anni, non poté ricevere la desideratissima visita della sorella:

«Mi misi a piangere. Ed ecco che i miei occhi si posarono sul quadro del Sacro Cuore, e sentii una voce molto dolce che mi diceva: “Come, Juanita, io me ne sto solo nel tabernacolo per amor tuo, e tu non riesci a star sola un momento?”. Ed egli cominciò a parlarmi. E io stavo ore intere ad ascoltarlo, tanto che mi piaceva molto restare sola. E Lui mi insegnava come dovevo soffrire, senza lamentarmi, e come restare intimamente unita a Lui. Mi disse anzi che mi voleva per Lui e che desiderava che io mi facessi carmelitana. Ah, è inimmaginabile quello che Dio faceva alla mia anima. In quel tempo io non vivevo in me stessa. Era Lui che viveva in me… Facevo tutto per Gesù e con Gesù. Nostro Signore mi indicò come fine la santità, spiegandomi che l’avrei raggiunta facendo il meglio che potevo» (Diario VII).

Dovette sottoporsi a una rischiosa operazione e quando vide arrivare l’équipe dei chirurghi si spaventò: «Mi sembravano macellai» – dirà poi – e si lasciò addormentare credendo che non si sarebbe più svegliata. Ma prima baciò il suo crocifisso, dicendogli: «Tra poco ci vedremo faccia a faccia. Addio». Il giorno di capodanno, il dottore, ammirato di quella sua giovane e coraggiosa paziente, le inviò in dono delle orchidee. Il simpatico commento di Juana fu: «Era la prima volta che mi regalavano dei fiori. E li mandai a Gesù. Questo sacrificio mi costò molto. Però lo feci!» (Diario, VIII). Pur nelle sue altezze mistiche, restava una ragazza, e privarsi delle sue prime orchidee le costava, anche se si trattava di regalarle al suo divino Amato!

 

A Chacabuco e in collegio a Santiago

Juanita con una compagnia di amici a Chacabuco

La convalescenza avvenne nella sua amata tenuta di Chacabuco. Qui, incontrò un giorno, casualmente un bimbo di otto anni, affamato e coperto di stracci: se ne prese cura e il piccolo tornava sempre come se avesse finalmente trovato un focolare. In seguito il piccolo condusse la bella signorina nella sua misera catapecchia per farle conoscere la mamma: una donna poverissima, abbandonata dal marito ubriacone e dai figli più grandi, che non riusciva nemmeno a mantenere quell’ultimo ragazzino. Non l’aveva nemmeno fatto battezzare. Allora Juana gli adattò alcuni vestiti dei suoi fratelli (i quali subito chiamarono il bimbo Juanito), poi mise all’asta tra i cugini il suo bell’orologio svizzero per potergli comprare un paio di scarpe, e prese ad usare tutti i suoi risparmi per le necessità del bambino. Lo ospitava ogni giorno a pranzo e gli riservava abitualmente anche la sua porzione di dolce affinché il piccolo si rimettesse più presto in salute. Sacrificò per lui tutte le vacanze di fine-settimana per prepararlo al battesimo, poi alla prima comunione e alla cresima. Riuscì perfino a mandarlo a scuola. «Vedeva in lui tutti i bambini poveri del mondo», diranno poi le sue amiche.

«Oggi compio 15 anni. Quindici anni! L’età che tutti vorrebbero avere: i bambini per essere giudicati grandi, gli anziani e quelli che hanno venticinque anni perché è l’età più felice… Quindici anni sono per una ragazza l’età più pericolosa, l’ingresso nel mare tempestoso del mondo. Ma Gesù ha preso il comando della mia barchetta… Mi ha conservata solitaria per Lui» (Diario, XV). In cuore ella custodisce l’ideale del Carmelo, e tuttavia non sopporta di star lontana da casa e dall’ambiente familiare: quando i genitori decidono di farle continuare gli studi come interna, in un convitto di Santiago, ella soffre da morire. Ella ha però coscienza che il soggiorno in quel detestato collegio ha, nel segreto disegno di Dio, uno scopo preciso: «Nonostante le mie pene, non posso fare a meno di ringraziare Nostro Signore che mi prepara la strada… Mi chiama a vivere più vicino a Sé, perché mi abitui a vivere lontano dalla mia famiglia, prima di entrare al Carmelo» (Diario, XI). Su questa sua vocazione ella non transige: «Credo che non mi abituerò mai a vivere lontano dalla mia famiglia: mio padre, mia madre, questi esseri che amo tanto!… Ma io devo seguire Gesù fino ai confini del mondo, se Lui lo vuole. In Lui trovo tutto, per Lui lascerò tutto, per andare a nascondermi dietro le grate del Carmelo e vivere solo con Lui. Lui è accanto a me e spesso mi dice: “Amica mia, tanto cara…”» (Ibidem). Intanto sta leggendo la Storia di un’anima di S. Teresa di Lisieux – che in quegli anni cominciava a diffondersi nel mondo – e sente anche lei il fascino di una vita ricca di tante piccole cose offerte per amore.

«Soffrire con allegria»

Juanita (a destra) con la sorella Rebeca

Nella festa dell’Immacolata del 1915 Juana decide di far voto di verginità: «Oggi all’età di quindici anni, alla presenza della Santissima Trinità, della Vergine Maria e di tutti i Santi del cielo faccio voto di non volere altro Sposo se non il mio Signore Gesù Cristo, che io amo con tutto il cuore e che voglio servire fino all’ultimo istante della mia vita» (Diario, XV).

Presto intuisce che la sua breve vita sarà tutta intessuta di felicità profonda e di gravi sofferenze: «Non sei tu quella che mi cerca e che vuole rassomigliare a me?» – le aveva detto un giorno Gesù – «Vieni dunque con me e prendi la croce con amore e con gioia!» (Diario, XV). Ed ella aveva subito riconosciuto che era possibile «soffrire con gioia», se era Gesù a chiederlo: «Gesù mi ha detto che vuole che io soffra con allegria. Questo mi costa parecchio, ma basta che Lui lo chieda, che io cerco subito di farlo» (Ibidem). Questa vocazione la colma di un misto di gioia e di dolore. Gioia perché, al solo pensarci si sente invadere da una felicità indescrivibile. Dolore perché gli ostacoli per realizzarla sembrano crescere di giorno in giorno; dall’altro la sua salute sembra farsi ogni giorno più precaria e molti la sconsigliano a intraprendere una strada così austera. Il diffuso malessere fisico si riversava, così, sull’animo e Juanita sembrava cadere in preda alle più laceranti contraddizioni. La ragazza ha solo diciassette anni, ma si esprime – senza saperlo – come i grandi mistici che hanno attraversato le purificazioni più terribili e le più “oscure notti” dello spirito.

13 settembre 1917: «Non so quello che mi succede. E’ una tristezza interiore così grande che mi sento isolata da tutto il mondo. Mi ripugna tutto e tutto mi stanca. Infine ieri, grazie a Dio, ho potuto meditare e sentire devozione e amore: cosa che il Signore non mi dava più da tempo, nemmeno nella Comunione. Infine, questi due mesi di sofferenza sono stati due mesi di Cielo… Ho offerto tutto a Gesù e gli ho chiesto di darmi la sua croce (…). Ho preso la risoluzione di vivere molto allegra esternamente» (Diario, XXXIII).

17 ottobre 1917: «Gesù mio, ti amo. Sono tutta tua. Mi abbandono interamente alla tua divina volontà. Dammi la tua croce, ma dammi anche la forza per portarla. Non mi importa se mi dai l’abbandono del Calvario o la gioia di Nazareth. Mi importa solo di vedere contento Te. Non mi importa di non sentir niente, di essere insensibile come una pietra perché, o mio piccolo Gesù, so che tu sai che io ti amo. Dammi la Croce. Voglio soffrire per Te, ma insegnami a soffrire con amore, con gioia, con umiltà (…). Non desidero di essere felice io, ma che Tu sia felice» (Diario, XXXIV).

Ma alla stessa maniera, e contemporaneamente, descrive Gesù che la guida con forza: «Gesù mi chiede di essere santa. Di fare il mio dovere a perfezione. Il dovere – così mi ha detto – è la croce. E sulla Croce c’è Gesù. Voglio essere crocifissa. Mi ha detto di salvargli le anime. Glielo ho promesso. Mi ha detto anche di consolarlo, perché si sentiva abbandonato. Mi ha attirato sul suo cuore… Mi accorgo che si impadronisce del mio essere. Lo amo» (Ibidem).

Sente il Divino Maestro che la abbraccia, la stringe al cuore, le spiega la vita di povertà, verginità e obbedienza che dovrà vivere in monastero e la prepara ad essa (cfr. Diario, XXXVII).

 

L’entrata al Carmelo

S. Teresa di Los Andes

Intanto Juanita lotta con ogni energia per raggiungere il suo sospirato poverissimo monastero carmelitano di Los Andes, dove sa che non troverà nemmeno la luce elettrica e l’acqua corrente, ma troverà «il cielo sulla terra» (Lettera 94). Quando finalmente – dopo un fitto scambio di corrispondenza – Juanita riuscì a visitare quel monastero che desiderava con tutta l’anima, raccontò alla Priora tutte le sue vicissitudini interiori e anche i dubbi che a volte la prendevano. Dall’altra parte della grata, la monaca ascoltava quella giovane creatura ardente con stupore: «Mi ha detto – racconterà poi Juana a un’amica – che poteva dubitare di tutte, meno che di me, perché io ero nata carmelitana».

Tra tutte le sante carmelitane ella è la più giovane e, in monastero, non riuscì nemmeno a finire l’anno di noviziato. Tuttavia le fu affidata la missione più difficile, quella da cui volentieri i cristiani rifuggono, perfino quando riflettono teologicamente e tracciano percorsi di spiritualità: la missione di annunciare che amore e sofferenza sono indisgiungibili. Nessuna santa carmelitana ha conosciuto le semplici gioie del mondo, della natura, della famiglia, della giovinezza, dell’amicizia come Juanita. Nessuna ha sofferto come lei nel tempo dell’infanzia, dell’adolescenza e della prima giovinezza. Nessuna ha avuto, come lei, così poco tempo per giungere alla vetta del Carmelo e per immedesimarsi in Cristo Crocifisso e Risorto, percorrendo tutta la Salita del Monte e attraversando tutta la Notte Oscura. Il suo percorso è stato quello della Sposa innamorata del Cantico e dell’anima che giunge ad immergersi nella Fiamma viva d’amore: «Contemplo la Trinità dentro la mia anima, come un immenso mare di fuoco e di luce, nel quale, a causa della sua troppa intensità, non posso né penetrare né guardare. Lì vedo la SS. Vergine, gli angeli e i santi. E vedo anche me, miserabile creatura confusa e annientata, davanti alla Divina Maestà e mi unisco alle lodi che tutti le tributano in cielo» (Lettera 66).

In monastero trovò anzitutto gioia, sia per la sua totale appartenenza a Dio sia per l’ambiente semplice, umile, cordiale. Spesso Cristo si mostrava agonizzante agli occhi della sua anima (e a volte anche a quelli del corpo), con le spalle tutte solcate dalle ferite inferte dai nostri peccati, e il sangue che ne sgorgava sembrava impregnare il mondo (Diario, LV). La pena infinita che Juana provava, ai limiti dello svenimento, era poi compensata dal sapere che Gesù era consolato dalla sua presenza amorosa. Allora la preghiera diventava una immersione in Dio, ed ella si sentiva totalmente «perduta nella sorgente dell’Amore» (Lettera 121).

Il Calvario

Carmelo di Los Andes (Chile)

Esternamente la vita scorreva dolce e semplice e le altre monache la guardavano ammirate dalla sua serena compostezza (qualcuna però ne ebbe anche gelosia). Ma poi l’amore chiedeva una nuova immedesimazione e Juana si ritrovava ad esperimentare non solo i dolori fisici della passione, ma anche le tenebre interiori del Calvario: dubbi sulla presenza eucaristica, dubbi sull’esistenza di Dio, dubbi d’essere preda di inganni diabolici, fino a credersi abbandonata da Gesù e da Lui rifiutata (Diario, LVI; cfr. anche Lettera 116). Poi tornava il sereno.

«Quanto mi sento felice con Colui che solo vive! (…) Lui mi fa comprendere, mi fa vedere cose sconosciute, grandezze mai viste. Non puoi immaginarti il cambiamento che percepisco in me. Egli mi ha trasformata. Egli sta aprendo i veli che lo nascondevano. Mi sembra che Egli diventi ogni giorno più bello, ogni giorno più tenero, ogni giorno più pazzo di me» (Lettera alla madre, 106).

Juanita restò semplice postulante fino all’ottobre del 1919, quando poté finalmente ricevere l’abito e iniziare il noviziato. Ha avuto una premonizione interiore e sa che le restano poche settimane di vita. La crisi comincia il Giovedì Santo del 1920. Ha la febbre altissima, e benché si alternino al suo capezzale almeno 6 medici, non riescono a diagnosticare in tempo che si tratta di tifo. Riceve l’Estrema Unzione e, per appagare il suo sogno, la Priora le concede di emettere i voti religiosi in articulo mortis, anche se non ha ancora completato il noviziato. Così Juana diviene Suor Teresa di Gesù: emette la sua Professione e ne è così felice che vuole ripetere la formula per tre volte, anche se non ha più nemmeno la forza di firmare il testo che ha appena letto.

La sera del venerdì dopo Pasqua, la malata mostrò di essere in preda a grandi angosce, come se l’avvolgessero di nuovo le tenebre del Calvario e di nuovo l’assalisse la tentazione di disperare. Si sentiva abbandonata dal cielo e tremava d’angoscia al pensiero del giudizio di Dio. Ma era quello che aveva chiesto, per poter rassomigliare al suo Crocifisso fino alla fine. Poi venne la pace. Il sorriso tornò sul suo volto e lo sguardo si fissò in un punto preciso, come se Qualcuno fosse finalmente giunto. La udirono esclamare tutta emozionata: «Il mio Sposo!». E quando morì (a 19 anni e nove mesi), la consorelle ebbero l’impressione «che si immergesse in una felicità immensa».

 

Dopo la morte

Teresa di Los Andes, prima santa cilena, è stata beatificata a Santiago nel 1987 e canonizzata a Roma nel 1993 da San Giovanni Paolo II. Dal 1990 un annuale pellegrinaggio al suo Santuario – con un percorso di ventisette chilometri distribuito in dodici stazioni – raduna circa centomila giovani.

di P. Antonio Maria Sicari ocd

da Riflessi di Dio – I Santi del Carmelo, EDIZIONI OCD, Roma 2009.

Grazie alla comunità dei Carmelitani Scalzi della Provincia Veneta

Santa Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein)

Santa Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein)

SANTA TERESA BENEDETTA DELLA CROCE
(EDITH STEIN)

1891 – 1942

Martire

Patrona d’Europa

Patrona delle Giornate Mondiali della Gioventù
Festa, 9 agosto

 

Edith, affamata di verità ma non credente

A Breslavia, allora città tedesca, Edith Stein nacque il 12 ottobre 1891 (quell’anno ricorreva la festa ebraica del “Kippur”, cioè della Riconciliazione-Espiazione) da Sigfrido e da Augusta Courant, ultima di undici figli di cui quattro morti in tenera età. La famiglia, d’origine e di osservanza ebraica, per la precoce morte del capo famiglia fu presto tutta a carico della signora Augusta, che, da vera donna forte, seppe condurla per la via dell’onestà e dell’agiatezza.

Breslavia (attuale Polonia)

Edith, cosciente del proprio ingegno precoce, della memoria eccezionale e della brama di sapere che prestava nell’ascolto e la lettura, diede da piccola qualche segno d’orgoglio, di vanità, di ostinazione: ordinarie nubi, tempestivamente dissipate. Nel sano ambiente familiare trascorse l’infanzia e l’adolescenza abbastanza serenamente, con un progressivo affinamento del carattere. Alle scuole elementari e medie si classificò sempre fra le migliori alunne; perciò, con il consenso della mamma, decise di andare avanti negli studi.

Superato in modo brillante l’esame di licenza liceale, si iscrisse all’Università. Frequentò corsi di storia, di filologia e di psicologia sperimentale; ma, attratta dalla speculazione filosofica, dopo due anni di intensa applicazione a Breslavia, volle andare a Gottinga, dove fioriva l’indirizzo filosofico di Edmund Husserl. Intendeva trascorrervi solo un semestre, tuttavia l’ambiente particolarmente propizio agli studi prediletti, la presenza di professori illustri, quali Adolf Reinach, Max Scheler, Max Lehmann, Leonard Nelson, Eduard Schröder, Giorgio Ellia Müller, e soprattutto, la benevola accoglienza dello stesso Husserl, la indussero a proseguire i corsi a Gottinga.

Allo scoppio della guerra 1914 – 1918 la Stein si offrì volontaria e si prodigò quale infermiera della Croce Rossa in un ospedale militare della Moravia.

Nel 1916 Husserl lasciò Gottinga per passare alla cattedra di filosofia a Friburgo in Brisgovia: Edith Stein lo seguì e si laureò con lui “summa cum laude” facendo una tesi sull’Einfühlung (empatia), ed egli la scelse per sua assistente. La giovane professoressa si applicò nel raccogliere e riordinare gli scritti del “maestro”, tenne corsi di propedeutica allo studio della fenomenologia, diede avvio all’opera “Contributi per una base filosofica della filosofia e delle scienze dello spirito”. Tutta tesa nell’impegno scientifico, rinunciò anche alle vacanze estive in famiglia, nel 1917 e nel 1918. Studentessa e insieme docente universitaria, Edith era di condotta ineccepibile. Semplice, serena, pronta al sacrificio per compiacere professori e studenti, era assetata di verità, di oggettività. Era affettuosa verso i suoi cari, specie verso la madre, sebbene non ne condividesse la fede religiosa. Era infatti divenuta agnostica circa il problema religioso, che riteneva insolubile.

Conversione a Dio e impegno di testimonianza nel mondo

Edith Stein (1926)

Dio si fa incontro per mille vie a chi cerca la verità con cuore puro e sincero. La Stein, superando poco alla volta la sua preconcetta negazione di Dio, aprì gli occhi alla luce che promanava da chi viveva con coraggio la fede, come Max Scheler, o da chi accettava con una rassegnazione umanamente inspiegabile la perdita del marito in guerra, come accadde alla sua amica Anna Remach. Alludendo a questo, la Stein avrebbe scritto più tardi: “Fu quello il momento in cui la mia incredulità crollò, impallidì l’ebraismo e Cristo si levò raggiante davanti al mio sguardo: Cristo nel mistero della sua Croce!”.

L’ultima incertezza svanì nell’estate 1921 alla lettura, del tutto occasionale e protratta di seguito per un’intera notte, dell’autobiografia di Santa Teresa d’Avila. Al mattino, si procurò subito un catechismo e un messalino. Di lì a non molto venne ammessa al Santa Battesimo, che le fu amministrato nella chiesa di Bergzabern il Capodanno 1922, con l’imposizione anche del nome di Edvige. La gioia di quel giorno fu coronata dal primo incontro con Gesù Eucarestia. Circa un anno dopo, il 2 febbraio 1923, a Spira ricevette il sacramento della Cresima.

Ormai per Edith Stein la filosofia, da fine supremo era diventata un mezzo per meglio conoscere e amare la Verità vivente, Cristo Redentore e la sua Chiesa. La sua conversione fu radicale, convinta: nulla potè farla retrocedere, né le vaste conoscenze del mondo universitario, né lo smarrimento dei suoi parenti, in particolare della sua amata mamma, che difendeva la tradizione ebraica della famiglia. Per essere tutta di Dio Edith avrebbe anzi voluto lasciare il mondo e ritirarsi fra le mura di un chiostro carmelitano teresiano. La trattenne l’umile sottomissione al confessore, il canonico J. Schwind, che le consigliò di lasciare Friburgo per un luogo più tranquillo e meglio adatto al suo orientamento spirituale.

Edith Stein, insegnante a Spira

Si trasferì così a Spira, dove insegnò lingua e letteratura tedesca presso l’Istituto Magistrale delle Domenicane. Vi trascorse otto anni, appartata, tutta dedita alla preghiera, alla scuola, allo studio di San Tommaso d’Aquino. Divenne apostola di verità. Seppe infatti rompere le maglie di una filosofia chiusa, nelle quali si era impigliato lo stesso Husserl, per approdare “all’ontologismo trascendentale“, alla verità di tutto che viene dal Tutto Dio.

In occasione del 60° compleanno di Husserl (1929), gli dedicò uno studio: “La fenomenologia di Husserl e la filosofia di San Tommaso d’Aquino”. Tenne frequenti conferenze su argomenti di pedagogia, filosofia e religione a Heidelberg, Friburgo, Monaco, Colonia, Zurigo, Vienna, Praga, Salisburgo, ecc.

Dopo la morte del suo primo direttore spirituale, mons. Schwind (17 settembre 1927), di cui scrisse un ricordo per la rivista del clero edita a Innsbruck, conobbe l’abbazia di Beuron. Qui nel 1928 trascorse la Settimana Santa e la Solennità Pasquale, favorita da grazie spirituali ineffabili. Il padre abate Raffaele Walzer divenne il suo nuovo direttore di spirito: egli pure la esortò a proseguire la sua opera feconda di apostolato del sapere nel mondo. Edith, per dedicarsi maggiormente all’attuazione di poderosi progetti filosofici, senza sottrarsi a continui inviti per conferenze di alto interesse, il 27 marzo 1931 lasciò Spira. Portò a termine la traduzione tedesca delle “Questioni discusse sulla verità” di S. Tommaso, edita in due volumi (1931-1932). Dopo alcuni tentativi per una libera docenza alle Università di Friburgo e Breslavia, ebbe la nomina a insegnante presso l’Istituto Superiore tedesco di pedagogia scientifica a Mlinster (primavera del 1932). Abitava in un collegio diretto dalle Suore di Nostra Signora ed edificava tutti per santità di vita e semplicità e delicatezza di modi. Sulla cattedra emergeva per profondità e chiarezza di insegnamento, per vigorosa difesa del pensiero cattolico.

Edith Stein (1931)

Contribuì al ritorno a Dio di non poche persone specialmente giovani. Non mancava di stare accanto alla mamma, a Breslavia, e a sostenere e incoraggiare la sorella Rosa nel cammino verso la Chiesa. Studiò un piano di riforma dell’insegnamento universitario da sottoporre al competente Ministero.

Si occupò molto spesso del problema della donna: ne difese la dignità e il ruolo specifico nella società e nella Chiesa. Nel settembre 1932 prese parte a Juvisy, vicino a Parigi, ad un convegno di studiosi di fama internazionale sul tema “Fenomenologia e Tomismo” e tra gli altri conobbe anche J. Maritain. In ottobre andò ad Aquisgrana per un incontro su “L’atteggiamento spirituale della giovane generazione”.

Ma ormai in Germania, con l’ascesa al potere di Adolf Hitler, non c’era più posto per chi era di stirpe ebraica. E così anche Edith Stein dovette lasciare l’insegnamento: il 25 febbraio 1933 tenne infatti l’ultima sua lezione universitaria. Presagendo quello che avrebbe significato per il suo popolo e la Chiesa, per la Germania e il mondo intero l’affermazione del nazional-socialismo, Edith si mostrò pronta ad accogliere la Croce di Cristo quale “unica speranza di salvezza”.

Il sogno s’avvera: Carmelitana!

Libera finalmente di rispondere a quella vocazione claustrale che l’aveva attratta fin dal momento della conversione nel lontano 1921, si rivolse al Carmelo. Trascorsi a Breslavia due mesi accanto alla mamma diletta, che era addoloratissima per il passaggio della figlia al cattolicesimo, la vigilia della festa di Santa Teresa d’Avila del 1933, con eroica fortezza “varcò la soglia” del monastero di Colonia. I suoi quarantadue anni d età, la sua eccezionale cultura e la fama internazionale non le impedirono di divenire la religiosa più semplice, più mite, più pronta agli inconsueti mestieri di cucina e guardaroba. Fu una carmelitana povera e lieta. Immersa in Dio, visse di preghiera e di immolazione. Con la vestizione religiosa (che avvenne la domenica 15 aprile 1934), chiese di essere chiamata Teresa Benedetta della Croce. Fu una grande festa dello Spirito, appuntamento per gran numero di persone illustri. Lo stesso Husserl le inviò gli auguri.

II noviziato lo trascorse “nascosta con Cristo in Dio”, attenta ai più minuti doveri. Era fedele alle amicizie, trepidante per la mamma veneranda, a cui inviava settimanalmente uno scritto filiale. Emise la professione temporanea (voti semplici) la domenica 21 aprile, giorno di Pasqua, del 1935. Quel giorno apparve trasfigurata dall’intima gioia, pronta a seguire dovunque l’Agnello senza macchia, quale sua “sposa”. Fu di guida e sostegno alle consorelle più giovani.

Suor Teresa Benedetta della Croce

Il 14 settembre 1936 perdette la mamma, di ottantasette anni: l’integrità di vita e la perfetta buona fede di lei le mitigarono il grande dolore. Il 14 dicembre successivo cadde e si fratturò un piede e una mano: portata in ospedale, potè intrattenersi più a lungo con la sorella Rosa, giunta da Breslavia a completare la sua preparazione al Battesimo per la vigilia di Natale del 1936.

Già da tempo il Padre Provinciale, conscio dei servizi inestimabili che Suor Teresa Benedetta poteva rendere alla scienza e alla religione, le aveva ordinato di rivedere e portare a termine la sua opera fondamentale: “Essere finito ed essere eterno”. Altri studi, altri scritti su argomenti diversi le vennero chiesti quasi senza interruzione; e lei vi si applicò in perfetta sottomissione, con notevole fatica per il tempo tanto limitato e frazionato, poiché non voleva mancare in nulla alla piena osservanza regolare, da degna figlia di Santa Teresa di Gesù.

Martire!

Il 21 aprile 1938 sigillò per l’eternità la sua consacrazione a Dio con la professione solenne (voti perpetui) seguita, dieci giorni dopo, dalla sacra velazione. Ma quell’anno il clima di feroce persecuzione hitleriana contro gli ebrei e contro la Chiesa costituiva un grave pericolo per Suor Teresa Benedetta, tanto più che, in occasione delle elezioni ella non nascose la più aperta condanna al mostruoso regime. La stessa esistenza del Carmelo di Colonia poteva essere compromessa dalla sua presenza. Perciò l’ultimo giorno dell’anno 1938 dovette separarsi dalle amate consorelle e riparare nascostamente in Olanda, presso le Carmelitane di Echt.

A Echt riprese serena la sua vita di silenzio adorante e di immolazione, quasi nulla fosse mutato. Imparò la lingua olandese e proseguì, per obbedienza, la sua attività scientifico-letteraria. In vista del centenario della nascita di San Giovanni della Croce (1942), intraprese nel 1941 uno studio sull’idea ispiratrice della vita e dell’opera del mistico Dottore, a cui diede per titolo “Scientia Crucis”, che risultò una preparazione al suo martirio.

Edith Stein con la sorella Rosa

Iniziate le ostilità della guerra mondiale nell’autunno 1939, l’esercito nazista invase Belgio e Olanda nel 1940. L’odio contro gli ebrei giunse a tal punto che le Carmelitane di Colonia ritennero prudente distruggere lettere e scritti confidenziali della Stein, e le consorelle di Echt si adoperarono per trovarle un asilo in un Carmelo svizzero. Il nobile tentativo aggravò la situazione di suor Teresa Benedetta perché, costretta a presentarsi alla polizia nazista per i necessari documenti di emigrazione, venne notata per la sua origine e la sua impavida professione di fede cristiana. Cosicché, quando il 26 luglio 1942 nelle chiese cattoliche d’Olanda venne letta una famosa lettera collettiva dell’Episcopato contro la barbara persecuzione antiebraica in terra olandese, le sorelle Stein furono subito incluse nel numero delle vittime della ritorsione nazista. Alle cinque pomeridiane del 2 agosto, vennero improvvisamente prelevate, caricate su un carro d’assalto e brutalmente sospinte, con numerosi altri infelici, verso il loro ultimo destino.

Il dramma finale della Via Crucis, a cui Edith andò in contro consapevole e tranquilla, rispondeva a una sua lucida previsione. Già la Domenica di Passione del 1939 aveva chiesto alla sua M. Priora il permesso di offrirsi “vittima espiatrice” al Cuore di Gesù per la pace nel mondo, e su un immaginetta aveva scritto l’atto di offerta della propria vita per la conversione degli ebrei.

Le due sorelle Stein, condotte prima a Maastricht e poi ad Amersfoort, nella notte tra il 3 e il 4 di agosto arrivarono al campo di concentramento di Westerbok (Olanda). A persone di fiducia che poterono avvicinarle, Edith dichiarò: “Sono pronta a tutto”. E alla Priora di Echt fece sapere: “Finora ho potuto pregare benissimo, e ho detto di tutto cuore: Ave Crux, spes unica!“. Nel lager si prodigò a consolare e assistere mamme e piccoli in preda alla disperazione.

Nella notte tra il 6 e il 7 di agosto 1942, lei, Rosa e altri religiosi e molti cattolici vennero fatti partire verso il campo di sterminio di Auschwitz (Slesia). Edith il 9 agosto successivo, assieme alla sorella Rosa, entrò nella camera a gas e andò incontro a Cristo glorioso.

A guerra finita, la fama di questa eroica figlia della Chiesa, esponente esimia del popolo ebraico, si diffuse rapidamente per il mondo. Molti la presero presto come modello e la ritennero una martire data da Dio per indicare al mondo, e soprattutto al popolo ebraico, la via della Verità, che in Cristo purifica, illumina e svela “l’Essere eterno”. Presso la Curia Arcivescovile di Colonia, dall’anno 1962 al 1972, furono preparati i processi canonici ordinari per la raccolta degli scritti e si raccolsero le testimonianze sulla sua fama di santità eroica. Il 1° maggio 1987 il Papa Giovanni Paolo II la beatificò a Colonia; il giorno 11 ottobre 1998 si celebrò la sua canonizzazione in Piazza San Pietro a Roma. Nel 1999 è stata dichiarata co-patrona d’Europa insieme a Santa Caterina di Siena e a Santa Brigida di Svezia.

di P. Rodolfo Girardello ocd

da Pregare, Anno 6, nn. 6-7, settembre-ottobre 1998.

Grazie alla comunità dei Carmelitani Scalzi della Provincia Veneta

Sant’Elia

Sant'Elia

SANT’ELIA

Profeta

Festa, 20 luglio

Jusepe de Ribera, Profeta Elia

Al tempo dell’esilio babilonese (586-538 a.C.) un ignoto Autore decise di mettere per iscritto certi antichi racconti sul profeta Elia, perché servissero come insegnamento e conforto agli esiliati.

Elia fu sacerdote e profeta, nato a Galaad, ad est del Giordano, nel Regno del Nord d’Israele, e visse nel secolo IX a.C., al tempo di Re Acab (874-853 a.C.). La moglie del re, Gezabele, era una principessa fenicia, figlia del Re di Tiro. Acab l’aveva sposata per sancire una alleanza con i potenti signori del mare, quali erano allora i re fenici nella regione costiera dell’attuale Libano. Fare alleanza con loro, voleva anche dire mescolare i culti e le usanze religiose tra i due popoli. Gezabele poi aveva una personalità testarda e irriducibile: non solo voleva continuare a onorare i suoi dei, ma pretendeva imporli anche ai suoi nuovi sudditi israeliti. A questo scopo aveva fatto erigere un tempio in onore dei suoi di Baal e Astarte, proprio a Samaria, la capitale d’Israele.

 

La vigna di Nabot

In quell’epoca ciascun israelita considerava il suo fazzoletto di terra come patrimonio inalienabile. Era la terra “promessa da Dio”, era “terra santa”! C’era dunque un certo Nabot che possedeva un vigneto nei pressi del palazzo reale, e quella terra faceva gola ad Acab che desiderava ingrandire la sua proprietà. Il sovrano tentò di acquistarla, ma Nabot era fermo nel rifiuto. Rispondeva ostinatamente: «Il Signore mi guardi dal cederti l’eredità dei miei padri!». E Acab conosceva bene l’implicazione, diciamo così “teologica”, di quell’attaccamento, tanto più che proprio lui – il Re – era tenuto a proteggere i deboli in nome di Jahve! Ciò non gli impediva comunque di sentirsene irritato, in preda a un malumore che gli toglieva il sonno e l’appetito. Ma Gezabele era fenicia: apparteneva a un popolo di mercanti, estranea a tutte quelle tradizioni religiose. Decise perciò di usare, ai suoi scopi, proprio quella religione a cui Nabot si appellava. Non c’era scritto nella legge mosaica che il peccato di bestemmia era punito con la morte e con la confisca dei beni? Era così semplice! Gezabele guardava il marito con scherno: «E tu saresti colui che esercita il potere in Israele?! Alzati, mangia e sta allegro! Te la darò io la vigna di Nabot!» Non le fu difficile trovare un paio di falsi testimoni e di giudici compiacenti: il povero Nabot venne accusato di bestemmia (“contro Dio e il Re!”) e lapidato. E la vigna divenne proprietà del Sovrano. Ma mentre Acab e Gezabele scendevano a prendere possesso del vigneto, trovarono a sbarrar loro la strada Elia, l’ uomo di Dio:

Nabot lapidato

«Così parla il Signore – disse il profeta minaccioso – tu hai assassinato, e ora usurpi! Perciò nello stesso luogo dove i cani hanno leccato il sangue di Nabot, lambiranno anche il tuo sangue! (…). E proprio su questo campo i cani divoreranno il corpo di Gezabele!» (1Re 21, 19-20. 23).

 

Il culto dei Baal in Israele

Alla divina condanna del suo operato, Acab si pentì e si umiliò; ma Gezabele si sentì invece divorare dall’odio e dal desiderio di vendetta, a cui costrinse anche il marito. «Nessuno si è mai venduto per fare il male, agli occhi del Signore, tanto quanto fece Acab, istigato dalla moglie Gezabele!». Ciò che la principessa fenicia faceva nel cuore del Re, istigandolo a trasgredire le sacre Leggi di Dio, pretendeva fare anche con l’intero popolo eletto: voleva sradicare dal loro cuore il primo e più grande comandamento della Legge che dice: «Io sono il Signore tuo Dio. Non avrai altri dei di fronte a me! Non ti farai idolo né immagine alcuna! Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, tutta la tua mente, tutte le tue forze!». Gezabele pretendeva imporre il culto di Baal e di Astarte, estirpando perfino il ricordo di Jahve, l’unico vero Dio di Israele.

Il nome Baal significa “Signore”, “Padrone”, e anche “Marito”, ed era così chiamato il Dio della tempesta, della pioggia, e dunque anche della fecondità. Si pensava che, attraverso la pioggia, il dio fecondasse la terra e le permettesse di generare; come attraverso il seme concedeva la fecondità del bestiame e della razza umana. In tal modo egli era il dio della vita, e il culto a lui dovuto si intrecciava con riti orgiastici, in cui aveva grande parte l’ esaltazione carnale.

Tali culti, col loro fascino corposo, erano una continua tentazione per il piccolo popolo di Israele che – unico nella storia – aveva il difficile compito di accogliere e difendere la Rivelazione di un Dio tutto spirituale (di cui non ci si doveva fare immagine alcuna!), trascendente (che non si poteva piegare a sé, mescolandolo alle proprie soddisfazioni), esigente (che chiedeva soprattutto obbedienza e purezza di cuore), geloso (che non ammetteva altri amori e altri dei). Non è che il popolo ebraico avesse intenzione di rinnegare Jahve, ma cedeva volentieri a forme di sincretismo (mescolando assieme i vari culti e le varie credenze), soprattutto quando il Re si mostrava a ciò inclinato. È in questo ambiente, e per queste necessità, che Dio fece sorgere come suo profeta Elia, il cui nome significa appunto: «Dio (El) è Jahve (Jah)». Poiché dunque il popolo ormai chiedeva a Baal il dono della pioggia e della fecondità, Elia apparve impetuosamente sulla scena come colui che poteva chiudere i cieli con la sua sola parola:

«Elia, il Tisbita, uno degli abitanti di Galaad, disse ad Acab: “Per la vita del Signore, Dio di Israele, alla cui presenza io sto, in questi anni non ci sarà più né rugiada né pioggia, se non quando lo dirò io!”». E la pioggia cessò di fecondare la terra. Di tale straordinaria siccità si ha notizia anche dagli storici extra biblici (Giuseppe Flavio, Menandro di Efeso).

È celebre la definizione che Elia ha dato di se stesso, presentandosi di schianto come uno che sta sempre alla presenza del suo Dio: «È vivo il Signore, dinanzi al cui Volto io sempre sto!» (1 Re 18, 1). La riflessione giudaica prima – e poi quella cristiana, e carmelitana in specie – hanno visto in questa fiera espressione del profeta il fondamento biblico di ogni “vita contemplativa”: vita di uomini che sanno restare alla presenza del Dio vivente, quasi a rappresentare e riscattare l’intera umanità spesso dimentica del Suo Esserci e della Sua Gloria. A causa di questa caratteristica “auto-presentazione”, Elia è stato riconosciuto – fin dalle origini del cristianesimo – come capostipite e modello ideale di coloro che si consacrano a Dio.

 

La fuga di Elia

Elia e la vedova di Zarepta

Perché fugga dalle ire della regina, Jahve gli rivolge questa parola: «Vattene da qui e dirigiti verso oriente. Nasconditi presso il torrente Karit. Berrai l’acqua del torrente, e i corvi per mio comando ti porteranno del cibo» (1 Re 17).

Elia ha sfidato il Re e la Regina Gezabele, e si è assunto il peso terribile di annunciare al popolo una immane sofferenza che non è tanto punizione, quanto dimostrazione della falsità dei culti fenici. Il cielo resterà chiuso, la pioggia non verrà, la terra resterà infeconda, uomini e bestiame non trasmetteranno vita perché saranno essi stessi minacciati di morte. Diventerà così evidente agli occhi famelici di tutti che “l’uomo non vive di solo pane, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”, tanto che la parola di Dio dimenticata (e che ora è solo sulla bocca del suo profeta) toglie anche il pane. Così diventerà evidente al popolo che esso adora un dio infecondo, un dio morto, un dio che non è nulla, ed è per questo che dilaga la carestia e la morte. Il profeta è solo: tutto il regno e tutto il popolo stanno per sollevarsi contro di lui, ed ecco che Dio lo chiama a Sé e lo avvolge nella sua intimità, lo disseta e lo nutre nella solitudine, a costo di un miracolo.

Poi anche quel torrente prodigioso seccò, e il Signore sostituì il prodigio con la carità di una povera vedova, simile a quella che Gesù osserverà più tardi mentre getta nel tempio i suoi ultimi soldini, “tutto ciò che le restava per vivere”. «Il Signore disse ad Elia: “Va’ in Zarepta di Sidone, e stabilisciti là. Ecco, io ordinerò a una vedova del posto di procurarti il cibo”». Il profeta dovrà inoltrarsi proprio nella terra dei fenici – dove egli è non solo straniero, ma nemico – e cercare aiuto presso una povera donna che non ha più nulla: «Entrato nella porta della città, vide una vedova che raccoglieva della legna». Quando Elia le chiede da bere e da mangiare, la poveretta risponde che non ha più nulla: le è rimasto soltanto un pugno di farina nella giara e un pochino d’olio nell’orcio, e quella legna le serve per cuocere un’ultima focaccia per lei e per il suo ragazzo. «la mangeremo e poi moriremo». Elia, anche se bisognoso di accoglienza, porta con sé la paterna provvidenza di Dio: «Non temere, prepara una piccola focaccia per me e portamela, quindi ne preparerai anche per te e per tuo figlio, poiché dice il Signore: “la farina nella giara non si esaurirà, e l’orcio dell’olio non si svuoterà, finché il Signore non farà piovere sulla terra!”».

Quella casa straniera, priva di ogni aiuto e di ogni protezione – accogliendo nelle sue mura l’inviato di Dio – diventa così ricca di pane e di vita. Tanto che quando il figlio della vedova si ammala e muore, Elia si prende il bambino in grembo e quasi lo riscalda con tutto se stesso, e il piccolo ritorna in vita. Sarà Gesù, molti secoli dopo, a ricordare questi episodi ai suoi compatrioti, agli abitanti di Nazareth che gli rifiutano ospitalità: «Nessun profeta è bene accetto in patria. C’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese, ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova in Zarepta di Sidone» (Lc 4,24-25).

 

Il sacrificio sul Monte Carmelo

D. Fetti, Il sacrificio di Elia

«Dopo molto tempo, il Signore disse a Elia: “Su, mostrati ad Acab; io concederò la pioggia alla terra» (1 Re 18).

Quando si incontrarono Elia disse al Re: «Su, raduna davanti a me tutto Israele sul Monte Carmelo, e raduna anche i quattrocentocinquanta profeti di Baal e i quattrocento profeti di Astarte che mangiano alla tavola di Gezabele!».

Il Carmelo non è una cima isolata, ma piuttosto una lunga catena montuosa, stesa lungo la costa, posta a confine tra il Regno di Israele e il territorio dei Fenici. Oltre a essere un luogo sacro per antichissime tradizioni, era anche simbolo di bellezza e di fecondità, perché abitualmente ricco di vegetazione spontanea.

Davanti al popolo radunato per un sacro giudizio, stavano Elia, il profeta perseguitato e solitario, e i numerosissimi protetti di Gezabele. Elia gridò verso il popolo: «Fino a quando zoppicherete da ambedue i piedi? Se Jahve è Dio, seguitelo! Se invece lo è Baal, allora seguite lui!». Ma il popolo non rispose nulla. Il dramma era tutto in quel pauroso silenzio di un popolo che non aveva scelto, che non voleva scegliere, che pretendeva quasi camminare sulla cresta della montagna, in un impossibile equilibrio, zoppicando da un lato e dall’altro. Ma era ormai un popolo estenuato dalla sete e dalla fame. Ed Elia lanciò la sua sfida: là, sulla montagna sacra del Carmelo, egli avrebbe eretto un altare e vi avrebbe deposto sopra una vittima sacrificale; lo stesso avrebbero fatto i profeti di Baal secondo i loro costumi. Nessuno però avrebbe acceso il fuoco per l’olocausto: «Voi invocherete il nome del vostro dio e io invocherò quello del Signore. La divinità che risponderà concedendo il fuoco è Dio!».

«Elia disse ai profeti di Baal: “Sceglietevi il giovenco da sacrificare e cominciate voi perché siete più numerosi. Invocate il nome del vostro Dio, ma senza appiccare il fuoco”. Quelli presero il giovenco, lo prepararono e invocarono il nome di Baal dal mattino fino a mezzogiorno, gridando: “Baal, rispondici!”. Ma non si sentiva un alito, né una risposta. Quelli continuavano a danzare intorno all’altare che avevano eretto. Essendo già mezzogiorno, Elia cominciò a beffarsi di loro dicendo: “Gridate con voce più alta, perché egli è un dio! Forse però è soprappensiero oppure indaffarato, o in viaggio; caso mai fosse addormentato, si sveglierà”. Gridarono a voce più forte, e si fecero incisioni, secondo il loro costume, con spade e lance, fino a bagnarsi tutti di sangue. Passato mezzogiorno, quelli ancora agivano da invasati, ed era venuto il momento in cui si sogliono offrire i sacrifici, ma non si sentiva alcuna voce, né una risposta, né un segno di attenzione» (1 Re 18, 25-29).

Quando fu chiaro che quegli idolatri avevano fallito la prova, Elia rialzò il vecchio altare di Jahvé che era stato demolito, pose su di esso la vittima sacrificale e poi fece inondare tutto di acqua, ripetutamente, per dare ancora più evidenza al miracolo che doveva compiersi.
«Al momento dell’offerta, si avvicinò il profeta Elia e disse: “Signore, Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, oggi si sappia che tu sei Dio in Israele, e che io sono tuo servo, e che ho fatto tutte queste cose per tuo comando. Rispondimi, Signore, rispondimi, e questo popolo sappia che tu sei il Signore Dio e che converti il loro cuore!”. Cadde il fuoco del Signore e consumò l’olocausto, la legna, le pietre, prosciugando l’acqua del canaletto. A tal vista, tutti si prostrarono a terra ed esclamarono: “Il Signore è Dio! Il Signore è Dio!”» (vv. 36-39).

 

L’intercessione del profeta Elia

Quando il popolo riconobbe, con un solo grido, che Jahve era l’unico e vero Dio, il principio di ogni vita e di ogni fecondità, Elia pronunciò l’attesa promessa: i cieli si sarebbero aperti, e la pioggia avrebbe finalmente ristorato la terra.

«Elia si recò sulla cima del Carmelo; e gettatosi a terra pose la faccia tra le proprie ginocchia. Quindi disse al ragazzo che lo accompagnava: “guarda verso il mare!”. Quegli andò, guardò e disse: “Non c’è nulla!”. Elia gli disse: “tornaci ancora!”. E fu così per sette volte. La settima volta il ragazzo riferì: “Ecco, c’è una nuvoletta, piccola come una palma di mano d’uomo, che sale dal mare“. Elia gli disse: “Va’ a dire ad Acab: attacca i cavalli e scendi in fretta, affinché non ti sorprenda la pioggia!”. Subito il cielo si oscurò per le nubi e per il vento, e la pioggia cadde a dirotto” (1 Re 18, 42-46).

Il profeta che ha chiuso i cieli con la sua parola ora diventa per tutti intercessore di misericordia. I cristiani vedranno nell’ episodio della nube che sorge dal mare l’annuncio del Figlio di Dio che verrà a donarci se stesso, come acqua. San Cesario di spiegava ai suoi fedeli: «La piccola nube che saliva dal mare era una figura della carne di Cristo che doveva nascere sul mare di questo mondo». Ma furono i Carmelitani medievali che precisarono con maggior delicatezza una tale interpretazione, costruendo poi su questa riflessione la loro spiritualità e la loro “devozione” mariana: la piccola nuvola, pregna di pioggia e di grazia, simboleggiava Maria, la vergine immacolata, portatrice di Gesù: «Come la nube si levò leggera e dolce dalle amare acque del mare, così Maria sorse dalla nostra razza umana, ma libera da ogni peccato fin dalla sua origine» (Cfr. Institutio primo rum monachorum).

Dio si rivela al profeta

«Acab raccontò a sua moglie Gezabele tutto ciò che Elia aveva fatto e come aveva ucciso tutti i profeti di Baal. Allora Gezabele mandò ad Elia un messaggero per dirgli: “Che gli dei mi puniscano, se entro domani a quest’ora io non ti avrò fatto fare la stessa fine che tu hai fatto fare ai mie profeti!”. Elia ebbe paura e fuggì per salvarsi la vita».

Elia fugge per improvvisa paura, ma Dio lo lascia cadere nella debolezza per rivelargli un altro e più profondo aspetto del suo Mistero. «Arrivò a Bersabea, lasciò il suo servitore, e proseguì nel deserto per un’altra giornata di cammino. Alla fine si sedette sotto un ginepro, e si augurò di morire: “Signore – disse – non ne posso più! Toglimi la vita, perché non valgo più dei miei padri!”. Si coricò e si addormentò sotto quel ginepro». Bersabea era un’oasi posta ai confini meridionali del Regno, dove cominciava il deserto, un pozzo scavato da Abramo, e poi difeso dal figlio Isacco. Proprio lì Jahvé aveva rinnovato a costui la promessa già fatta al padre: «Io sono il Dio di Abramo tuo padre; non temere perché io sono con te…» (Gen 26, 15ss). Ma Elia vi giunge stanco e sfiduciato. Senza saperlo egli sta ripercorrendo le tappe di un ideale pellegrinaggio, e Dio sta tramutando la sua fuga in un ritorno alle sorgenti pure della fede ebraica:

J.A. Escalante, L’angelo desta dal sonno il profeta Elia

«All’improvviso un angelo lo svegliò e gli disse: “Alzati e mangia!”. Subito notò accanto a sé una focaccia, di quelle cotte su pietre arroventate, e una brocca d’acqua. Dopo aver mangiato e bevuto, si mise di nuovo a dormire. Ma l’angelo del Signore lo svegliò una seconda volta e gli disse: “Mangia ancora, perché il tuo cammino sarà molto lungo!”. Elia allora si alzò, mangiò e bevve. Poi, rafforzato da quel cibo, camminò quaranta giorni e quaranta notti, fino all’ Horeb, il monte di Dio».

Si intravvede nel racconto la ripresa simbolica dei quarant’anni durante i quali il popolo eletto vagò nel deserto, il ricordo della manna donatagli da Dio, e infine l’approdo al monte santo della Rivelazione: l’Horeb (o Sinai). Vi si scorge anche una anticipazione del mistero eucaristico: nelle prove della vita – soprattutto quando essa sembra tramutarsi in un deserto, e ci opprime un senso di fallimento o di paura – e nelle prove della fede – quando essa si fa vacillante – l’Eucarestia è il pane degli angeli che Dio ci ha dato, per rafforzarci e per sostenerci nel cammino, fino all’incontro con Lui.

Quando finalmente il profeta giunge al Sinai, accade una delle teofanie (manifestazioni di Dio) più sconvolgenti dell’ Antico Testamento. Sconvolgente perché inattesa nelle modalità, e in grado di modificare la stessa maniera di immaginare e di attendere Dio.

«Giunto sull’ Horeb Elia entrò nella caverna per passarvi la notte. Gli fu detto: “Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore!”(…). Ed ecco che il Signore passò. Ci fu prima un vento impetuoso e violento, tanto da spaccare le montagne e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto ci fu il fuoco. Ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu come un mormorio di vento leggero. Appena l’udì Elia si coprì il volto col mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna. E sentì una voce che gli diceva: “Che fai qui Elia?“. Egli rispose: “Sono pieno di gelosia, per il Signore Dio degli eserciti, perché gli israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari e hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo, e tentano di togliermi la vita”». (1 Re 19, 9-14).

Nella mistica carmelitana sarà celebrata – per secoli, fino ai nostri giorni – questa “passione gelosa per la gloria di Dio” (la frase “ardo di gelosia per il Signore Dio degli eserciti” è scritta sul cartiglio che avvolge lo stemma carmelitano), passione che finalmente raggiunge il cuore della creatura (e assieme il cuore stesso di Dio) nell’ atto supremo della pura e amorosa contemplazione.

 

L’assunzione in cielo di Elia

Per comando di Dio, la vicenda di Elia ormai va verso la conclusione nella scelta che egli deve operare di un successore, un discepolo che continui la sua opera. Ma è in questo passaggio di consegne che la Scrittura dà un ultimo e decisivo tocco alla storia di Elia, un tocco conclusivo che resterà determinante: Elia non muore, viene assunto in cielo, in una travolgente coreografia, mentre Eliseo, il discepolo, lo invoca – a nome di tutto il popolo – con un grido struggente: «Mentre camminavano e parlavano, un carro di fuoco con cavalli di fuoco passò in mezzo a loro. Elia fu rapito in cielo in un turbine di vento. Eliseo guardava e gridava: “Padre mio, Padre mio! Difesa e guida di Israele!”» (2 Re 2,11-13). Al di là della glorificazione poetica e popolare, il fatto che Elia “non muoia”, significa che Egli mantiene nella storia del popolo eletto una funzione permanente: egli deve vivere perché è «designato a rimproverare i tempi futuri/ per placare l’ira prima che divampi/ per ricondurre il cuore dei padri verso i figli» (Sir 48, 10).

Il profeta Elia è il personaggio dell’antica Alleanza più ricordato e più presente in quella Nuova: perfino più di Abramo, perfino più di Mosè: egli era atteso come precursore del Messia, e Gesù stesso scorgerà i suoi tratti spirituali nel volto di Giovanni Battista. E anche sul monte della Trasfigurazione, accanto a Cristo i discepoli videro appunto Mosè ed Elia, che «discutevano con Lui, della sua morte a Gerusalemme» (Lc 9, 30).

Nella tradizione giudaica, è Elia – il profeta sempre vivente – che guida il popolo ebraico nelle strade tormentate della storia e lo sorregge e lo conforta: ogni volta che scende la sera del sabato, si attende il suo ritorno; un seggio vuoto è a lui destinato durante il rito della circoncisione e, durante la cena pasquale, c’è sempre una coppa di vino in più, pronta per il Profeta, se dovesse tornare. Anche i monaci cristiani – tutti, fin dalle esperienze eremitiche dei primi secoli – considerarono Elia come loro Padre e Fondatore; ed è per questo che il Monte Carmelo, sacro alla memoria del Profeta, divenne nel secolo XIII, un luogo dove si raccoglievano i pellegrini di Terra Santa che decidevano di consacrarsi a Dio. Per tutti, giudei e cristiani, l’attaccamento a Elia ebbe il segno della affezione filiale.

di P. Antonio M. Sicari ocd

da Riflessi di Dio – I Santi del Carmelo, EDIZIONI OCD, Roma 2009.

Grazie alla comunità dei Carmelitani Scalzi della Provincia Veneta

Santa Teresa Margherita Redi

Santa Teresa Margherita Redi

SANTA TERESA MARGHERITA DEL SACRO CUORE DI GESÙ
(ANNA MARIA REDI)

1747 – 1770

Festa, 1  settembre

L’infanzia

Sacro Cuore di Gesù

Anna Maria Redi nasce nel 1747 da una nobile famiglia aretina. Il papà, Ignazio, è “Balì” (cioè Gran Maestro) dell’Ordine Militare Cavalleresco di S. Stefano Papa. La madre, Camilla Ballati, è una nobildonna senese: la piccola Anna Maria sente la mamma un po’ troppo estranea, soprattutto quando la vede incline a una vita spensierata e salottiera, anche se è una donna cagionevole di salute. Anna Maria ha invece una vera passione per il papà, giovane uomo di ventisette anni, con il quale ha una profonda e spirituale sintonia; non solo perché egli accondiscende ai suoi giochi e si prende cura della sua educazione, ma soprattutto perché egli risponde sempre alle sue innumerevoli domande su Dio e sul mondo degli angeli. Fu il papà a insegnarle a pregare, a spiegarle la sacra dottrina, a farle gustare i sacramenti, a farle amare la natura e i messaggi che da essa promanano.

Ma c’è di più. La casa di Ignazio Redi si era aperta alla devozione del Sacro Cuore, proclamata alcuni decenni prima dalla monaca visitandina Margherita Maria Alacocque che diceva d’aver avuto una particolare rivelazione. Allora la Chiesa non si era ancora espressa (la beatificazione della monaca visitandina sarebbe avvenuta un secolo dopo): la festa che oggi si celebra con tanto affetto sarà estesa al mondo intero solo nel 1856. Il cuoricino che la piccola aveva era tutto pieno dell’amore per suo padre, e il papà le diceva che il cuore di Dio era ancora più paterno e più affettuoso del suo, e glielo faceva esperimentare. «Lo sa bene Gesù – dirà più tardi Anna Maria al suo confessore – che io fin da piccina non ho mai voluto altro che piacere a Lui e farmi santa».

 

Il papà come direttore spirituale

A nove anni – secondo l’uso del tempo – venne affidata a un monastero di benedettine per ricevere una istruzione adatta al suo rango. La ragazza, tra i dieci e i quattordici anni, sceglie come sua guida spirituale il papà, col quale “stringe una alleanza spirituale“, mantenendo con lui una fitta corrispondenza. Ignazio racconterà poi la meraviglia che provava al vedere “quanto profondamente lo Spirito di Dio si comunicava a un’anima in così tenera età”.

Quando, proprio lui, dovrà testimoniare ai processi canonici per la beatificazione di quella figlia amata, morta a soli 22 anni, dirà: «arrossisco, perché io peccatore ho osato istruire una vera santa». Il biografo commenta: «è forse l’unico caso dell’agiografia cristiana in cui una giovane abbia avuto come direttore spirituale il proprio babbo». Questa esperienza unica, più che rara, avrà per Anna Maria una duplice conseguenza benefica: da un lato il papà le divenne “doppiamente padre”, dall’altro lato la ragazza non farà più alcuna fatica a considerare come suoi veri padri i sacerdoti, ai quali in seguito si affiderà nel sacramento e per la direzione della sua anima. E anche Ignazio fece l’esperienza, invidiabile per un padre, di cosa sia avere non soltanto una figlia di sangue, ma anche – come diceva splendidamente – “una figlia dell’anima”.

 

La chiamata al Carmelo

Quando Anna Maria tocca i sedici anni di età, le accade l’unico episodio della sua vita che abbia qualcosa di straordinario: si presenta al parlatorio del monastero benedettino una fanciulla di Arezzo; viene a salutare le suore che la hanno educata da bambina, e le altre collegiali, perché ha deciso di entrare nel Monastero Carmelitano di Firenze. Per qualche minuto, in quel parlatorio, tutti parlano del Carmelo, ed ecco che Anna Maria sente dentro di sé, chiaramente, una voce che le dice: «Sono Teresa di Gesù e ti voglio tra le mie figlie». Emozionata fugge via e corre a gettarsi davanti al tabernacolo, e la voce interiore le ripete con più forza ancora: «Io sono Teresa di Gesù, e ti dico che ti voglio tra le mie figlie». Racconterà poi Anna Maria che si era sentita «come se le stringessero il cuore in un abbraccio, con un gran fuoco» e che «le pareva dall’allegrezza di essere diventata pazza…».

Tornò in famiglia e attese in affettuosa obbedienza il compimento dei diciassette anni di età: il papà le aveva detto che prima di allora non voleva discutere con lei di progetti vocazionali. Doveva usare i mesi che ancora mancavano pregando e riflettendo e lasciandosi condurre da Dio. Anna Maria cerca silenziosamente di vivere già come una carmelitana: quello che sa con certezza è che dovrà offrire tutto, e perciò innesta nelle giornate e nelle abitudini dei segni della sua appartenenza a uno Sposo Crocifisso: piccole e grandi rinunce colte al volo nel normale scorrere degli avvenimenti, qualche sofferenza volutamente ricercata, e il dominio costante della propria istintività.

Nel Settecento, pettinarsi con acconciature elaborate e preziose è per le donne “il problema del secolo; ma il parrucchiere che viene spesso ad acconciare le donne di casa Redi, osserva strabiliato che quella fanciulla – al termine del suo lungo lavoro – rifiuta lo specchio che egli le offre. «Grazie, non importa», risponde l’Annina.

Finalmente Anna Maria può decidere della sua vita, ma il papà esige prima che la ragazza venga esaminata da tre dotti e santi ecclesiastici, tra cui il Padre Provinciale dei Carmelitani. Costui – uomo particolarmente severo – le descrisse i rigori della vita carmelitana a tinte così forti che avrebbero sgomentato chiunque. Ma sembrava che Anna Maria desiderasse proprio quella radicale dedizione. Alle monache il Provinciale riferì poi di non avere mai incontrato una ragazza così: sembrava che S. Teresa d’Avila se la fosse preparata con le sue stesse mani. Nella lettera che ella scrisse al Carmelo, per chiedere l’ammissione, usò una espressione che sembra anticipare tutto ciò che dovrà poi accaderle: disse che voleva «fare a gara con quelle buone religiose nell’amare Iddio».

Nel monastero di Santa Teresa, a Firenze

Ex Monastero di Santa Teresa, Firenze

Nel monastero in cui la ragazza chiede di entrare, vive ormai una comunità molto invecchiata, nella quale non erano entrate novizie da più di vent’anni. Quando Anna Maria si presenta alla porta del monastero, la Priora e le sue quattro consigliere hanno tutte più di settantadue anni. In pratica, 10 monache sono molto anziane e molto malate, e delle quattro in età giovanile (attorno alla trentina) una sta per ammalarsi in maniera ancora più seria e distruttiva di ogni altra. Altre quattro sono novizie, coetanee della nostra Santa.

Volle chiamarsi Teresa Margherita del S. Cuore di Gesù: Teresa, come la contemplativa di Avila; Margherita come la monaca visitandina che aveva chiesto ai cristiani di restituire “amore per amore” al cuore trafitto del Figlio di Dio. Disse subito, con assoluta sincerità, che «non avrebbe cambiato il suo stato col più felice del mondo, perché si trovava in Paradiso», e aggiunse che «era per lei una grazia esser venuta a fare da serva a quegli angeli». Cercò anzitutto di nascondersi nell’umiltà per lasciarsi guardare soltanto dal suo Sposo Divino, e vibrava di gioia a quell’avvertimento di S. Paolo che ai primi cristiani diceva: «La vostra vita è nascosta con Cristo, in Dio». In uno dei rari testi che ella ci ha lasciato si legge questa preghiera: «Mio Dio… ora e per sempre io intendo rinchiudermi nel vostro amabilissimo cuore, come in un deserto, per condurvi con Te, per Te, in Te, una vita nascosta di amore e di sacrificio».

Nel monastero di Firenze, la Maestra di noviziato aveva allora 78 anni: era davvero una educatrice eccezionale, ma oltre ad essere vecchia era anche tanto malata. Teresa Margherita venne scelta dalla Priora per assistere la Maestra come infermiera. Accadeva che la Maestra, pur provando una infinita tenerezza per la sua generosa novizia-infermiera, non le risparmiava proprio niente: nessun errore, nessuna distrazione, nessuna inavvertenza. Cercava volutamente pretesti per correggerla. Teresa Margherita moltiplicava le sue cure e le sue attenzioni, custodendo nel cuore e sulle labbra un’esclamazione adorante che aveva imparato dalle antiche tradizioni dell’Ordine Carmelitano. Si ripeteva: «Hic est Christus meus»: “è il mio Cristo” a parlarmi, a correggermi, ad esortarmi, ad essere esigente col mio amore. A volte qualche monaca diceva alla Maestra che quel suo rigore era davvero eccessivo, ma la vecchia educatrice rispondeva: «Non lo farei, se non fossi sicura di lei».

Fu così che Teresa Margherita visse il suo noviziato: da un lato assorbiva il normale ritmo della vita monastica, e dall’altro imparava a conoscere Dio, e il suo amore, e la sua volontà, e le dottrine spirituali in quel sublime incontro tra due anime grandi (la sua e quella della Madre Maestra) che non si risparmiavano nulla. Nel disegno di Dio quella situazione così particolare doveva preparare la giovane monaca a una specifica vocazione.


Al servizio delle membra sofferenti di Cristo

Nella tradizione carmelitana Teresa Margherita rimarrà come «la santa infermiera», titolo piuttosto originale per un Ordine dedito esclusivamente alla vita contemplativa. Da un lato ella doveva offrire alla Chiesa l’esempio di come si possano amalgamare tra loro la più totalizzante esperienza contemplativa e la più estenuante dedizione attiva alle membra sofferenti di Cristo; dall’altra ella doveva immergersi in un dramma mistico di cui vedremo tra breve la inaudita profondità.

Anzitutto dobbiamo dire che Teresa Margherita fu una infermiera volontaria: era entrata al Carmelo per cercare Dio solo, e Dio decise di manifestarsi a lei in quelle anziane sorelle che si ammalavano una dopo l’altra, e di cui ella chiedeva spontaneamente di prendersi cura.

Un monastero carmelitano – in cui le monache non possono essere più di una ventina – è un piccolo mondo in cui le responsabilità e gli uffici sono accuratamente distribuiti in modo che tutto proceda in maniera armonica ed efficiente. Se qualcuna si ammala le altre devono assumersi non solo il peso della assistenza richiesta, ma anche i compiti che la malata deve intanto abbandonare. Non è perciò difficile immaginare che cosa accadde, nel monastero di Teresa Margherita, quell’anno in cui più di dieci monache si ammalarono contemporaneamente in forma grave: ella si assunse il peso della assistenza a tutte le inferme, con una tale naturalezza che le altre finirono per considerarla una cosa normale. Di fatto ciò significava per lei la rinuncia ad ogni istante di tempo libero.

Affidare ciascuna nelle mani di Dio

S. Teresa Margherita Redi

C’era una monaca ormai ottantenne che era stata resa dalla malattia ombrosa e irritabile. Teresa Margherita la accudiva con tanta dedizione che la vecchietta ne era tutta soddisfatta, e diceva che mai aveva trovato una infermiera come quella. In comunità si notava che la malata era diventata così allegra che la Maestra chiese alla giovane come avesse fatto a ottenere quel risultato: Teresa rispose con semplicità che, sapendo la malata incontentabile, «lei l’aveva collocata nelle mani di Dio e ne aveva dato tutta la cura a Maria Santissima».

Un giorno nel refettorio deserto è rimasta una monaca dolorante che cincischia il suo povero cibo senza riuscire a masticarlo per un terribile mal di denti che la tormenta. Teresa Margherita, che ha servito a tavola ed è l’unica rimasta, le si avvicina, la guarda con compassione; al Carmelo vige la regola del silenzio, ma lei sembra dimenticarla: «Poveretta – le dice – lei spasima e perciò non può prendere cibo». Poi improvvisamente si china e le dà un bel bacio sulla guancia malata. La poveretta sente un dolore acutissimo che però subito scompare, per sempre. Vivrà ancora lunghi anni, ma non soffrirà mai più di quel male. La cosa fa un tale scalpore che se ne parla anche fuori del monastero, ma Teresa Margherita si sente tutta confusa perché ha mancato due volte alla Regola: parlando in tempo di silenzio e lasciandosi andare a una manifestazione affettuosa inusuale nel chiostro, perciò ne chiede perdono alla priora.

Un’altra anziana inferma è notoriamente sorda, tanto da non intendersi nemmeno col confessore, e ha un filo di voce. Anche lei non vuole altra assistenza che quella di Suor Teresa Margherita. E con l’ infermiera discorre tranquillamente, e senza usare nemmeno il cornetto acustico. Non solo ma, quando Teresa Margherita è lontana, ad assistere altre malate, e la vecchina la chiama con voce flebilissima, lei la sente e da lontano risponde senza gridare, e la povera sorda la ode e si acquieta. Quando infine è giunto il suo turno, si lascia accudire in tutte le sue necessità e chiede alla Santa: «E adesso mi parli di Gesù!». Un giorno, senza che loro lo sappiano, c’è nella stanza accanto il prete venuto a comunicare l’inferma. L’hanno fatto aspettare apposta perché possa ascoltare: Teresa Margherita suggerisce all’inferma atti di fede e di abbandono in Dio, la esorta ad offrire a Lui ogni sofferenza, e soprattutto le fa ripetere atti di amore e di speranza. «Dovevo farmi forza per non piangere» racconterà poi il prete; e aggiungeva che molti sacerdoti avrebbero dovuto imparare da lei la maniera di assistere i malati e i moribondi.

 

Restituire amore per amore

Il poco tempo che le restava consisteva in prendere in tutta fretta un boccone (quando era possibile) e dedicarsi alla preghiera e al rapporto personale con Dio. Ma tutto ciò nascondeva un dramma mistico la cui profondità ci sfuggirà sempre. Si tratta di questo: Teresa Margherita aveva tratto dalla sua devozione al Sacro Cuore un norma di comportamento cristiano che ella esprimeva impetuosamente così: «bisogna restituire amore per amore». E poiché Gesù ci ha amato soffrendo per noi, noi dobbiamo voler soffrire per Lui. Non si trattava di inventare niente; le malate della sua comunità concretizzavano per lei ambedue questi movimenti d’amore e di croce: esse erano per lei l’immagine di Cristo che soffriva, e lei, per amarLo, doveva assumersi con gioia il durissimo peso del servizio. Diceva: «Lui in Croce per me, io in croce per Lui». Questo era l’ideale al quale si era consacrata per sempre. Il confessore di Teresa Margherita la vedeva crescere in questo amore divino come se un incendio interiore la bruciasse tutta, fin quando ella sembrò toccare l’intima sostanza di quel fuoco. La ragazza aveva solo vent’anni.

Una Domenica in coro, durante la liturgia, risuonarono le parole latine: «Deus Charitas est, et qui manet in charitate in Deo manet et Deus in eo» (“Dio è Amore. Chi resta nell’amore rimane in Dio, e Dio rimane in lui”). Teresa Margherita le aveva sentite indubbiamente spesso, ma quella volta ne rimase come posseduta: per alcuni giorni restò come trasognata, la vedevano muovere le labbra e capivano che si ripeteva quelle parole come ad assaporarle ripetutamente. Chiamarono il confessore, temendo si trattasse di una crisi isterica. Dopo averla ascoltata a lungo, nel segreto della Confessione, costui si limitò a dire alle monache: «Vorrei che tutte aveste la malattia che ha Suor Teresa Margherita». Quando ella riuscirà a spiegarsi, dirà che il pensiero di «vivere nella vita di Dio» e che «Dio viveva in lei», e che «era una sola vita, una sola carità, un solo Dio!» – un pensiero così! – l’aveva riempita di una gioia indicibile, tale che non c’era più spazio per altro.

 

La notte oscura

Tela raffigurante S. Teresa Margherita e il Sacro Cuore

E qui comincia il dramma: a partire da questo stesso momento in cui ella sembra essersi avvicinata al cuore stesso della Divinità, Dio le toglie ogni “sensazione d’amore”: prova ancora un desiderio sconfinato di amare Dio, ma come di qualcosa di cui ella è assolutamente priva: è infinitamente lontana da ciò che è amore, infinitamente indegna. Lei non ama Dio, non lo ha mai amato: ed è un pianto irrefrenabile, come se tutta la sua vita si raggrumasse nell’angoscia di essere priva di Dio. Gli esperti di esperienza mistica sanno di che si tratta. Permettendo questa terribile esperienza, Dio si prefigge due scopi (di altissimo amore). Da un lato Egli toglie alla creatura ogni ombra di egoismo. «Molti – spiegava S. Francesco di Sales – invece di amare Dio per far piacere a Lui, Lo amano per le consolazioni che provano nel suo santo Amore… Invece di essere “amanti di Dio”, divengono amanti dell’amore che egli portano…». Il cammino mistico conduce nel centro della notte più oscura, perché soltanto là è possibile vedere sorgere il Sole in tutta la sua splendente gratuità.

Il secondo scopo che Dio si prefigge è quello di spiegare alle anime che più lo amano (e che Egli più ama) uno dei suoi più profondi misteri: che Egli “dà via” i suoi eletti – come ha fatto con suo Figlio – perché raggiungano i perduti e i disperati, condividano le loro angosce: fatti simili a loro in tutto, eccetto che nel peccato. E in modo che amino infinitamente quanto più sembrano privati d’amore, anche in sostituzione di chi ne è privo davvero.
Come affrontò una simile prova questa ragazza di vent’anni? Teresa Margherita decise di gettarsi a capofitto nell’unico amore che le restava possibile: sapendo per fede che Dio ha legato assieme i due grandi comandamenti (la carità verso di Lui e la carità verso il prossimo) decise di amare il suo prossimo – quelle malate che restavano lì, davanti a lei, e chiedevano di essere amate – e di amarlo divinamente.

Le venne concessa anche l’ultima crocifiggente esperienza, quando una delle consorelle più giovani si ammalò di demenza precoce, con periodiche crisi di violenza. Teresa Margherita si offrì volutamente, chiedendo di poter dare una mano nei momenti più difficili, finché pian piano anche quel difficile peso cadde tutto sulle sue spalle. Teresa Margherita, prima di entrare nella cella della malata, s’inginocchiava brevemente davanti a una immagine della S. Vergine, lì vicino, e a lei la affidava. E chiedeva coraggio. Poi era pronta ad accettare tutto: dagli strapazzi, agli insulti furiosi, a quel dover andare di qua e di là, senza quasi un respiro, per vedere di contentarla quanto più fosse da lei dipeso… e non dide mai segno minimo di stanchezza o di fastidio.

Accadde una volta che ella dovette fuggire in fretta perché la pazza aveva tentato di percuoterla: si rifugiò tutta tremante nella stanza di una consorella e si sfogò: «Non ne posso più!». La sera chiese perdono alla comunità dello scandalo dato, come se avesse commesso un grave peccato. «Fuggiva ogni occasione di essere da noi compatita», testimoniarono le sorelle. Eppure tutte sapevano che il suo carattere era «vivace e acceso»: nei primi tempi della vita monastica l’avevano vista spesso arrossire violentemente, nello sforzo di dominarsi davanti a qualche contrarietà.

Ma ora bruciava dentro, per quell’amore che voleva dimostrare a ogni costo al suo Dio che sembrava nascondersi e che pure era così presente nella sofferenza estrema di una sorella privata del più grande bene.

 

Consumata dall’amore di Dio

Aveva soltanto ventidue anni. Benché conducesse una vita di fatiche e di sacrifici, sembrava che la salute non ne scapitasse, anzi pareva che le sue forze crescessero di giorno in giorno. Ma una sera, mentre fa il solito giro delle malate, un violento attacco di dolori colici la piega fino a terra. Accorrono le consorelle che l’aiutano a stendersi sul suo pagliericcio. Mentre attendono il medico, Teresa Margherita chiede che tutte recitino con lei cinque Gloria Patri in onore del Sacro Cuore. Il medico non dà troppo peso all’accaduto. In realtà è in atto una peritonite, e la cancrena è già cominciata. Tiene tra le mani un Crocifisso e lo bacia a lungo con indicibile tenerezza. Nessuno si accorge che sta morendo. Al pomeriggio una sincope improvvisa. Riescono a darle gli ultimi sacramenti ma all’ultimo istante, quando forse è già morta.

Il giorno dopo, le esequie. A notte il corpo viene portato nei sotterranei del monastero – secondo gli usi del tempo – per una veloce sepoltura. Ma ecco che il corpo, contro ogni previsione, è ridiventato bello, giovane, come se fosse vivo. La sepoltura viene sospesa, nell’attesa che l’Arcivescovo decida il da farsi. E intanto nel sotterraneo si espande continuamente uno straordinario profumo che tutti possono constatare. Quando l’Arcivescovo giunge, dopo sedici giorni, accompagnato da quattro medici, trova «il corpo tutto flessibile, l’occhio umido, il colorito di una che sia perfet-tamente sana, inclusive la pianta de’ piedi di sotto, rossa come se avesse molto camminato sino ad ora, insomma pare che dorma…».

«Come se avesse molto camminato…»: infatti era stata una contemplativa sempre in cammino nei lunghi corridoi del monastero a soccorrere le sue malate. E proprio questa grazia aveva chiesto a Dio: di «morire infermiera». Quel corpo è ancora oggi incorrotto. E le monache, fin dalla prima liturgia funebre, senza quasi accorgersene, non cantarono la “Messa per i defunti”, ma quella “delle Sante Vergini”. A casa Redi, il papà Ignazio riceveva in ricordo il Crocifisso che la figlia aveva tenuto tre la mani morendo. E anche da quel crocifisso, esattamente dalla piaga del costato, emanava lo stesso intenso profumo. Ed egli sentiva un profumo per la prima volta, perché per tutta la vita era stato privo del senso dell’olfatto. Era un piccolo miracolo, un piccolo dono che l’Annina faceva a colui che l’aveva educata alla fede.

È stata proclamata santa da Pio XI il 19 marzo 1934.

di P. Antonio Maria Sicari ocd

da Riflessi di Dio – I Santi del Carmelo, EDIZIONI OCD, Roma 2009.

Grazie alla comunità dei Carmelitani Scalzi della Provincia Veneta

Santa Elisabetta della Trinità

Santa Elisabetta della Trinità

SANTA ELISABETTA DELLA TRINITÀ

1880 – 1906

Memoria, 8 novembre

 

Nascita

Elisabetta nel giorno della sua Prima Comunione

Elisabetta Catez – che nel monastero carmelitano di Dijon sarà chiamata “Elisabetta della Trinità” – nacque a Camp d’Avor (Bourges) nel 1880.

Di temperamento fiero e impetuoso, perfino collerico, ma anche molto ardente nei buoni desideri, la bambina modificò radicalmente il suo carattere quando la mamma le spiegò che, per fare la “prima comunione”, bisognava poter offrire a Gesù un cuore docile e buono. Ed Elisabetta imparò a dominarsi per amore. In seguitò ne parlerà come di «quel grande giorno nel quale Gesù e io ci siamo interamente donati l’uno all’altra».

La giovane Elisabetta mentre suona il pianoforte

Nella stessa occasione fu determinante una visita compiuta al monastero carmelitano della città, dove la Madre Priora, complimentandosi con lei, le disse: «Il tuo nome Elisabetta significa “casa di Dio”».

E la piccola restò con la felice certezza d’essere “abitata da Dio”: una “verità” che ella non dimenticherà mai più.

Nell’adolescenza, Elisabetta sviluppò le sue notevoli doti intellettuali e artistiche, frequentando il conservatorio musicale di Dijon e conseguendovi il diploma con voti lusinghieri. Tutto sembrava portarla a Dio: le amicizie giovanili intensamente vissute e custodite, la passione per i viaggi e per le escursioni in montagna, le serate musicali e le brillanti esecuzioni al pianoforte. A 17 anni si sentì chiamata al Carmelo, ma la madre le negò il consenso, proibendole qualsiasi rapporto col monastero, fino alla maggiore età.

 

Ingresso in monastero

Santa Elisabetta della Trinità, disegno a matita

A 21 anni poté finalmente realizzare il suo sogno. Quando oltrepassò per la prima volta la soglia della clausura, la udirono mormorare: «Dio è qui! Come è presente! Come mi avvolge!». «La vita della carmelitana – spiegava alle sue amiche più care, rimaste nel mondo – è una comunione con Dio, dal mattino alla sera e dalla sera alla mattina. Se Egli non riempisse le nostre celle e i nostri chiostri, come tutto sarebbe vuoto! Ma noi Lo vediamo in tutto perché Lo portiamo dentro di noi, e la nostra vita è un cielo anticipato». Già fortemente predisposta a considerare il suo cuore come il vero “cielo” dove Dio intrattiene rapporti d’amore con la sua creatura, Elisabetta sentì dilatarsi infinitamente i confini della sua anima quando le fu dato di approfondire il mistero di Dio Trinità. Restò incantata davanti alla rivelazione del “troppo grande amore di Dio” e dal pensiero che la sua anima era tutta immersa nel caldo e vivificante oceano dell’Amore che le Tre Persone Divine si scambiano da sempre, coinvolgendo l’intera creazione nel loro abbraccio. Elisabetta si trovò, dunque, personalmente coinvolta nelle relazioni d’amore che legano il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, interamente dedita al suo compito di adorazione.

 

Un “oceano in cui mi getto e mi perdo”

Santa Elisabetta della Trinità

Amava dire: «Io sono Elisabetta della Trinità, cioè Elisabetta che scompare, che si perde, che si lascia invadere dai “Tre”». Così visse con una crescente intensità, che si irradiava perfino dalla compostezza e dalla dignità dei suoi atteggiamenti esteriori. In una lettera scriveva: «Sento tanto amore attorno alla mia anima! È come un oceano in cui mi getto e mi perdo… Egli è in me e io in Lui. Non ho che da amarlo e da lasciarmi amare, ad ogni istante, in ogni cosa: svegliarmi nell’amore, muovermi nell’amore, addormentarmi nell’amore, con l’anima nella sua anima, il cuore nel suo cuore, gli occhi nei suoi occhi… Se sapesse come sono piena di Lui!». E volle esprimere questa sua interiore esperienza componendo una splendida, lunga Preghiera alla SS. Trinità (Mio Dio, Trinità che adoro), con la quale si collocò d’un balzo ai più alti vertici della letteratura mistica. Un’altra persuasione che la riempiva di gioia e di passione era questa: la Trinità rappresentava anche quel luogo vitale in cui «le anime si danno appuntamento», al di là delle differenze di tempo, di luogo, di vocazione e di maturazione. Di conseguenza ella cercava di ricondurre all’unità anche le relazioni intra-umane, vivendole con totale dedizione. Negli ultimi tempi, ricordando la sua passione giovanile per la musica, diceva di voler essere come un artista che, ad ogni esecuzione, si identifica sempre più con la sua musica. E sognava di diventare una vivente «lode di Gloria» per Dio.

La malattia e la morte

La Trinità e Santa Elisabetta

Nel 1905 venne colpita da un morbo devastatore, e allora incurabile, che la pose “su un altare di dolore”. La sofferenza era così atroce da provocarle persino, in certi momenti, la tentazione del suicidio, ma la superava con dolcezza al pensiero d’essere continuamente guardata e custodita dall’immenso amore del suo Dio.  Perciò, negli ultimi mesi di vita, la udivano spesso ripetere queste parole di S. Angela da Foligno: «Dove abitava Gesù, se non nel dolore?». Comprendeva, infatti, ed esperimentava che nessuna “unione con Dio” è veramente assicurata in questa terra se il nodo nuziale non viene stretto indissolubilmente sulla Croce. Visse così la sua malattia, come un’offerta sacra, arrivando al punto di preoccuparsi lei per Dio, tanto da volerLo quasi consolare e rassicurare. Non si può, infatti, conoscere veramente l’amore di Cristo, se non si conosce il prezzo di sofferenza e di sangue che Egli ha pagato per noi. Doveva solo imparare a conoscerlo “di nuovo”, nel mistero della Sua Passione.

Diceva: «Quando mi distendo sul mio lettuccio, penso che salgo sul mio altare e Gli dico: “Mio Dio, non preoccuparti!”. L’angoscia mi prende, talvolta, ma allora mi metto dolcemente in pace e Gli dico: “Mio Dio, questo non conta!”». A volte stringeva al cuore il piccolo crocifisso che le avevano dato nel giorno della sua consacrazione religiosa, e diceva: «Ci siamo tanto amati!». Nel novembre 1906, Elisabetta moriva, persuasa che «alla sera della vita, solo l’amore resta».

Aveva anche annunciato quale sarebbe stato il suo “programma di vita” nell’eternità: «Mi sembra che in cielo la mia missione sarà quella di attrarre le anime, aiutandole a uscire da se stesse per aderire a Dio, con un movimento del tutto semplice e pieno di amore, e di custodirle in quel grande silenzio interiore che permette a Dio di imprimersi in loro, e di trasformarle in Lui stesso!». Le sue ultime parole furono: «Vado alla luce, all’amore, alla vita!».

Elibabetta della Trinità è stata beatificata da San Giovanni Paolo II il 25 novembre 1984, in Piazza San Pietro; il 16 ottobre 2016 Papa Francesco l’ha dichiarata santa. I resti mortali della monaca francese riposano nella Chiesa di San Michele a Dijon.

 

di P. Antonio Maria Sicari ocd

disegni a matita di F. Francesco Palmieri ocd

Grazie alla comunità dei Carmelitani Scalzi della Provincia Veneta

Santa Maria di Gesù Crocifisso (Mariam Baouardy)

Santa Maria di Gesù Crocifisso (Mariam Baouardy)

SANTA MARIA DI GESÙ CROCIFISSO
(MARIAM BAOUARDY)

1846 – 1878

Memoria facoltativa,  25 agosto

 

Santa Mariam Baouardy

Nata ad Abellyn (Cheffa-Amar, Galilea), tra Nazareth e Haifa, il 5 gennaio 1846, rimase orfana a tre anni e dallo zio fu portata ad Alessandria di Egitto, dove fece la prima Comunione, e aspirando alla verginità, nonostante persecuzioni e maltrattamenti, si separò dal giovane cui dodicenne era stata fidanzata.

Un musulmano, in un momento di furore religioso, poiché essa rifiutava di convertirsi all’islam, con una scimitarra la ferì gravemente alla gola: credutala morta, l’avvolse in un grande velo e la portò poi fuori città. Guarita prodigiosamente dalla Madonna, apparsale in sogno, andò a servizio prima ad Alessandria, poi a Gerusalemme, a Beirut, a Marsiglia. Qui nel maggio del 1865 entrò tra le suore di S. Giuseppe dell’Apparizione venendone dimessa poi ancora postulante, nel 1867, a causa dei fatti straordinari della sua vita spirituale, per i quali era giudicata più idonea alla vita contemplativa che a quella attiva. Già infatti erano cominciati quei fatti straordinari di cui la sua vita sarà piena: il 29 marzo 1867 per la prima volta aveva avuto le stimmate.

Entrata nel Carmelo di Pau (Francia) con suor Veronica della Passione, già sua maestra a S. Giuseppe dell’Apparizione, prese l’abito come conversa il 27 luglio 1867. Il 21 agosto 1870, partì per Mangalore (India), dove il vicario apostolico Efrem M. Garrelon, voleva il primo monastero di clausura indiano. Qui il 21 novembre 1871 emise la professione e lo stesso vicario apostolico divenne suo direttore spirituale.

In seguito ad alcune straordinarie manifestazioni di misticismo che sfuggivano ad ogni spiegazione, lo stesso Garrelon la giudicò mossa dallo spirito delle tenebre, per cui suor Maria nel settembre 1872 fu obbligata a tornare a Pau. Spinta da segni soprannaturali a fondare un Carmelo a Betlemme, lavorò per realizzare il suo sogno, finché nell’agosto 1875 poté veramente partire per la Palestina. Il monastero fu inaugurato il 24 settembre in sede provvisoria e il 21 novembre del 1876 la comunità entrava nel monastero definitivo, costruito dietro le indicazioni e sotto la direzione di suor Maria, che già pensava alla fondazione di un nuovo Carmelo anche a Nazareth. La sua idea si sarebbe concretizzata soltanto nel 1910, diversi anni dopo la sua morte (26 agosto 1878).

Il Carmelo di Betlemme

La vita spirituale di suor Maria di Gesù Crocifisso, ricca di fatti straordinari, rifulge di particolare semplicità. Umile e illetterata, sapeva dare consigli e spiegazioni teologiche d’una chiarezza cristallina, frutto della comunione orante ininterrotta col Signore, della sua fede e soprattutto dell’amore che la consumava. Frequentissime le estasi, le profezie, i rapimenti; continuo l’esercizio delle virtù più salde e comprovanti, quali l’umiltà e l’obbedienza.

Per un lungo periodo partecipò alle sofferenze della Passione; dal 1867, specialmente in Quaresima, apparivano sul suo corpo le stimmate; solo nel 1876, dopo averne scongiurato il Signore, ottenne che i segni esteriori scomparissero, restando solo la dolorosa partecipazione ai dolori del Signore. Morì a Betlemme il 26 agosto 1878 a causa di una brutta caduta che le procurò una gangrena.

La causa di beatificazione ebbe inizio nel 1919 col processo informativo rimesso alla S. Sede nel 1922. Il 13 novembre 1983 è stata beatificata da San Giovanni Paolo II. È stata proclamata santa da Papa Francesco il 17 maggio 2015.

 

di P. Valentino Macca ocd
da Santi del Carmelo, a cura di Ludovico Saggi Ocarm, Institutum Carmelitanum, Roma, 1972.

Grazie alla comunità dei Carmelitani Scalzi della Provincia Veneta

San Raffaele Kalinowski

San Raffaele Kalinowski

SAN RAFFAELE DI SAN GIUSEPPE

(JOSEF KALINOWSKI)

1835 – 1907

Memoria, 19 novembre

Contesto storico

Quando Giuseppe (Josef) Kalinowski nel 1835 viene al mondo – a Vilna (oggi Vilnius), da un’antica e nobile famiglia polacca – la Polonia da circa quarant’anni non esiste più sulla carta geografica; i potenti di turno se la sono spartita: l’82% alla Russia, il 10% all’Austria e l’8% alla Prussia; e così sarà fino al 1918, quando nuove e ancor più gravi sventure si andranno già profilando all’orizzonte. In quegli anni la russificazione procede spietata, a marce forzate: gli zar sanno che per distruggere e asservire il popolo polacco, oltre alla forza militare e al dissanguamento economico, bisogna espropriarlo della sua cultura e della sua fede.

 

L’infanzia e gli studi giovanili

Madre della Misericordia di Ostra Brama

Alla nascita di Giuseppe Kalinowski, sono passati appena cinque anni dalla cosiddetta “Insurrezione di Novembre” durata dieci mesi; e ancora il bambino poteva vederne le tragiche conseguenze: continue deportazioni, esecuzioni capitali sulla piazza del mercato. Il piccolo Giuseppe assorbiva la fede e alimentava la sua appartenenza “cattolica” nel santuario nazionale di Ostra Brama, edificato sulla porta dell’antica città: l’immagine della Madre della Misericordia lo accompagnerà per tutta la vita. Ma un ideale profondo e determinante il piccolo Kalinowski lo assorbiva soprattutto nella Cattedrale della SS. Trinità, sulle tombe dei martiri per l’unità delle Chiese orientali con Roma.

A otto anni Giuseppe poté frequentare l’Istituto dei Nobili, un collegio nel quale il papà era insegnante di matematica: vi restò fino ai sedici anni, concludendo brillantemente il primo ciclo di formazione, rifiutandosi comunque «con orrore» di imparare quel «catechismo sullo Zar» che i russi volevano imporre. Aggiunse poi un biennio di agronomia. E qui la ferita si aprì: per un nobile polacco-lituano non c’era aperta altra strada che quella di frequentare qualche università russa, collaborando così alla propria russificazione. Giuseppe aveva una spiccata inclinazione per la matematica e finì – dopo qualche tentennamento – alla Scuola di Ingegneria di San Pietroburgo. intelligente, riservato, brillante negli studi e perfino benvoluto, al termine dei tre anni era già Tenente ingegnere e Assistente di matematica nella stessa Accademia. Ma s’era trovato anche immerso fino al collo in un ambiente saturo di indifferentismo religioso e di positivismo scientista, e la fede cominciava a vacillare. Tanto più che egli si portava in cuore il dubbio d’aver tradito una più seria vocazione.

Confesserà infatti da vecchio: «Considerando ora alcuni elementi importanti della mia vita, avrei dovuto allora (prima di partire per la Russia) chiedere di entrare nel seminario diocesano di Vilnius. E proprio perché non l’ho fatto, molti anni della mia vita, specialmente quelli della giovinezza, si sono frantumati in pezzi divisi tra loro, riuscendo senza profitto per me e per gli altri, convertendosi in vanità». Si sentiva spiritualmente malato. Spiegava con una formula tristissima: «Questa è la mia disgrazia: che cerco lo spirito e trovo sempre la materia».

Gli accadde in quel periodo un episodio che certo lo segnò interiormente: entrò in una chiesa cattolica, preso da una voglia improvvisa di confessarsi, ma la trovo deserta; s’inginocchiò al confessionale, ma non c’era nessun prete ad ascoltarlo. Allora cominciò a piangere, e si sentì invadere da una indicibile nostalgia. Forse l’episodio spiega perché, più tardi, da vecchio sacerdote, anche se infermo e stanchissimo, non avrà mai cuore di lasciar vuoto il suo confessionale.

La riscoperta della vocazione

Josef Kalinowski

Nel 1855 – avena vent’anni – poté tornare in patria per qualche breve vacanza, rivide l’oppressione della sua gente sotto il peso della potenza russa, e ciò lo sconvolgeva.

Il primo lavoro che fu affidato al nostro giovane tenente-ingegnere fu la progettazione della ferrovia Kursk-Kiev-Odessa: egli doveva tracciarne il percorso tra il fango e le paludi; ma in quelle distese deserte e interminabili gli riuscì anche – come scrisse – «di lavorare con me stesso e su me stesso». E ritrovò Dio. Un libretto di devozione mariana, capitatogli casualmente tra le mani, finì poi per risvegliare e riscaldare la sua fede di autentico polacco.

I lavori per la ferrovia furono a un certo punto sospesi per mancanza di fondi e così Kalinowski – promosso intanto capitano di stato maggiore – fu assegnato alla fortezza di Brest-Litovski, con l’incarico di sovrintendere alle fortificazioni e alla manutenzione. Questo soggiorno si rivelò determinante per la maturazione della sua più profonda identità, e perfino per il suo più personale carisma (qui cominciarono le riflessioni sulla sua vera vocazione, e anche i suoi primi tentativi di apostolato laicale).

Qui nel 1863 lo raggiunse la notizia della “Insurrezione di Gennaio”. In merito racconterà poi nelle “Memorie”: «Troppo chiara era la visione interiore della lotta di un popolo disarmato contro la forza del governo russo che disponeva di una enorme e potente armata. Conservare l’uniforme di questo esercito, quando il cuore tremava nell’apprendere le notizie dello spargimento di sangue fraterno sarebbe stato inconcepibile. Mi domandavo: “Mi è permesso rimanere passivo, quando tanti sacrificano tutto per questa causa? “». Kalinowski fece dapprima qualche tentativo di dissuadere gli insorti, e qualcuno lo accusò d’essere un vigliacco e, perfino, una spia dei russi. Rispose: «vedremo chi sarà capace di sacrificarsi». Si mise a disposizione del «Consiglio Nazionale della Insurrezione», e venne nominato Ministro della guerra per la regione di Vilnius. Prima di accettare mise una sola condizione: non avrebbe mai firmato nessuna condanna a morte.

Ma come egli aveva lucidamente previsto, l’insurrezione fu stroncata e decapitata: uno dopo l’altro, traditi, i responsabili cadevano nelle mani della polizia zarista. Seguiva nella repressione un criterio elementare: «polacco e cattolico sono sinonimi nel linguaggio del popolo», per cui bisognava eliminare ogni traccia sia di lingua e di cultura polacca che di istituzioni cattoliche. Il Vescovo di Vilnius fu mandato in esilio e alcuni preti furono impiccati. Poi i conventi furono tramutati in prigioni.

Ai lavori forzati in Siberia

Saline di Usolye

Quando anche Kalinowski fu arrestato, decise di assumersi tutte le responsabilità, pur di non denunciare nessuno. Venne condannato alla pena capitale, e la polizia zarista avrebbe voluto disfarsene in fretta, ma così facendo avrebbero regalato ai polacchi un martire: molti lo ritenevano già un santo. La pena di morte gli fu dunque commutata in dieci anni di lavori forzati, in Siberia, ma gli fecero pagare un prezzo ancora più terribile: il Tribunale militare mise volutamente in giro la voce che l’avevano graziato per ricompensa delle informazioni e delle denunce che il prigioniero aveva rilasciate.  Così l’ex Capitano di Stato Maggiore, l’ex Ministro della guerra, col capo rasato e la casacca del prigioniero, con dignità e mansuetudine, cominciò la sua Via Crucis.

Deportato, Kalinowski ripercorse da condannato quelle terre sulle quali, come ufficiale, aveva disegnato il tracciato della ferrovia; poi il viaggio doloroso si spinse fino a Irkutsk, e sempre più lontano fino alle saline di Usolye, presso il lago Bajkal: in tutto circa 8000 Km, percorsi parte su vagoni ferroviari, parte su carri o su barche, parte a piedi. Ci vollero dieci mesi per giungere a destinazione: «le pianure immense sotto e dietro gli Urali – scrisse il condannato – erano diventate un cimitero senza confini per decine di migliaia di vittime strappate dal seno della Madre Patria, e inghiottite per sempre».

In Siberia compì la sua più profonda maturazione interiore. Scriveva: «Il mondo può privarmi di tutto, mi resterà sempre un nascondiglio a lui inaccessibile: la preghiera. In essa si può raccogliere il passato e il presente, e anche il futuro, sotto la forma della speranza… Al di fuori della preghiera, non ho niente da offrire a Dio, posso dunque considerarla come l’unico mio dono. Non posso digiunare, non ho quasi nulla da dare in elemosina, mi mancano le forze per il lavoro; mi resta solo il soffrire e il pregare. Però mai ho avuto tesori più grandi. E non voglio altro». Il tempo che gli restava dopo il lavoro forzato lo dedicava alla preghiera, alla lettura (aveva portato con sé il Vangelo e l’Imitazione di Cristo, ma trovò perfino i poemi tradotti di Dante e Tasso, e gli Esercizi di S. Ignazio di Loyola, e testi di Teologia) e alla carità verso i più deboli compagni di sventura. Significativo è l’episodio di un prigioniero ubriacone, gravemente malato, che non voleva sentir parlare né di Dio né di uomini, e che rifiutava ogni aiuto. Il nostro santo gli stette vicino con tanta delicatezza che costui morendo esclamò: «credevo che si potesse fare a meno di Dio e degli uomini, ma non è così».

La liberazione e l’incontro con il Carmelo

August Czartoryski

Nel 1874 Giuseppe venne definitivamente liberato, ma il passaporto gli fu restituito con la proibizione di risiedere in Lituania; aveva 39 anni. Per mantenersi, ma anche per passione educativa, accettò l’incarico di precettore del principino Augusto Czartoryski, la cui famiglia risiedeva in esilio, a Parigi, in quell’hotel Lambert in cui i nobili esiliati conducevano una vita dignitosa e austera, quasi monastica. Il principino Augusto era di salute malferma, e questo obbligava il precettore ad accompagnarlo nelle migliori località climatiche d’Europa: maestro e discepolo erano tuttavia ambedue misteriosamente incamminati verso la santità. Si separarono nel 1877; sei anni dopo, Augusto Czartoryski, incontrerà all’Hotel Lambert S. Giovanni Bosco, e in seguito riceverà dalle mani del Santo l’abito di novizio salesiano: morirà giovanissimo, ma così maturo che San Giovanni Paolo II lo proclamerà beato nel 2004.

In Polonia l’Ordine Carmelitano – dopo ripetute soppressioni – sopravviveva in un solo convento e in un solo monastero. Le monache sognavano e pregavano perché sorgesse una guida forte e geniale, a restaurare il Carmelo e, quando conobbero Kalinowski, pensarono d’aver trovato l’uomo giusto. Gli fecero pervenire quegli aforismi in cui Santa Teresa d’Avila ha sintetizzato la sua dottrina: «Niente ti turbi / Niente ti sgomenti / Tutto passa / Dio non cambia / Con la pazienza / Tutto si acquista / Chi possiede Dio / Non manca di nulla». Giuseppe le prese come fonte di ispirazione: «ogni giorno – rispose – prendo forza da queste parole».

Finalmente la chiamata prevalse: «Da un anno mi giungeva come un eco, una voce dalla grata del Carmelo. Questa voce si è adesso rivolta a me chiaramente e l’ho accolta: una voce salvifica mandatami dalla infinita misericordia di Dio. Posso dunque soltanto esclamare: “Canterò in eterno la misericordia del Signore”. Oggi considero la voce “al Carmelo!” come voce ispirata da Dio». Così a 42 anni si presentò nel noviziato di Graz in Austria e vi entrò «solo con l’idea di dedicarmi a una vita di penitenza». Vi trovò un Maestro che lo esaudì abbondantemente e non gli risparmiò nulla. Giuseppe – divenuto in convento fra Raffaele di S. Giuseppe – dirà poi che aveva patito meno in dieci anni di Siberia che in un solo anno di noviziato». Ma era entrato con questa risoluzione: «Ora non mi resta che una cosa: sacrificarmi a Lui senza riserve, e non separarmi mai da Gesù Cristo».

Maestro e fondatore

Convento di Czerna

Completò gli studi in Ungheria e ricevette gli ordini sacri in Polonia. Nell’unico convento – l’antico eremo di Czerna – vivevano solo otto vecchi religiosi, di cui quattro stranieri; l’arrivo di Kalinowski segnava dunque un inizio: benché controvoglia egli dovette essere un protagonista: nominato subito Maestro dei novizi, poi Priore, poi Vicario Provinciale. Sotto la sua guida tornò a fiorire la Provincia carmelitana di Polonia che oggi è una delle più numerose dell’Ordine.

Nel 1892 egli aprì un secondo convento a Wadowice, per farne un seminario: in quella stessa cittadina in cui vivevano allora i genitori di San Giovanni Paolo II. L’austero carmelitano distribuiva il suo tempo tra l’educazione dei religiosi e dei seminaristi, la guida spirituale dei monasteri, la cura di nuove fondazioni, il recupero del patrimonio archivistico dell’Ordine, la pubblicazione di testi spirituali. Un po’ di esitazione Kalinowski la ebbe quando gli giunse tra le mani la Storia di un Anima, l’autobiografia di una suorina francese (S. Teresa di Lisieux) che stava per sconvolgere il mondo col suo «uragano di gloria» – come si esprimerà Pio XI. Al vecchio e austero religioso, rigoroso educatore di monache, quell’opera parve da principio troppo fragile e infantile, e rifiutò di pubblicarla: poi umilmente intuì che il carisma carmelitano aveva profondità e potenzialità più vaste di quelle che gli erano state trasmesse nei brevissimi anni di formazione. E scrisse a Lisieux un’umile lettera di “riparazione”.

Egli era intanto divenuto il padre spirituale del suo popolo: al suo confessionale accorrevano folle sempre più numerose, fin dalle prime ore dell’alba, ed egli vi consumava la vita incurante del freddo e dei disagi sempre più gravi, man mano che la salute si indeboliva. Lo chiamarono «il martire del confessionale» – espressione ripresa da San Giovanni Paolo II nel discorso per la beatificazione. Pregava tanto che qualcuno lo definì anche «preghiera vivente»: «il nostro impegno al Carmelo – spiegava – è la conversazione con Dio in tutte le nostre azioni».


Convento di Wadowice (facciata)



Convento di Wadowice (interno)



«Che tutti siano una cosa sola!»

San Raffaele Kalinowski

Più gli anni passavano più egli sentiva che «gli era impossibile liberarsi dal pensiero dell’unione tra la Chiesa d’Oriente e quella d’Occidente», e «dal desiderio di vedere Mosca convertita». Scrisse a una monaca francese: «Anche se mi sento ormai avviare verso il declino – conto infatti 62 anni – non posso liberarmi dal pensiero che il buon Dio, se gli rimarrò fedele, mi permetterà ancora con la sua grazia di lavorare, tramite il Carmelo di Nostra Signora, per l’unità della Chiesa». «Portare la Russia a Cristo e Cristo alla Russia» era il suo sogno “cattolico”, che si estendeva poi a tutti i paesi slavi: e considerò ciò parte essenziale della sua vocazione carmelitana, sulla base di una persuasione teologica e storica assieme: l’unione tra Oriente e Occidente si potrà fare soltanto in Maria, e di ciò il Carmelo deve preoccuparsi per sua intrinseca vocazione. Kalinowski, il carmelitano polacco che indicò la soluzione in Maria, è oggi una guida. Lo ricordiamo sul letto di morte mentre ripete continuamente le parole di Cristo: «Padre, che tutti siano una cosa sola!».

Beatificato da San Giovanni Paolo II a Cracovia il 22 giugno 1983, venne proclamato santo dal Papa polacco il 17 novembre 1991, a Roma.

di P. Antonio Maria Sicari ocd
da Riflessi di Dio – I Santi del Carmelo, EDIZIONI OCD, Roma 2009.

Grazie alla comunità dei Carmelitani Scalzi della Provincia Veneta

Sant’Alberto di Gerusalemme

Sant'Alberto di Gerusalemme

SANT’ALBERTO DI GERUSALEMME

1150 ca. – 1214

Patriarca di Gerusalemme

Legislatore dell’Ordine Carmelitano

Festa, 17 settembre

 

Sant’Alberto, patriarca di Gerusalemme, nacque a Castrum Gualterii (probabilmente l’odierna Gualtieri, in Emilia) intorno alla metà del 1100. Incamminatosi nella vita ecclesiastica, nell’anno 1180 fu eletto priore dei Canonici Regolari di Santa Croce di Mortara (PV). Quattro anni dopo fu nominato vescovo di Bobbio (PC) e nel 1185 venne trasferito alla sede di Vercelli e dove rimase per un ventennio.

Uomo prudente e fermo, si pose come mediatore tra papa Clemente III e l’imperatore Federico Barbarossa. Enrico VI, figlio dello stesso Barbarossa, una volta salito al trono, nominò il futuro Sant’Alberto principe di Vercelli. Uomo di pace, nel 1194 si impegnò per ristabilire la concordia tra le città di Milano e Pavia e, cinque anni dopo, tra Piacenza e Parma. Grazie alle sue capacità umane e intellettuali, tra il 1194 e il 1206 fu mediatore di vari atti pacificatori e protagonista nella stesura di statuti e di regole in favore di alcuni istituti tra i quali i canonici di Biella e gli Umiliati.

G.B. Tiepolo, Madonna del Carmine

Nel 1205, Papa Innocenzo III lo nominò patriarca di Gerusalemme e nel 1206 Alberto fu trasferito in Palestina, dove fissò la sua sede in San Giovanni d’Acri, essendo Gerusalemme occupata dai Saraceni. Anche in terra palestinese, Sant’Alberto non mancò di assumere il ruolo di pacificatore nelle contese tra i vari regnanti mediorientali e tra questi e i Templari, così come di rimettere ordine all’interno del mondo ecclesiastico di quella stessa area.

Intorno al 1209 scrisse la Regola per il formando ordine carmelitano, indirizzato agli eremiti che già da tempo risiedevano sul Monte Carmelo. Il testo redatto risultò breve e allo stesso tempo ricco, preciso nel fornire norme disciplinari che conducessero alla continua orazione, alla costante meditazione della Parola divina, associate al silenzio interiore ed esteriore, al raccoglimento e al distacco da cose e affetti; tutti strumenti questi che avrebbero consentito il contatto con Dio.

Il 14 settembre 1214, in occasione di una processione a S. Giovanni d’Acri, fu accoltellato dal Maestro dell’Ospedale di Santo Spirito, il quale era stato deposto dallo stesso Sant’Alberto a causa del riprovevole stile di vita da lui mantenuto.

La memoria di Sant’Alberto è celebrata in più date durante il mese di settembre, e in particolare: il 16 dai Carmelitani Calzati, il 17 dai Carmelitani Scalzi, il 26 dal Patriarcato latino di Gerusalemme. A queste date si affianca anche l’8 aprile, giorno in cui a fare memoria sono l’arcidiocesi di Vercelli e i Canonici Regolari Lateranensi.

Grazie alla comunità dei Carmelitani Scalzi della Provincia Veneta

San Simone Stock

San Simone Stock

SAN SIMONE STOCK

XIII sec.

Preposito generale dell’Ordine Carmelitano

Memoria, 16 maggio

Simone nacque in Inghilterra, nella seconda metà del secolo XII. Ancora giovane si unì ai monaci del monte Carmelo. Nel 1245, il primo capitolo dell’Ordine celebrato in occidente, gli affidò l’officio di Priore Generale, che egli esercitò fino alla morte, avvenuta a Bordeaux nel 1265. Gli si attribuiscono molti miracoli operati in vita e dopo morte. Troviamo la sua festa a Bordeaux nel 1435, in Irlanda nel 1458, estesa a tutto l’Ordine Carmelitano nel 1564.

San Simone fu un uomo di grande virtù, di intensa operosità, e contribuì in modo decisivo alla affermazione e alla diffusione dell’Ordine Carmelitano in Europa, in mezzo a difficoltà senza numero.

Formatosi sul monte Carmelo, in Palestina, nello spirito di Elia e nel culto della Santissima Vergine, l’Ordine Carmelitano aveva all’inizio del secolo XIII una fisionomia e una struttura contemplativa. I religiosi vivevano in celle separate, disseminate nell’eremo, «come api del Signore che mellificano nella dolcezza spirituale», come testimonia il celebre storico delle crociate, Giacomo di Vitry, vescovo di Tolemaida, nel 1221[1]. Si riunivano di raro e solo occasionalmente si occupavano dell’apostolato esterno. La Regola scritta da Sant’Alberto, patriarca di Gerusalemme, intorno al 1210, ordinava ai monaci del Carmelo di passare il giorno e la notte in preghiera: «Die ac nocte in lege Domini meditantes et in orationibus vigilantes».

Poco prima del 1240, sotto la pressione delle scimitarre dei maomettani, gli eremiti del monte Carmelo furono costretti ad emigrare in Europa, dove incontrarono notevoli ostacoli per conservare il genere di vita e l’organizzazione che avevano in oriente. San Simone, appena eletto generale, propose al capitolo l’adattamento della Regola alle esigenze del nuovo ambiente. Si stabilì che i religiosi potevano costruire i loro conventi sia negli eremi che in altri luoghi dove fosse possibile vivere in raccoglimento, e si permise loro di applicarsi agli studi e alle opere di apostolato. Ottenuta nel 1247 l’approvazione del Papa Innocenzo IV alle mutazioni introdotte nella Regola, San Simone si prodigò nella fondazione di nuovi conventi in Inghilterra, Germania, Francia, Spagna, Portogallo, Italia.

La fioritura dell’Ordine che si stava svolgendo sotto la direzione del Santo Generale, si arrestò assai presto, a causa di persecuzioni e di incomprensioni. Si diceva che l’Ordine era in contrasto con il Concilio Lateranense IV, che nel 1215 aveva proibito la fondazione di nuovi Istituti religiosi. L’accusa era infondata perché i Carmelitani, sebbene fossero venuti in occidente da pochi anni, erano di origine ben più antica, ed ancora prima del Concilio Lateranense avevano avuto dallo stesso Legato pontificio in Palestina, una Regola propria che era poi stata approvata da Onorio III nel 1226. Da alcune parti si cercava anche di impedire ai Carmelitani l’esercizio dell’apostolato, con la scusa che non era secondo lo spirito primitivo del loro Ordine.

P. Lorenzetti, Pala del Carmine (part.)

Dinanzi alle difficoltà che si rinnovavano ad ogni momento, San Simone fece ricorso alla protezione della Madonna, patrona dell’Ordine, chiedendo un segno di salvezza. E la Vergine rispose con prontezza materna.

La narrazione più antica della storica visione è la seguente: «San Simone d’Inghilterra, sesto generale dell’Ordine, pregava con insistenza la gloriosissima Madre di Dio, affinché dotasse di qualche privilegio l’Ordine dei Carmelitani, che si onora del titolo della stessa Vergine, e ripeteva con grande devozione: “Fior del Carmelo, vita fiorente, splendore del cielo, Vergine e Madre singolare; Madre mite, ignara d’uomo, ai Carmelitani dona un privilegio, o Stella del mare”. La Beata Vergine, con una moltitudine di angeli gli apparve tenendo nelle sue mani benedette lo Scapolare dell’Ordine e dicendo: «Questo sarà per te e per tutti i Carmelitani il grande privilegio, che chiunque morirà con questo Scapolare non patirà il fuoco eterno, ma sarà salvo»[2].

Questo racconto si trova in un Santorale Carmelitano del secolo XIV, del quale si conservano diverse relazioni. Alcune sono più lunghe e aggiungono varianti e particolari, come il cognome Stock attribuito a San Simone, ma tutte convergono nella sostanza con quella che abbiamo trascritto, che è la più breve e la più antica. Anzi, la parte centrale del racconto, cioè la preghiera di San Simone e la visione della Madonna, vengono riferiti, ovunque quasi con le stesse parole. Questa convergenza fa pensare ad una fonte unica, più antica, alla quale tutti attingono.

Degno di rilievo è anche lo stile semplice e naturale del racconto, contenuto in una nota agiografica di San Simone, presa molto probabilmente da qualche necrologio ufficiale o ufficioso dell’Ordine. L’assenza di ogni forma di esaltazione esclude l’intenzione di lanciare una nuova devozione. Il testo primitivo del Santorale, che contiene la redazione più breve da noi riportata, è certamente anteriore al 1350. Non vi si trova infatti il nome Stock che dal 1360, tutti i cataloghi danno a San Simone. Non si citano le bolle di Clemente VI e di Giovanni XXII inserite nei testi successivi, e si dice solo che l’Ordine Carmelitano portava il titolo della B. Vergine, mentre durante tutto il secolo XIV l’Ordine rivendicò, attraverso aspre lotte, il nome di “Fratelli della B. Vergine”. Si risale quindi ai primi lustri del trecento, o alla fine del duecento, quando erano ancora vivi molti religiosi che avevano conosciuto il Santo, il quale aveva percorso molte nazioni di Europa per visitare i suoi conventi.

di P. Albino Marchetti ocd

Grazie alla comunità dei Carmelitani Scalzi della Provincia Veneta

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Note

[1] Giacomo di Vitry, Historia orientalis, c. 52, in Monumenta historica Carm., (Lirinae, 1907), p. 28.

[2]«Nonus fuit sanctus Simeon de Anglia, generalis ordinis sestus. Qui Dei gloriosissimam Genitricem iugiter deprecabatur, ut Carmelitarum ordinem, qui speciali gaudet ipsius Virginis titulo, aliquo communiret privilegio, dicens voce devotissima: Flos Carmeli, vitis florigera, splendor caeli, Virgo puerpera singularis, Mater mitis sed viri nescia, Carmelitis da privilegia, stella maris. Cui beata Virgo cum multitudine angelorum apparuit, scapulare ordinis in benedictis manibus suis tenens et dicens: hoc erit tibi et cunctis Carmelitis privilegium, quod in hoc moriens aeternum non patietur incendium, id est, in hoc moriens salvabitur». Speculum ordinis fratrum Carmelitarum noviter impressum, Venezia 1507, fol. 102103.

Santa Maria Maravillas di Gesù

Santa Maria Maravillas di Gesù

SANTA MARIA MARAVILLAS DI GESÙ

1891 – 1974

Memoria facoltativa, 11 dicembre

 

È una caratteristica affascinante del Carmelo quella di saper offrire periodicamente al mondo delle “personalità mistiche”, capaci di interpretare il dramma d’amore che la Chiesa vive nei riguardi di Cristo, suo Sposo. Ed è sempre un dramma di “passione” (cioè di sofferenza e di geloso attaccamento) che si consuma in luoghi ed epoche diverse, là dove il mondo aggredisce la Chiesa e la purifica.

Così è accaduto a Santa Teresa d’Avila al tempo della lacerazione protestante e delle guerre spagnole di “conquista”; così è accaduto a Santa Teresa di Lisieux e a Santa Elisabetta della Trinità al tempo del positivismo scientista e del primo ateismo; così è accaduto a Edith Stein (S. Teresa Benedetta della Croce) quando l’intelligenza moderna ha ceduto ai miti sanguinosi del totalitarismo; così è accaduto in altri tempi e luoghi per drammi più circoscritti, ma non meno intensi.

La guerra civile spagnola

Oggetti religiosi accatastati in piazza, Bilbao (Spagna)

Così è accaduto a Santa Maria Maravillas di Gesù, nell’epoca in cui un’antica nazione cristiana fu aggredita da una furia di distruzione “così spaventosa, con un odio e una barbarie e una ferocia che non si sarebbe potuto credere possibile nel nostro secolo”. Queste parole si trovano in una enciclica di Papa Pio XI e si riferiscono a vicende accadute verso la metà degli anni ’30, quando una rivoluzione di stampo marxista tentò di impadronirsi della Spagna e di distruggervi ogni traccia di cristianesimo.

In pochi mesi furono assassinati 13 vescovi e 6832 tra preti, religiosi e monache, oltre a parecchie centinaia di migliaia di laici, colpevoli solo d’essere notoriamente cristiani, o anche solo d’avere in tasca un’immaginetta sacra o un rosario. E l’assassinio era abitualmente preceduto da sevizie e torture che non si ha nemmeno il coraggio di raccontare. Ventimila chiese furono distrutte e vennero profanati altari, tabernacoli, tombe e cimiteri; incendiati archivi e biblioteche; musei furono devastati e migliaia di opere d’arte distrutte: tutto al solo scopo di estirpare anche il ricordo della fede cristiana. L’esperimento fu contrastato in una guerra civile che moltiplicò le atrocità in entrambi gli schieramenti, aggiungendo all’odio religioso, quello politico e di parte.

Ma è una menzogna storiografica quella di chi tenta ancora oggi di accreditare l’idea che la Chiesa sia stata perseguitata per la sua scelta di campo durante la lunga e sanguinosa guerra civile, e quindi per motivi politici. Bastano le date a dimostrarlo. La guerra civile scoppiò il 18 luglio 1936: a quella data erano già stati uccisi 18 sacerdoti. Per fine luglio ne erano stati assassinati 861; a fine agosto 2077, oltre a dieci vescovi, e per fine settembre si era già a 6500 preti e religiosi eliminati per puro odio anticristiano.

Intanto a Mosca il delegato dei “rossi” spagnoli al Congresso Internazionale del Partito Comunista si vantava: “La Spagna ha superato di molto l’opera sovietica, perché in Spagna la Chiesa è già stata completamente annientata”. L’annientamento, a dire il vero, non era ancora stato condotto a termine, ma il programma di sterminio era in atto da tempo, e assassini, incendi e persecuzioni erano cominciati fin dal 1931. La guerra civile, dunque, scoppiò perché la Spagna cristiana comprese d’essere destinata a soccombere alla furia congiunta di socialisti estremisti, di anarchici virulenti e di comunisti addestrati in Russia.

Oggi gli storici più imparziali riconoscono che “in nessun altro periodo della storia d’Europa e forse del mondo, c’è mai stato un odio così violento contro la religione e tutte le sue opere” (Hugh Thomas).

Madre Maravillas non fu martire, anzi la sua vicenda ha dell’incredibile, proprio perché ella riuscì a passare indenne nella tormenta, pur venendo ripetutamente a contatto con i più feroci rivoluzionari. La sua vocazione non fu quella del martirio, ma quella di interpretare la tragedia vissuta dalla Chiesa nella sua terra natale.

La crescita in famiglia e la chiamata

Maria Maravillas a 22 anni (1914)

Il nome Maria Maravillas (“Maria dei miracoli”) lo aveva ricevuto alla nascita, secondo un uso tipicamente spagnolo di dare come nome proprio anche qualche titolo mariano o perfino il nome di qualche santuario dedicato alla Vergine. Figlia del Marchese di Pidal, ambasciatore di Spagna presso la Santa Sede, Maria nacque nel 1891 (lo stesso anno di nascita di Edith Stein). Ancora piccolissima rimase affascinata dalle storie delle antiche martiri cristiane che la nonna le leggeva dal Flos Sanctorum, tanto da poter dire in seguito che la sua vocazione alla vita religiosa e la sua consacrazione verginale datavano, più o meno, da quando aveva acquistato l’uso di ragione. Da sempre aveva sentito che il suo cuore poteva e doveva appartenere soltanto a Dio. Una tale inspiegabile certezza, quasi connaturata alla sua coscienza, incontrò però una sistematica opposizione da parte della famiglia e da parte del direttore spirituale, che la trattennero nel mondo fino ai ventotto anni.

Ella visse l’attesa con vivacità e in un deciso lavoro di preparazione: imparò a rinunciare a molte comodità domestiche, a vivere sobriamente e ad avvicinarsi ai poveri dei più miseri quartieri di Madrid con vera e rischiosa carità; apprese quei lavori manuali che in monastero le sarebbero stati utili; imparò a dominare e addolcire il suo carattere imperioso; imparò a coniugare la sua innata signorilità con una spontaneità umile e semplice.

Racconterà poi lei stessa l’esperienza interiore che l’aveva liberata, una volta per tutte, dal gusto di primeggiare e dall’innato istinto di compiacersi di se stessa. Un giorno, in cui aveva particolarmente gustato delle lodi che le erano state rivolte, aveva sentito con assoluta chiarezza nel suo animo la voce di Gesù che le diceva: “Io però sono stato giudicato pazzo!”. E il dolore era stato così forte che, d’allora in poi, non aveva più sentito nessun desiderio della stima altrui.

L’entrata al Carmelo

Alfonso XIII consacra la Spagna al Sacro Cuore

Solo nel 1919 le fu concesso di entrare nel Carmelo di El Escorial, e una tale data – alla luce dei successivi avvenimenti – ci spinge a pensare che forse Dio la voleva al Carmelo già adulta, già pronta alla missione che intendeva affidarle. In quello stesso 1919, infatti, la Spagna cattolica aveva deciso di dare pubblica e solenne testimonianza della sua fede, innalzando nel centro geografico della nazione – su una collina detta il “Cerro de los Angeles” (la “Collina degli Angeli”) – un grandioso monumento al Sacro Cuore, sul cui basamento si leggevano queste parole messe in bocca a Gesù stesso: “Regno nella Spagna”. Il Re Alfonso XIII, ai piedi della statua, aveva solennemente consacrato al Sacro Cuore la nazione, definendola “Popolo della tua eredità e della tua predilezione”. Anche Maria s’era recata ai piedi del monumento per fare la sua personale consacrazione, prima di varcare la soglia della clausura.

Nel monastero di El Escorial ella trascorse i primi anni di formazione monastica, convinta di dover abitare per sempre in quell’ “angolino di paradiso” (così Santa Teresa d’Avila usava definire i suoi monasteri). Intanto però la Collina degli Angeli – dopo i primi entusiasmi – era rimasta abbandonata, meta di rari pellegrinaggi, divenuta luogo di pascolo per capre e pecore, che a volte salivano pigramente a brucare l’erba che spuntava tra le solenni gradinate del monumento. Il Sacro Cuore era attorniato da devotissime statue, ma quasi non c’erano cristiani. E i tempi si facevano sempre più bui e freddi.

Un monastero vicino al Sacro Cuore

Ma ecco che, durante le lunghe ore di preghiera, alla giovane suor Maria Maravillas di Gesù, ancora giovane professa di voti temporanei, si ripresentò un giorno la Collina degli Angeli. La rivide, cioè, in una specie di visione e sentì una voce che le diceva: “Voglio che tu mi edifichi una casa dove io possa abitare a mio agio. Il mio cuore ha bisogno di essere consolato e il Carmelo dev’essere il balsamo che cura le ferite che i peccatori mi infliggono. La Spagna si salverà con la preghiera”. Era il mese di giugno del 1923. Ma come poteva una giovane suora pensare a una nuova fondazione, in un luogo solitario e inospitale, privo all’intorno di abitazioni, di vegetazione, di acqua…? Ne parlò timidamente alla Priora e, come sempre accade quando un’opera è voluta da Dio, le circostanze si disposero subito favorevolmente: il progetto timidamente accennato veniva accolto con entusiasmo da ecclesiastici e da personalità, anche quando si era quasi pregiudizialmente certi che la reazione sarebbe stata ostile. Suor Maria mise soltanto a disposizione la sua dote e l’aiuto della propria famiglia.

Cerro de los Angeles, chiesa del monastero

Così all’alba del 19 maggio 1924 quattro monache carmelitane (due delle quali piuttosto anziane) partirono per raggiungere il Sacro Cuore abbandonato. Alle porte di Madrid le accolse una spaventosa tempesta, ma quando giunsero in vista della santa collina, si distese in cielo uno splendido arcobaleno. Nell’attesa di iniziare la costruzione di un monastero a lato del monumento, si rifugiarono in una piccola casa ch’era stata messa a loro disposizione nel paese più vicino, a Getafe: c’erano dei pagliericci per terra, una tavola, una cappellina e tanta povertà. Dopo pochi giorni suor Maria fece la sua professione solenne in quella residenza provvisoria. Ci volle quasi un anno per giungere alla posa della prima pietra del nuovo edificio. Intanto a Getafe giungevano novizie desiderose di partecipare all’impresa e suor Maria Maravillas fu nominata d’autorità loro maestra di noviziato. Dopo pochi mesi – nonostante la sua estrema ripugnanza – le venne addossato anche l’ufficio di Priora. Quando nell’ottobre del 1926, per la festa di Cristo Re, il nuovo monastero poté essere inaugurato, le quattro monache erano diventate già undici, quasi tutte giovani. Durante la cerimonia inaugurale il Vescovo disse profeticamente: “Solo il cuore ferito d’amore di Teresa d’Avila, che batte nel cuore delle sue figlie, può rappresentare degnamente il cuore della Spagna, per fare compagnia al Cuore di Gesù nella solitudine della collina”.

Nel 1931 le Chiese e i conventi di Madrid cominciarono a bruciare. Le notizie si facevano sempre più tragiche e le monache presero a tremare. Ma non per sé. Tremavano per la sorte di quel Sacro Cuore elevato nel cuore della nazione. Sapevano che avrebbe presto attirato su di sé l’odio dei senza-Dio.Intanto il Vescovo si preoccupava di quella comunità di povere donne, così isolate e prive di ogni protezione, tanto che ordinò loro di abbandonare il monastero. Dopo tre giorni, però, chiesero insistentemente di tornare e furono lasciate libere di decidere. Tornarono tutte, nonostante le famiglie avessero tentato di ricondurre a casa almeno le più giovani. Chiesero però il permesso di poter uscire dalla clausura, per schierarsi attorno al monumento del Sacro Cuore, nel caso di un attacco. Il permesso fu negato, ma le monache si rivolsero direttamente al Superiore Generale dell’Ordine.

Scrissero: “Qui il Signore ha accanto a sé soltanto 21 monache carmelitane. Soltanto. Sono esse obbligate dalla santa clausura a lasciare che il Sacro Cuore venga abbattuto dal suo trono, senza poter accorrere vicino a Lui per difenderlo o almeno per non lasciarlo solo in mezzo ai suoi nemici? Non è possibile fare in modo che Egli abbia attorno a sé dei cuori, poveri sì (Lui lo sa bene) ma molto innamorati? Per noi la sorte più crudele non sarebbe quella di perdere la vita, ma quella di non potergli fare compagnia. Se Lui dovrà ascoltare le grida di odio dei suoi nemici, che possa almeno ascoltare anche il nostro canto di lode”. La domanda fu trasmessa direttamente al Papa e Pio XI, commosso, diede il permesso: sì, in caso di attacco, le monache potevano uscire dalla clausura per fare compagnia al loro Sacro Cuore. Ma allo scoppio della guerra civile (quattro giorni dopo) il monastero fu aggredito prima del monumento.

L’interdizione nel monastero e la fuga a Madrid

Miliziani puntano le armi contro il Sacro Cuore

Quel giorno in cui i miliziani si presentano alla porta del monastero la Madre raduna in fretta le novizie e concede, a quelle che lo desiderano, di emettere subito la professione solenne. Con gioia tutte promettono a Dio “castità, povertà, e obbedienza, fino alla morte”, convinte di essere a un passo dal dono della vita. Intanto i miliziani hanno perquisito il convento e tornano dal loro capo, esclamando disgustati: “Ma se non hanno niente! Nemmeno un letto hanno!”. Il gruppo è comandato da un tale soprannominato “il Russo”, perché ha passato un periodo di addestramento in Unione Sovietica. Costui si aspetta un gruppo di suorine spaventate, e si trova davanti una monaca sicura di sé, sorridente, attorniata da uno stuolo di giovani assolutamente serene. È interdetto. Prende l’iniziativa la Priora che gli chiede cortesemente il permesso di andare con le sue monache a salutare il Sacro Cuore prima di esser portate via. Il Russo è talmente stupefatto di quell’ardire che non riesce nemmeno ad opporsi. Prima che si sia reso conto di quello che sta accadendo, la Madre è lì che guida la processione di ventuno monache avvolte nel loro mantello bianco che vanno a salutare il loro Re e Signore, cantando il Te Deum.

Vengono provvisoriamente trasferite, sotto stretta sorveglianza, in un vicino convento di Orsoline francesi. Da poco lontano possono così partecipare alla spirituale agonia del loro Sacro Cuore. Per sette giorni si succedono inutilmente le esplosioni con cui si tenta di abbattere il grandioso monumento. Alla fine bisogna far intervenire un’apposita squadra di minatori asturiani esperti in esplosivi. Le monache, da lontano, vegliano a turno per sette giorni e sette notti, e la comunità accompagna ogni esplosione col canto della Salve Regina.
Alla settima notte, primo venerdì del mese, giunge la notizia che il monumento è crollato tra un coro feroce di bestemmie.

Cominciò così una vicenda che ha dell’incredibile: le povere monache non sono riuscite a proteggere il loro Sacro Cuore, ma il Sacro Cuore proteggerà quelle povere monache che avrebbero fatto di tutto per morire per Lui.

Madre Maravillas chiede al Russo che la comunità sia trasferita a Madrid, anche se ciò significa gettarsi letteralmente nelle fauci del lupo. Nella capitale tutte le chiese sono state chiuse; la celebrazione della Santa Messa è considerata un crimine; ogni comunità religiosa è disciolta; preti, frati e monache sono preda da caccia. Le monache di Madre Maria riescono a rifugiarsi in un appartamento messo a disposizione dai parenti di una di loro. Si tratta di un rifugio temporaneo per tempo necessario perché ogni monaca possa tornare alla sua famiglia d’origine. In realtà l’appartamento diventa un monastero clandestino, nel quale osano perfino accogliere un padre carmelitano in fuga dalla polizia. Così hanno ogni giorno la Santa Messa assicurata, il che basterebbe a far rischiare loro la vita.

Beate Martiri Carmelitane di Guadalajara

Qui le monache resteranno per un intero anno, realizzando quello che viene considerato il più grande miracolo di Madre Maravillas: una comunità carmelitana che vive nascosta, come nelle catacombe, ma rispettando quasi integralmente la regola con i suoi orari, i riti, le pratiche religiose, il silenzio, i momenti di ricreazione (anche se devono tutte dormire per terra, in un’unica stanza). E vivono con tanta serenità e pace, anche se sono continuamente raggiunte da notizie atroci (uccisioni di familiari, di amici, di altre monache, di padri carmelitani), anche se soffrono di assoluta scarsità di cibo, di impossibilità di respirare all’aria aperta, e sotto la continua minaccia d’essere denunciate e arrestate. Come se non bastasse, proprio di fronte alla casa c’è una prigione, da dove a sera si sentono spesso le urla dei prigionieri torturati. La Madre passa lunghe ore della notte a pregare per loro, con la testa appoggiata al tabernacolo. Qui ricevono la notizia che tre carmelitane sono state martirizzate a Guadalajara: “Che fortuna – commentano – e che onore per l’Ordine Carmelitano!”.

A contatto coi miliziani

Santa Maria Maravillas di Gesù

E un giorno la perquisizione arriva: alla porta dello stabile si presenta una pattuglia di miliziani, guidata da un feroce comandante anarchico della capitale: un certo Avelino Cabrejas, capo di una delle più famigerate “checas” di Madrid, una di quelle prigioni dove abitualmente si torturavano e si uccidevano i prigionieri senza processo. La perquisizione è minuziosa, ma in casa non ci sono nemmeno i materassi: i miliziani frugano fin nella cenere del focolare; poi uno di essi strappa alle suore il crocifisso che portano sull’abito, e i rosari che tengono appesi alla cintura. Cabrejas è stupefatto della serenità delle monache.
«Come fate a non aver paura, a restare così contente, in mezzo a tanti pericoli e in tanta miseria, senza avere niente di niente?».
«È Dio che fa tutto. Non abbiamo paura perché desideriamo dare la vita per Cristo, e preghiamo molto, molto per voi», spiega la Madre.
Alla fine le monache chiedono la restituzione dei loro crocifissi e il miliziano che li ha raccolti si altera visibilmente.
«Daglieli, hombre», dice Cabrejas. «Non vedi che non riescono a vivere senza?». È il complimento più bello che le monache abbiano mai ricevuto.

La pattuglia se ne va e si ode un miliziano che sulle scale rimbrotta Cabrejas: «Ma come non ne hai arrestata nemmeno una?», «Bah, a che serve? Sono soltanto delle povere infelici!». In realtà quello che egli non riesce a capire è proprio la felicità di quelle monache.

Cabrejas porta via la sua gente, ma torna qualche tempo dopo con un altro, peggiore di lui. Cabrejas lo presenta alla Priora come “il suo addetto alle torture e alle esecuzioni”; ma dice d’averlo portato in visita “a titolo d’amicizia”. La comunità li accoglie: le monache sono sedute per terra. Dapprima l’interrogatorio è benevolo, poi il carnefice interviene brutalmente: «Non sapete che siamo anarchici e possiamo togliervi di mezzo in un istante? Non avete paura?», «No – ribatte la Madre – non abbiamo paura. Potete toglierci la vita, questo è tutto. Ma noi desideriamo dare la vita per Cristo», e chiede alle monache di intonare il loro canto preferito, che hanno composto in quei giorni, in puro stile teresiano. Alcune parole del canto dicono: “C’è una grazia più grande di quella del martirio? / Se Dio vuole che io sia imprigionata / o che in prigionia io muoia / ebbene, dirò che sono sì prigioniera / ma prigioniera solo del suo amore!”.

I due se ne vanno addirittura commossi, commentando incredibilmente: «Dopo tutto è bello che siano così entusiaste della loro vita. Questo significa essere veramente cattolici!». Le suore, invece, si rimproverano perché, a causa del loro canto, si sono fatte sfuggire l’occasione di morire martiri. “È stato il canto a rovinarci!”, commentano la sera in ricreazione. In compenso Cabrejas manda loro un regalo: altre due monache d’un altro Ordine, arrestate a Toledo e inviate alla sua prigione per essere giustiziate. Pian piano, sotto la tacita protezione di quella belva – che ridiventava stranamente umana solo davanti allo sguardo della Madre – l’appartamento diventò una piccola centrale di vita cristiana e di carità, e un rifugio per tante monache d’altri monasteri e istituti, anche se ogni giorno si correvano rischi sempre più gravi.

A Las Batueca

Eremo carmelitano di Las Batuecas

Quando la situazione divenne comunque insostenibile, la Madre decise di intraprendere un viaggio di fortuna, tra innumerevoli pericoli per trasferire tutta la comunità nell’altra parte della Spagna: un viaggio su camion di fortuna da Madrid a Valencia, a Barcellona, a Lourdes, rientrando poi dalla parte di Salamanca, fino a rifugiarsi tutte nell’antico e cadente eremo carmelitano di Las Batuecas.

Qui in una povertà estrema (solo dopo parecchi mesi riuscirono ad avere pagliericci, lampade di acetilene, piatti e posate), ma anche in tanta dolce solitudine, Madre Maravillas fece a Dio il voto “più perfetto”: promise, cioè, che avrebbe scelto in ogni circostanza, tra due alternative possibili, quella che esprimesse “più amore”. Scriveva: “Il Signore mi dà un tale desiderio di amarlo che, durante il giorno, non posso pensare ad altro, mentre tutte le cose della vita rimangono come al di fuori di me”. E tuttavia “le cose che restano al di fuori” la prendono costantemente, perché deve occuparsi letteralmente di tutto.

Finalmente alcune monache poterono tornare alla Collina degli Angeli (che nel frattempo era stata nominata “la collina rossa”). Giunsero proprio mentre Madrid veniva presa d’assalto dai nazionalisti, e la situazione era ancora rischiosa. Trovarono il monastero semidistrutto: i miliziani che vi si erano acquartierati avevano bruciato mobili, porte, arredi, mura, e certe stanze usate come letamaio avevano una dura crosta di immondizie alta più di settanta centimetri. Dopo più di due mesi la clausura poté essere ristabilita, e la comunità originaria fu riunificata, anche se nel frattempo erano talmente cresciute di numero che una parte di essa dovette restare all’eremo de Las Batuecas.

Ritrono al Cerro de los Angeles

Sacro Cuore scolpito rimasto integro

L’unica pena era vedere il caro monumento del Sacro Cuore ridotto in macerie: le pietre erano state tutte ammassate in disparte. Un anno dopo, durante un corso di esercizi spirituali, il Signore Gesù farà un regalo alle sue spose fedeli. Il predicatore degli esercizi, passeggiando tra l’ammasso di rovine, riuscirà a identificare proprio ilblocco di pietra su cui era scolpito il cuore di Cristo, contornato di raggi. Ebbene, i miliziani avevano tutti mirato al cuore, ma nessuno era riuscito a colpirlo davvero: le scalfitture provocate dalle pallottole (le “ferite”) erano tutte e sette attorno ad esso, a forma di corona. Anche questo era un segno, e la grande pietra chiamata “la santa Reliquia” venne collocata in un eremo, dove le monache a turno si ritiravano in solitudine per pregare.

La vita carmelitana riprende tutta la sua intensità e con il santo obiettivodi offrire al Sacro Cuore tutta l’adorazione che Egli merita. Secondo Madre Maravillas compito delle carmelitane è ripagarlo di tutto l’amore che gli negano tante creature inconsapevoli d’essere state create proprio per dargli amore. «Dà una pena terribile non approfittare di tutti gli istanti di vita per dargli questo conforto», spiega alle sue giovani novizie.

Le fondazioni

Intanto le vocazioni giungono numerosissime e il monastero non è più in grado di accoglierne: da quando sono tornate alla collina sono entrate nove postulanti, e altrettante aspettano di entrare. Così, senza assolutamente volerlo, la Madre si trova proiettata in una incessante opera di fondazione.

All’inizio degli anni ’30 ha già inviato alcune delle sue figlie a fondare un monastero in India; altre le ha lasciate all’eremo dove si sono rifugiate durante la guerra, ed ora – dagli anni ’40 fino a metà degli anni ’60 – intraprende obbedientemente un lavoro senza requie che la porterà a fondare un’altra decina di monasteri sparsi in tutta la Spagna e a restaurarne altri due. E appena può cerca di fondare in luoghi cari alla memoria storica dell’Ordine Carmelitano. Più tardi fonderà anche un convento per i padri e perfino una clinica per religiose inferme.

Ogni volta – tra gli inevitabili e lunghi travagli che ogni fondazione richiede – ella pensa a una grazia che il Signore le ha fatto nei primi anni della sua vita religiosa quel giorno che ha sentito nell’anima – pronunciate con assoluta chiarezza da Dio stesso – queste parole bibliche: «La mia gioia è abitare con i figli degli uomini» (Pr 8,31). Da allora ella le porta incise nel cuore, brucianti, e non trova nella vita felicità più grande di questa: offrire a Dio tali “viventi abitazioni”. Per questo si sottomette a continui viaggi, a fatiche senza numero, per organizzare la vita delle nuove comunità, pur di poterGli offrire dei cuori ospitali, e pur di non lasciare senza casa tutte quelle ragazze che chiedono di abitare nella “patria carmelitana”.

L’educazione che Madre Maravillas trasmette loro può essere tutta riassunta in una formula che ella ripete continuamente: «Quello che Lui vuole, come Lui vuole, quando Lui vuole». E spiegava: «Dio, bisogna lasciarlo fare; bisogna lasciare che Lui ci faccia santi!». Pronunciava queste parole come se contemplasse, già realizzato, il meraviglioso disegno che Dio ha su ciascuna anima: «Se tu Lo lasci fare, come lo farà bene!», diceva.

Le fondazioni si succedevano così l’una all’altra, ma appena l’opera era avviata, ella si sottraeva umilmente e non interferiva più, anche se tutte continuavano a considerarla “la Madre”, a chiederle consiglio, ad obbedirle. «Si fa obbedire, anche senza comandare», dicevano.

Gli anni del Concilio Vaticano II

Purtroppo, contro sua voglia, Madre Maravillas divenne segno di contraddizione. Per un misterioso disegno di Dio, infatti, la sua opera di fondatrice si sviluppa negli anni che immediatamente precedono e seguono il Concilio Vaticano II, quando la vita religiosa (non esclusa quella carmelitana) è agitata dalla bufera del cosiddetto aggiornamento. Necessario per tanti versi, l’adattamento voluto dal Concilio esige criteri sicuri e decisioni a volte dolorose. Esige soprattutto grande fede, grande speranza e grande carità. Quando queste virtù mancano (e chi può giudicarle, prima che se ne vedano i frutti?) tutto è possibile: si succedono così tempi, luoghi ed esperienze dove sembra che tutto stia rifiorendo, e altri in cui sembra che tutto stia rovinando. Per anni e anni nelle posizioni estreme si fronteggiano coloro che vogliono tutto conservare e coloro che vogliono tutto cambiare. In mezzo stanno coloro che cercano faticosamente di orientarsi. A monte – meno immediatamente espressa, ma ancora più grave – si va, via via, imponendo un’evidenza sempre più marcata: le alternative che si pongono alla vita religiosa sono le stesse che si pongono alla Chiesa tout-court… Alcune riguardano, paradossalmente, la loro stessa esistenza.

Così l’opera di Madre Maravillas fu quasi naturalmente destinata ad essere guardata da prospettive deformate. Era un’opera nata con una forte urgenza di espiazione – e come poteva essere altrimenti, se nasceva dal cuore di una donna che aveva “sentito” quasi fisicamente il dolore del Cuore di Cristo? Era un’opera nata per dare a Cristo anime brucianti e senza misura, che lo ripagassero di offese orribili e innumerevoli. Era un’opera nata per ricostruire il cuore ferito di un popolo cristiano, e una nazione semidistrutta. Era insomma una sottolineatura particolarmente austera del carisma carmelitano, tipica di chi ha troppo sofferto, perché ha visto disprezzato l’amore. D’altra parte la Chiesa non vive allo stesso modo in un’epoca e in luoghi in cui le è permessa una pacifica fioritura, di come vive quando si trova in un’epoca o in luoghi in cui è perseguitata assieme a Cristo, suo Sposo. Così anche un carisma può avere diverse ambientazioni.

Ma, negli anni successivi al Concilio, a chi guardava l’opera della Madre da lontano, a chi preferiva dimenticare o aveva già dimenticato, a chi si gettava nelle più azzardate sperimentazioni, la questione parve essere quella semplicistica di uno schieramento tra un Carmelo che si aggiornava e un Carmelo che restava attaccato al passato; tra un Carmelo che si apriva allo spirito e un Carmelo che si arroccava nella “lettera”. La questione si aggravò quando la Madre accettò che i suoi monasteri si riunissero in Associazione allo scopo di sostenersi in una fedeltà “senza sconti” all’ideale teresiano, ma rifiutando la proposta di altre forme di aggregazione, tese a favorire forti cambiamenti nella vita claustrale.
Si creò così una divisione e un profondo dolore nel Carmelo.

L’apostolato di Madre Maravillas

Ventorro negli anni ’60

Va detto senza tentennamenti che la Madre non fu così sciocca da credere che la vocazione del Carmelo esigesse la difesa ottusa di usi e costumi superati. In un’epoca in cui tutti offrivano la ricetta troppo facile di distinguere e separare nella vita religiosa (e, specificamente, in quella carmelitana, con esiti a volte discutibili) “ciò che era sostanziale da ciò che era accidentale”, Madre Maravillas ritenne che l’accidentale potesse essere separato dalla sostanza (per rivestirla di un’altra e più moderna “forma”) soltanto se passava intatto (dalla “forma” antica a quella nuova) lo stesso amore che nella “forma antica” era già stato espresso e contenuto. Forse era questo il messaggio che tutti, da una parte e dall’altra, avrebbero dovuto assimilare. E forse è ancora questa la strada possibile per ritrovarsi.

Del resto l’apertura della Madre, in forte anticipo sui nostri tempi, è dimostrata da un esito imprevisto, ma non secondario della sua opera di fondatrice. Le accadde infatti, durante i suoi numerosi viaggi, di osservare l’estrema povertà che a volte attorniava i suoi monasteri: povertà di gente che non l’aveva scelta per vocazione, ma la soffriva per condizione e ingiustizia sociale. Davanti a tanta pena, la Madre non ritenne che fosse suo dovere raccogliere mezzi e donativi soltanto per i suoi monasteri (che peraltro voleva poverissimi, e che si mantenessero esclusivamente con il lavoro delle monache); usò invece del denaro che tanti affidavano volentieri alla sua carità per intraprendere e finanziare – lei, monaca di clausura! – alcune opere sociali.

Così nel 1967 a Ventorro, alla periferia di Madrid, fece edificare scuole per circa 400 bambini. Aveva visto un giorno quegli aridi e sporchi prati di periferia, invasi da nugoli di ragazzini di strada. “Chi insegnerà loro ad amare il Signore?”, si era detta col pianto nel cuore. Aveva perciò creato una serie di piccoli collegi e aveva trovato una congregazione religiosa disposta a gestirli. E nello stesso luogo, nel 1969, consegnò ad altrettante famiglie di baraccati 16 appartamenti prefabbricati.

Maria Maravillas negli ultimi anni di vita

Tra il 1972 e il 1974, vicino al monastero de La Aldehuela – dove trascorreva i suoi ultimi anni di vita – fece realizzare 200 appartamenti per le poverissime famiglie della zona; poi volle che si edificasse anche il complesso delle opere parrocchiali (chiesa, sale per raduni e conferenze, circolo per anziani, oratorio per i giovani ecc.) e il tutto ebbe il bel nome di “Città del Carmelo”. Fu questa la sua intuizione più moderna, da lei intravista in nome della carità: offrire anche ai laici la “città carmelitana”!

Così, l’11 dicembre 1974, giunta a 83 anni, sovraccarica di opere, di virtù e di intuizioni, Madre Maravillas di Gesù spirò a La Aldehuela, uno degli ultimi monasteri da lei fondato.

Qualche tempo prima, su una immaginetta che rappresentava Cristo legato alla colonna, aveva scritto con mano tremante: “Signore, fa’ che almeno adesso io ti dia la consolazione di donarti tutto, tutto…”. Consolare Gesù era stata la passione di tutta la sua vita. Negli ultimi istanti di vita la udirono mormorare: «Che felicità poter morire carmelitana!».

María Maravillas di Gesù venne beatificata a Roma da San Giovanni Paolo II il 10 maggio del 1998. Lo stesso Giovanni Paolo II la canonizzò a Madrid il 4 maggio del 2003.

di P. Antonio Maria Sicari ocd
da Riflessi di Dio – I Santi del Carmelo, EDIZIONI OCD, Roma 2009.

Grazie alla comunità dei Carmelitani Scalzi della Provincia Veneta

Beate Martiri di Guadalajara

Beate Martiri di Guadalajara

BEATE MARTIRI DI GUADALAJARA
(BEATA MARIA PILAR DI SAN FRANCESCO BORGIA E DUE COMPAGNE)

† 24 luglio 1936

 

Memoria facoltativa, 24 luglio

La vicenda del martirio della monaca carmelitana scalza suor Maria del Pilar di San Francesco Borgia (al secolo Giacoma Martínez García), e delle sue due consorelle e compagne di martirio, suor Maria degli Angeli di San Giuseppe (al secolo Marciana Valtierra Tordesillas) e suor Teresa del Bambino Gesù e di San Giovanni della Croce (al secolo Eusebia García y García) è compresa nella grande carneficina che insanguinò la Spagna con la Guerra Civile del 1936-39.

Anche a causa di opportunità politiche, per lungo tempo, si è steso un velo su quegli sconvolgimenti che coinvolsero una parte della cattolicissima Spagna, ma soprattutto la Chiesa di quelle diocesi: fra vescovi, sacerdoti diocesani, seminaristi, religiosi e suore di tanti Ordini monastici, subì la perdita di più di 7.300 membri. Tuttavia, anche Guadalajara venne travolta dalla guerra civile, iniziata in Spagna il 18 luglio 1936: la città, quattro giorni dopo, cadde in mano ai miliziani comunisti. Le monache Carmelitane Scalze dovettero abbandonare il loro monastero di San Giuseppe, che stava per essere incendiato: verso sera, in abiti civili e a gruppi di due, cercarono riparo.

Il 24 luglio, dato che c’erano già troppe monache nello stesso luogo (quattordici delle diciotto che componevano la comunità) e rischiavano di mettere in pericolo anche la padrona di casa, una di esse, la giovane suor Teresa di Gesù Bambino e di San Giovanni della Croce, si offrì di portare due consorelle in un luogo più sicuro: con lei uscirono, verso le quattro di pomeriggio, suor Maria del Pilar di San Francesco Borgia e suor Maria degli Angeli di San Giuseppe. Mentre camminavano, le tre monache passarono accanto a un camion di miliziani che stavano facendo uno spuntino. Furono riconosciute da una di essi, la quale incitò i suoi compagni a sparare su di loro: avevano i capelli troppo corti per essere scambiate per delle laiche. I miliziani scesero quindi dal camion e andarono a cercarle: erano già entrate in un portone, ma vennero obbligate a scendere in strada.

La prima a cadere fu suor Maria degli Angeli, che perse la vita quasi subito. Fu poi la volta di suor Maria del Pilar: morì dissanguata alcune ore dopo, nell’ospedale della Croce Rossa dove era stata trasportata, invocando da Dio il perdono per i suoi uccisori. Per ultima venne uccisa la più giovane, suor Teresa del Bambino Gesù. Dopo aver resistito a delle offerte disoneste ed essersi rifiutata d’inneggiare al comunismo, fu fucilata presso il cimitero, mentre gridava: «Viva Cristo Re!».

Il decreto sul martirio è stato promulgato il 22 marzo 1986. La cerimonia della beatificazione, presieduta da San Giovanni Paolo II, si è tenuta a Roma il 29 marzo 1987.

 

Fonte: http://www.postocd.org/it/biografia-martiri-di-guadalajara-maria-pilar-di-san-francesco-borgia-e-2-compagne

Grazie alla comunità dei Carmelitani Scalzi della Provincia Veneta

Santa Gioacchina de Vedruna

Santa Gioacchina de Vedruna

SANTA GIOACCHINA DE VEDRUNA

1783 – 1854

Fondatrice della Congregazione delle Carmelitane della Carità

Memoria facoltativa, 22 maggio

Nacque a Barcellona il 16 aprile 1783 e lo stesso giorno fu battezzata nella chiesa parrocchiale di S. Maria del Pino. I suoi genitori furono Lorenzo De Vedruna e Teresa Vidal, di sentimenti profondamente cristiani e costumi integerrimi. Sin dalla fanciullezza Gioacchina si sentì spinta a offrire a Dio anche le più piccole azioni. Interrogata dalla mamma come facesse a mantenersi lungamente raccolta, rispose che tutto le parlava di Dio: gli spilli usati per il merletto a tombolo le richiamavano le spine della corona del Crocifisso, al quale voleva portare conforto con piccoli sacrifici; il filo da cucire le ricordava le funi con cui Gesù fu legato alla colonna; le erbe inutili delle aiuole le rappresentavano i propri difetti da sradicare sul nascere. A nove anni fece la prima Comunione e, a dodici, chiese di consacrarsi a Dio tra le Carmelitane di clausura di Barcellona, ma non fu accettata a causa della giovane età.

Contava appena sedici anni quando fu chiesta in sposa da Teodoro De Mas; anch’egli aveva sentito fortemente il richiamo alla vita religiosa, ma aveva trovato ostacolo nella volontà dei genitori per essere il primogenito e l’erede di un nome glorioso. Rassicurata dal suo confessore essere questa la volontà di Dio, Gioacchina contrasse matrimonio con Teodoro il 24 marzo 1799. La perfetta affinità di queste due anime fece della loro casa un regno di concordia e di pace. La giornata cominciava per entrambi in chiesa e si chiudeva con la recita del rosario, cui si unì, con l’andare degli anni, il coro di ben nove figli. Gioacchina amava con tutto il cuore le sue creature e per questo correggeva pazientemente i loro difetti, li incoraggiava nella pratica delle virtù e dava in ogni momento la lezione del suo esempio.

Fatto ardito dalla facile conquista del Portogallo, Napoleone risolse di volgersi anche alla Spagna. All’attentato contro la libertà della nazione il popolo sorse in armi; Teodoro de Mas, discendente di valorosi guerrieri, non giudicò opportuno rimanere in disparte e si arruolò volontario in difesa della patria. Allorché la fortuna fu avversa ai patrioti, egli resistette con un pugno di valorosi in un castello presso Vich, che gli invasori non riuscirono ad espugnare. Impossibile ridire le sofferenze di Gioacchina in questo periodo burrascoso e le sue ansie per la vita del marito, le preoccupazioni per i figli, la povertà estrema. Fu allora che rifulse la sua fortezza e sconfinata fiducia nella Provvidenza: nulla valse a turbare la serenità del suo animo, ad affievolire il suo spirito di orazione, a far uscire un lamento dalle sue labbra.

Francesc Morell i Cornet, Santa Gioacchina de Verduna

Sfinito dagli stenti della guerra, Teodoro morì il 6 marzo 1816, quando Gioacchina contava solo trentatré anni: nello stesso istante parve alla giovane vedova che il grande Crocifisso appeso alla parete di fronte al letto in cui ella giaceva ammalata le dicesse: «Ora che perdi il tuo sposo terreno ti scelgo io per mia sposa». La giovane vedova si trattenne per qualche mese ancora a Barcellona allo scopo di difendere gli interessi dei figli dalle pretese dei parenti; poi si ritirò a Vich, nel feudo lasciatole dal marito, chiamato Manso Escorial: lì avrebbe potuto meglio occuparsi dell’educazione dei figli, dedicare all’esercizio della carità le sue ancor fresche energie ed attendere con più largo respiro alla propria santificazione. Tre figli, intanto, morirono in tenera età, quattro abbracciarono lo stato religioso e due furono esemplari nella vita coniugale.

Francesc Carulla, Santa Gioacchina de Vedruna

Nel sentirsi più libera dagli impegni familiari Gioacchina pensò che fosse arrivata l’ora per realizzare ciò che credeva essere la volontà di Dio: entrare in un Ordine religioso di grande austerità, ma Dio dispose diversamente attraverso la direzione spirituale di Stefano di Olot, cappuccino di Vich, il quale le assicurò che Dio non la voleva in un chiostro, ma la designava fondatrice di una congregazione di religiose per la educazione delle fanciulle e la cura degli ammalati. Ella chinò il capo e pronunciò ancora una volta il suo “fiat”. Il 6 gennaio 1826 fece la professione religiosa di Carmelitana della Carità nella cappella episcopale di Vich, nelle mani del vescovo Paolo di Gesù Corcuera, che aveva incoraggiato l’opera e dato il nome alla Congregazione.

Il 26 febbraio successivo, di buon mattino, ella e nove giovani aspiranti si recarono alla chiesa dei Cappuccini, ascoltarono la Messa e fecero la Via Crucis; poi si diressero al Manso Escorial dove ebbe inizio la nuova vita in un’atmosfera di pace e di fervore. Non mancarono le privazioni e alle volte gli stenti: ma la virtù e l’amore della madre rendevano liete le pene e sopportabili le prove. L’amore materno usato da Gioacchina nella formazione delle sue figlie spirituali fu la caratteristica trasmessa alla Congregazione e divenne un fattore fondamentale del metodo educativo delle Carmelitane della Carità. Un po’ alla volta la pianticella crebbe ed estese i suoi rami, anche se tra persecuzioni, prove ed opposizioni che dimostrarono chiaramente — come diceva la santa — che la Congregazione «non era opera sua, ma di Dio». Ancora vivente la fondatrice, una fitta rete di case si era formata per tutta la Catalogna.

Colpita da un primo attacco apoplettico nel settembre del 1849, altri ne seguirono, che la resero — come ella, stessa aveva chiesto al Signore — inutile e spregevole agli occhi degli uomini. Il 28 agosto 1854 un nuovo attacco la prostrò e qualche ora dopo si manifestarono in lei i sintomi del colera. Circondata dall’affetto delle sue figlie si addormentò nel Signore serenamente. Fu beatificata il 19 maggio 1940 da papa Pio XII e canonizzata il 12 aprile 1959 da San Giovanni XXIII.

 

di Ramona Escudero ccv
da Santi del Carmelo, a cura di Ludovico Saggi Ocarm, Institutum Carmelitanum, Roma, 1972.

Grazie alla comunità dei Carmelitani Scalzi della Provincia Veneta

Beata Maria Candida dell’Eucaristia

Beata Maria Candida dell'Eucaristia

BEATA MARIA CANDIDA DELL’EUCARISTIA

1884 – 1949

Memoria facoltativa, 14 giugno

L’educazione cristiana in famiglia

Maria nel giorno della sua Prima Comunione

La sua era una buona famiglia dell’agiata borghesia palermitana di fine ‘800. Il papà, Pietro Barba era Consigliere di Cassazione e Primo Presidente della Corte d’Appello di Palermo, cristiano senza paure. La mamma, Giovanna Florena, apparteneva a una nobile famiglia messinese, e la povera gente le aveva dato il titolo di “Donna della carità”, tanto sapeva dedicarsi agli altri e prendersi cura dei più poveri.La piccola Maria, nata nel 1884, s’era subito dimostrata particolarmente sensibile ai richiami religiosi che la mamma sapeva attentamente coltivare: «Il Signore: ecco il Tutto che la mamma infuse fin dall’infanzia nel mio cuore». «Fin da bambina ebbi il gusto della preghiera», racconterà lei stessa più tardi, ricordando con tenerezza il giorno in cui una cameriera particolarmente devota l’aveva convinta a «ripetere mille volte il nome dolcissimo di Gesù». La ragazzina si riempiva la giornata di innumerevoli preghierine e devozioni: era quello il modo con cui Dio la preparava – senza che lei lo sapesse – alla vocazione carmelitana che chiede di far diventare preghiera tutta la vita e di far diventare vita ogni preghiera. E c’erano già i germi di quella vocazione personalissima – che ella doveva scoprire e maturare più tardi – tesa a mettere l’Eucaristia al centro di tutto: al centro del cuore, al centro della giornata e al centro delle proprie aspirazioni ideali.

«Ricordo che quando ero piccina – avrò avuto tre o quattro anni – la mamma, venendo dall’aver fatto la Comunione, baciava me e le mie sorelline, dicendo che con quel bacio ci dava il Signore. Perciò io, vedendola rincasare, per prima le correvo incontro e abbracciandola chiedevo: a me, a me il Signore! Mamma mi baciava, alitando sulle mie labbra, e io me ne andavo felice, con le mani incrociate sul petto, con piena fede di possederlo [e dicendomi:] io pure, io pure ho il Signore!».Quando giunse il momento della Prima Comunione, a dieci anni, la bambina volle che tutto, proprio tutto, il suo abbigliamento fosse nuovo e immacolato per esprimere il candore dell’anima. E Dio la ripagò a modo suo: «Ricevuto Gesù e ritornata al mio posto, fui preda per alcuni istanti di una stretta amorosa. Era la prima volta che ciò mi accadeva, una cosa nuova per me. Rimasi sorpresa nel gustare quella goccia di celeste consolazione, caduta sull’anima mia… Io non dissi niente a Gesù: mi sentivo felice… Gli diedi solo due lacrime di intensa felicità e di amore… Ma Lui che avrà fatto, che avrà detto al mio piccolo cuore? Io lo so».

Vivacità e vanità

Maria all’età di quindici anni

Poi la vita riprese a scorrere, sbocciando in un’adolescenza fresca, e tuttavia piuttosto agitata. Maria frequentava una delle scuole più prestigiose di Palermo, il “Collegio Giusino”, vicino alla Cattedrale: l’educazione era buona, ma non bastava a contenere la vivacità e la vanità della bambina, già molto determinata. «Sapevo fare assai bene la mia volontà, risolutamente», racconterà lei stessa. Era buona se decideva di esserlo; mentiva se le conveniva; prediligeva e invidiava le compagne più ricche e sofisticate, trattando le altre con qualche alterigia; sapeva essere ironica e pungente; leggeva, di nascosto e con gusto, giornali, romanzi e testi teatrali inadatti alla sua età; indulgeva a discorsi e curiosità non proprio edificanti; era facile ai capricci. Era soprattutto infatuata di se stessa: non si sentiva mai abbastanza elegante, era sensibile ai complimenti, ed esibiva pettinature elaborate, soddisfatta solo quando le cameriere «la acconciavano come una bambola». E certo non dimenticava d’avere partecipato, a sei anni, a un concorso di bellezza per bambini (organizzato a Palermo già nel 1890!), dal quale era tornata ricca di premi e di regali.

Maria aveva allora tra i dodici e i quattordici anni: tutto avveniva, senza una vera coscienza di peccato, sotto gli occhi attenti dei familiari e delle Suore maestre, che non avrebbero mai permesso trasgressioni esplicite, ma ce n’era abbastanza perché si depositasse nell’anima un disagio che, più tardi, si sarebbe tramutato in inconsolabile dolore per avere offeso Dio.

Poté frequentare solo le elementari e le tre classi preparatorie alle magistrali; poi la tolsero dalla scuola perché giungevano già – secondo l’uso del tempo – le prime proposte di matrimonio e la mamma la voleva a casa per preservarla da ogni rischio. L’affidarono a una brava insegnante privata solo per lo studio del pianoforte.

Un deciso ri-orientamento si produsse in lei alla morte della nonna amatissima (nell’estate del 1898) quando si sentì urgere dentro il grido di quelle domande radicali senza le quali è impossibile maturare davvero. «Domandavo a chi veniva a farci visita: “Che ne fai delle tue giornate?”. E ad altri chiedevo: “Che pensate di fare vivendo?”. Ogni cosa mi sembrava vuota e inconcludente e mi ripetevo: “A che scopo realizzare questa o quella cosa?”. E per molto tempo rimasi senza desideri e attrattive».

“Come? Il mio Dio si degna di abbassarsi fino a me?!”

Per fortuna la preghiera non era stata dimenticata. In casa c’era un angolino dove brillava un’immagine del Sacro Cuore costantemente illuminata. E fu là che accadde l’incontro: «Una sera giravo oziosa per le stanze in attesa di andare a cena… Mi prese il desiderio di fermarmi un po’ a meditare davanti a quella immagine… Il mio spirito era attratto da Gesù. Prima più lievemente, poi più fortemente mi sentii sollevare in Dio, mentre il cielo si apriva sulla mia anima… Iddio, infinito nella sua misericordia, scendeva verso di me, tanto cattiva. Sì, scendeva tutto fino a me, per attirarmi a Sé. Era cosa da farsi all’anima mia? Ma ben riuscì Gesù nel suo intento, perché proprio questo voleva farmi rilevare il mio Dio: la mia indegnità, la mia cattiveria, la mia miseria e infedeltà. E per lasciarmelo comprendere bene e farlo risaltare, non doveva far altro che contrapporvi qualche tratto della sua infinità bontà… Mi dicevo: “Come? Il mio Dio si degna di abbassarsi fino a me?!”». Da quella sera l’improvvisata meditazione cominciò a diventare un appuntamento quotidiano: «Mi sentivo felice! Come è dolce servire il Signore!», mi dicevo: «Ero del mio Dio, volevo Dio, mi piaceva Dio». Era un primo innamoramento, ma Gesù aveva solo cominciato a corteggiarla. Ed egli, di solito, lo fa disseminando la vita della sua creatura con incontri significativi e con segni evocativi.

Per Maria ciò accadde alcuni giorni dopo, quando fu invitata a una particolare funzione religiosa: la vestizione di una giovane parente che aveva scelto di farsi monaca visitandina. La cerimonia la commosse, ma tornò a casa con una persuasione: «Non è per me!». La sola idea della clausura la terrorizzava: «Mi sembrava cosa impossibile, terribile, restare per sempre chiusa là, scegliere quella volontaria prigionia». La sera, a tavola, i fratelli di Maria – un po’ segnati dall’anticlericalismo che andava di moda – scherzarono con lei esortandola, ironicamente, a fare la stessa scelta. «Per me sarebbe impossibile!», rispondeva la fanciulla, senza sospettare che convincere i fratelli a lasciarla andare in monastero sarebbe diventato in seguito il suo più grande e lungo tormento, che sarebbe durato anni. Nel cuore della nostra Maria, quell’aspro rifiuto della clausura durò soltanto una notte, perché nella mattinata successiva ricevette una grazia mistica che l’avrebbe segnata per tutta la vita.

Chiamata alla vita consacrata

«Il giorno dopo dormivo ancora placidamente ed erano le nove. Chissà quanto avevi vegliato amorosamente accanto a me, Gesù: chissà con quale abisso d’amore e di misericordia ti eri preparato, contando le ore, a concedermi questa grazia e a prendermi per te! Gesù aspettò che le mie sorelle uscissero dalla camera, poi, quando fui sola, si piegò sul mio cuore. Mi destai stupita, sbalordita per quel che sentivo: che aveva fatto Gesù al mio cuore? Ripensando a quegli istanti provo dei brividi di gioia, di meraviglia. La vedo come un’immensa pazzia d’amore quella grazia di Gesù. Con le sue mani divine fece come se volesse rubare il mio misero cuore e, a quel tocco, lo coprì di felicità… Vi innestò, vi lasciò passare il suo amore e, nel suo amore, lo suggellò. Mi alzai fuori di me e comprimendo fortemente il petto, quasi ad alleggerire quella smania d’amore, pregai con grande slancio: “Signore, ti amo! Signore, ti amo! Signore, ti amo!”. Mi quietai e restai sua». Era il 3 luglio 1899. Maria aveva solo quindici anni. «Sono trascorsi più di ventisette anni – scriverà ella in seguito – e io sento ancora il tocco della tua mano che mi rapì il cuore!».

Che cosa era dunque accaduto? Le era stata concessa quella grazia di “esperimentare” anche nella carne le verità della fede, della speranza e della carità; di “sentire davvero” le parole d’amore che si recitano nella preghiera e quelle che la stessa Parola di Dio ci mette sulle labbra. Le accadde un incontro d’amore più vero dell’incontro di due fidanzati che vorrebbero scambiarsi il cuore. In particolare le accadde di esperimentare che la clausura non ha tanto lo scopo di separare dal mondo, ma serve a tenersi legate a Gesù solo, e a Lui solo abbracciate.

«Per me sarebbe impossibile!», aveva esclamato Maria la sera precedente, pensando alla clausura monastica. La sera successiva, poteva ormai dire a se stessa: «Non potrò più essere felice, se non quando mi troverò là per sempre». Per realizzare quel sogno, avrebbe dovuto aspettare e lottare per più di vent’anni – troppi, se si fosse trattato solo di un’infatuazione sentimentale! Ma esso non sarebbe mai venuto meno, si sarebbe anzi intensificato giorno per giorno, pur nella normale e laica esistenza, possibile a una ricca ragazza siciliana agli inizi del ‘900.

Educazione e controllo di sè

La famiglia Barba (Maria è la prima da sinistra)

I suoi primi impeti spirituali furono motivati dal bisogno che Maria sentiva di riparare le offese al suo Signore e di preservarsi dai pericoli della brillante vita di società che si conduceva in famiglia. Escogitava penitenze esagerate; teneva a freno la sua fiorente bellezza, anche con metodi esasperati; si sfibrava nell’analizzare la sua coscienza e nel controllare azioni, pensieri e desideri; si dedicava a lunghe preghiere e coltivava molte austerità. E così continuerà così per molti anni, giungendo fin quasi a rovinarsi la salute.

Alla ragazza non era allora consentita una vita sociale e spirituale indipendente, né la partecipazione attiva a qualche comunità ecclesiale. Così ella doveva formarsi da sola, secondo i libri spirituali che le riusciva di leggere, spesso segnati da un duro ascetismo. Non tutto era saggio, ma lo sforzo ascetico le giovò per imparare a dominare gli aspetti più negativi della sua natura che tendeva all’imperio, alla vanità e al possesso geloso di cose e persone. E le servì soprattutto ad imparare che ogni vero amore dev’essere seriamente custodito, alimentato, coltivato; imparerà anche a viverlo con più semplicità assecondando serenamente la volontà di Dio che si manifesta nelle circostanze ordinarie della vita.

Per tre anni questa volontà di Dio si manifestò nella lunga malattia che colpì il papà, condizionando e sconvolgendo l’intera vita familiare: non più feste e ricevimenti brillanti, ma i lamenti dell’infermo che richiedeva assistenza continua e totale, anche notturna, e che alternava momenti di tranquilla tenerezza a crisi nervose anche violente. Non si poteva lasciarlo solo neanche un momento, perché avrebbe potuto farsi del male, e a volte chi l’assisteva doveva subire anche qualche percossa. In famiglia la mamma e le ragazze si davano il turno giorno e notte, e Maria faceva in modo di far cadere su di sé il peso maggiore di quella logorante assistenza: l’adorazione che ella aveva sempre provato per il papà doveva ora fare i conti con l’avvilimento e lo squallore. Gli stessi familiari erano stupiti dalla forza e dalla resistenza della ragazza. «Ma come fai?» le chiedeva la sorella maggiore, «Mi preparo per tempo – rispondeva Maria – con un assoluto abbandono nel Signore, disposta a soffrire ogni cosa per suo amore. Entro così nella camera del papà malato, dimentica di me stessa e mi do a lui per amore di Dio». Diceva di considerare il letto dell’infermo «come l’altare in cui voleva offrire tutta se stessa per Iddio».

I consigli evangelici tra le mura domestiche

Maria all’età di 26 anni

Da come s’era messa la situazione in famiglia, Maria ormai sapeva che la strada per realizzare la sua vocazione monastica sarebbe stata lunga, e aveva perciò deciso di cominciare a vivere i consigli evangelici nel mondo. Cominciò facendo il voto di verginità, sia pure in forma temporanea, secondo i consigli del confessore. Viveva con la coscienza felice di appartenerGli, dicendosi spesso: «Io sono tutta di Gesù, appartengo tutta a Gesù, come cosa sua. Se guardo devo guardare Lui; se parlo devo parlare di Lui».

Contemporaneamente si applicò ad imparare, già nel mondo, l’obbedienza evangelica col metodo più semplice che si possa immaginare: «Io chiedo a Gesù: “Parla, che vuoi da me? Che vuoi ch’io faccia?“. E Lui, sempre con la medesima pazienza, come fosse la prima volta, non mi chiede altro che questo: “Amami!“».

Allo stesso modo cercava di coltivare la povertà evangelica, pur dovendo restare nell’ambiente agiato in cui era nata. La fanciulla ricca che, in villeggiatura, guardava con romantica nostalgia la povera famiglia del giardiniere, sognando «una casuccia povera, in una famiglia dove si vive giorno per giorno, affidati alle mani della Provvidenza», imparò – direttamente dall’Eucaristia – il realismo della povertà: «Guardando Lui che sta nella piccola ostia e si dona in così umili apparenze, anch’io mi sforzai di imitarlo…». E scelse di imitarlo proprio nella rinuncia alle apparenze delle vesti ricche e sontuose, delle acconciature elaborate, degli oggetti ricercati, del cibo raffinato, del denaro speso per il superfluo. Imparò semplicemente a donare con facilità ciò che era suo e a non chiedere mai ciò che le mancava: «Nelle tue mani, Signore, io mi abbandono come una bimba, felice di ciò che mi manca». Paradossalmente il punto in cui si sentiva più povera, più priva del necessario, era proprio l’Eucaristia, che le era raramente concessa.

In quegli anni di inizio secolo, ad una signorina di buona famiglia non era consentito uscire da casa senza essere accompagnata dai genitori o da un fratello, nemmeno per andare a Messa. Oggi questo potrà far sorridere, ma nell’ambiente sociale di Maria era una legge ferrea. Ogni domenica ella se ne stava – digiuna dalla mezzanotte, come allora era richiesto – aspettando che qualcuno dei familiari la accompagnasse a Messa, e i fratelli spesso si decidevano solo ad ora molto tarda: ma la fame fisica che Maria pativa era poca cosa rispetto al desiderio dell’Eucaristia che la consumava dentro. E se così era nei giorni festivi di precetto, la sofferenza si acuiva nei giorni ferali quando il suo bisogno, quasi fisico, di ricevere quotidianamente l’Eucaristia, si scontrava con la pratica impossibilità di recarsi in Chiesa.

Dopo la morte dei genitori le cose peggiorarono ancora: «Per mesi e mesi, forse anche per un anno intero, per me non c’erano né domeniche né chiesa, né Santo Sacrificio, né Eucaristia. Quanti desideri, quanto mendicare e sperare che qualcuno si decidesse ad accompagnarmi nella tua casa, o mio Gesù. Inutili le attese, il digiuno…». Si può dire che la difficoltà che ella ebbe a realizzare la sua vocazione – soggetta com’era all’autorità dei familiari – aveva una spina quotidiana proprio nelle difficoltà che la tenevano lontana dall’Eucaristia. Ma ella le risolse quando capì che nemmeno la distanza fisica poteva impedirle di visitare spiritualmente – ma in tutta verità – quel Gesù che se ne stava pazientemente nel suo tabernacolo: «Cominciai a fargli delle visitine durante il giorno, e anche durante la notte, col pensiero e col cuore. Lo visitavo in tutte le chiese dove stesse più abbandonato e dimenticato. Di notte, interrompendo il sonno, mi levavo in ginocchio e adoravo. Vedevo con lo spirito quelle chiesette buie e la porticina silenziosa del santo tabernacolo. Dicevo a Gesù che ai piedi di ogni tabernacolo mettevo come lampada il mio cuore, affinché continuamente lo adorasse, lo ringraziasse, lo amasse e riparasse per tutti.». Non riusciva nemmeno a immaginare che esistesse al mondo altra felicità che quella della presenza eucaristica: «Se vedevo a volte qualcuno che rideva e si rallegrava, mi veniva spontaneo pensare: “Forse oggi avranno fatto la Comunione!”. E se qualche persona allegra stava parlando proprio con me, e potevo apprendere che non s’era affatto comunicata, mi chiedevo con stupore: “Ma come può essere allegra? Di che ha da rallegrarsi?”». Le sembrava impossibile che ci fossero al mondo persone che si adattassero, in maniera spensierata, a quello che chiamava “l’interiore vuoto volontario”.

L’incontro con Teresa di Lisieux e l’entrata in monastero

Intanto la situazione familiare si aggravava ulteriormente: nel 1911 morì improvvisamente di nefrite il fratello Paolo, studente di Legge, a soli 21 anni di età. Era il preferito della famiglia, per la sua dolce bontà e Maria (che aveva allora 27 anni) era per lui amica e confidente. In seguito a tale tragedia, anche la salute di mamma cominciò rapidamente a declinare. E furono altri tre anni di continua assistenza all’inferma. Era come se i legami che trattenevano Maria nel mondo si allentassero progressivamente, ma solo a prezzo di sofferenze lunghe e profonde. Prima di morire, la mamma raccomandò ai due fratelli maggiori di lasciare finalmente partire la sorella verso il suo sospirato monastero. Ma la loro resistenza si fece, invece, ancora più aspra. Erano due professionisti affermati (uno medico cardiologo e Libero Docente all’Università di Palermo, l’altro Magistrato alla Corte d’Appello) e si sentivano due buoni cristiani, ma erano troppo segnati dallo spirito del tempo: ambedue convinti che Maria fosse la luce della famiglia di cui non potevano né dovevano privarsi; ambedue convinti di avere su di lei un’autorità indiscutibile; ambedue convinti che quella vocazione fosse solo frutto di una fantasia surriscaldata.

Ella aveva custodito in cuore un desiderio della clausura piuttosto generico, orientato inizialmente verso il monastero delle Visitandine. Poi era stata affascinata dalla “Storia di un’anima”, di Teresa di Lisieux, che in quegli anni cominciava a diffondersi. Ma a Palermo il monastero delle carmelitane era in grave crisi. Fu l’Arcivescovo di Palermo, Card. Lualdi, a sciogliere il nodo, consigliando a Maria Barba un nuovo, povero monastero di Carmelitane che in quegli anni era sorto nella lontana Ragusa. I primi contatti, all’insaputa dei fratelli, furono epistolari. Ma quando venne finalmente il tempo della partenza (Maria aveva già 35 anni) lo scontro con i fratelli toccò punte di parossismo. Si rifiutarono di accompagnarla, come l’uso del tempo avrebbe esigito. «Tu sei pazza! Non posso venirti a chiudere in carcere con le mie mani», gli disse uno di essi rifiutandosi di accompagnarla. E l’altro, al momento degli ultimi saluti, se ne resto mutò col giornale in mano, senza nemmeno guardarla. Negli anni avvenire, Maria non riceverà mai né una visita né una lettera dai fratelli, che la considereranno come morta.

Il viaggio in treno per Ragusa durava allora più di quindici ore, quasi tutte notturne. Quando nel pomeriggio del giorno dopo, Maria si presentò alle porte del monastero, le monache quasi non volevano più accettarla, perché la giovane – per un ultimo tentativo di accontentare i fratelli – era uscita di casa indossando il suo vestito più bello. «Sembrava una ballerina», dissero le rudi monache che se la videro apparire alla porta come se venisse da un mondo di fiaba. Ma sorrisero, quando videro il primo gesto che Maria compì quasi istintivamente: si tolse la collanina d’oro e gli orecchini di smeraldi ornati di perle e li depose ai piedi di una statua della Vergine Santa che era nell’atrio del monastero.

Formazione al Carmelo

Prima Professione di Suor Maria Candida dell’Eucaristia

Quando giunse il tempo della prima vestizione, le diedero spontaneamente – senza che lei ne avesse mai fatto parola – il nome che aveva sempre desiderato: Maria Candida dell’Eucaristia e, quando si accostò al tabernacolo, le parve di sentire che Gesù Eucarestia l’accoglieva dicendole con infinita tenerezza: «Maria Candida, mia».

L’adattamento alla vita claustrale non fu facile. Si trattava di un monastero di recente fondazione, quasi interamente immaginato e preparato da una ventina di ragazze che s’erano via via radunate assieme spontaneamente, nel desiderio della vita carmelitana. Conoscevano le “Costituzioni” di Santa Teresa e qualche testo di San Giovanni della Croce. E già subivano il fascino di una giovane carmelitana francese (Teresa di Lisieux), la cui fama cominciava a irraggiarsi anche in Italia. A guidarle e a meglio compaginarle erano state inviate due religiose più anziane ed esperimentate, dal monastero di Arco Mirelli (Napoli). L’ideale in vigore nel monastero ragusano era riassumibile nel binomio tradizionale preghiera-austerità di vita, anche se c’era voluto tempo perché la vita regolare fosse interamente attuata. Si era appena conclusa la Prima Guerra Mondiale e sofferenze ed austerità erano da tempo pane quotidiano per tanta povera gente. Anche Maria s’era da tempo abituata, già in famiglia, a vivere in maniera austera, dedicandosi a lunghe preghiere e praticando dure penitenze. Ma in quei primi mesi di vita monastica scopriva durezze inattese: il pesante divario culturale e la rusticità di alcune consorelle; la grossolanità e la scarsezza del cibo; la scomodità degli orari; il freddo inusuale; il riposo insufficiente… A volte, al mattino, la stanchezza era già tanta che le sembrava quasi impossibile giungere fino a sera. Eppure le lettere e i diari del tempo sono impregnati di entusiasmo e di gioia: «Sto bene e sono felice, sempre», è la formula ricorrente. Il fatto è che tutto contribuiva a farla sentire abbracciata e custodita da un amore più grande.

Della Regola Carmelitana aveva subito percepito il nucleo incandescente, là dove essa prescrive “la preghiera incessante“. Anziché spaventarsi di una simile prescrizione, diceva di averne avuto sempre «una sete indescrivibile», e che non le sembrava vero di poterla finalmente appagare. Della dottrina di Santa Teresa d’Avila l’affascinava l’impegno e l’invito ad osservare la Regola “con la maggiore perfezione possibile”, in modo da non togliere mai nulla all’amore. Ma restò col fiato in gola, quando poté leggere le prime pagine del “Castello interiore” dove la Santa descriveva la grande bellezza e l’infinità dignità dell’anima umana e Maria riconobbe proprio ciò che le era accaduto appena entrata in monastero: si stava confessando e, nel momento di ricevere l’assoluzione, aveva avuto la grazia di “vedersi dentro”. Era rimasta stupefatta: «”Ma così sono io interiormente? Questo tesoro io posseggo in me?“, ripetevo a me stessa tra lo stupore e l’onda di grazia e di dolcezza che mi avvolgeva». Da allora il suo rapporto con la grande Teresa continuò con questo ritmo: nelle parole di lei, Maria Candida ritrovava e capiva tutte le intense esperienze che Dio man mano le concedeva.

Con San Giovanni della Croce – che cominciava a conoscere – le pareva di avere una lunga e lontana familiarità, perché già nel mondo ella s’era spesso sentita come la “Sposa dei Cantici”, continuamente corteggiata dallo Sposo: da Lui vegliata nella notte, da Lui accarezzata, da Lui baciata. Ma ora in monastero cominciava ad intuire anche la drammaticità di un possesso mai totalmente appagante, un possesso che dev’essere sempre nuovamente ricercato e sempre nuovamente realizzato, ad ogni prezzo.

La notte oscura

Il periodo di formazione monastica durò cinque anni e l’esperienza interiore ebbe un duplice movimento, apparentemente contrastante. Più le grazie la inondavano, più le accadeva – già in quei primi anni – qualcosa a cui Maria Candida non era affatto abituata: «Quella luce santissima mi portò le tenebre e mise sottosopra il fondo della mia natura». «Patire senza avere più notizie di Gesù, agonizzare in un mare di tentazioni e di ripugnanze e sentirsi intanto del tutto estranea a Lui, anzi da Lui rifiutata, lo spirito nelle tenebre, la mente avvolta nelle distrazioni, nessuna goccia di sollievo in nessuna cosa! Anzi soffrire di tutto… Questo è inferno! E così la mia anima spontaneamente l’ha qualificato». Le sembrava di assomigliare ad un tronco spogliato, via via, di ogni frutto, di ogni foglia, di ogni ramo e aggredito da una scure impietosa. «Gesù mi aveva appena accolto con tanto amore dal seno della mia famiglia nel giardino carissimo del Carmelo che subito mi abbandonò, anzi mi rifiutò del tutto».

Per fortuna chi si mette alla scuola di San Giovanni della Croce è bene attrezzato per conoscere questo particolarissimo dramma che il Santo chiamava “notte oscura” e che si produce spesso nella vita dei più grandi mistici. L’amore cristiano, quanto più cresce tanto più è chiamato a immergersi nella Croce di Gesù e a partecipare al dramma con cui Egli vuole abbracciare anche tutta la nostra sofferenza e tutta la nostra perdizione. Non c’è sofferenza umana che al vero mistico possa essere risparmiata, come non è stata risparmiata al nostro Salvatore.

Madre come Maria

Professione Solenne di Suor Maria Candida dell’Eucaristia

Maria Candida aveva trentadue anni, quando finalmente poté emettere la sua professione solenne (o definitiva), scegliendosi come patrona Teresa di Lisieux appena proclamata Beata. E non erano ancora passati sei mesi, che tutta la comunità la eleggeva all’ufficio di Priora, nel quale l’avrebbero poi mantenuta per quasi vent’anni. Era una cosa inaudita in un Carmelo, tanto che ci volle un permesso speciale della Santa Sede per convalidare la nomina.
Erano quasi tutte monache giovani, ma nell’ultima arrivata avevano subito intuito una maturità, una forza e una maternità straordinarie, e loro avevano appunto bisogno di una madre spirituale. Fu così che la storia di Madre Maria Candida dell’Eucaristia divenne la storia della sua comunità che ella educò nel pieno rispetto della tradizione carmelitana, non senza rischiare nei primi anni un’eccessiva rigidità e severità.

Dalle sue monache esigeva un’osservanza assoluta e minuziosa della Regola, non per durezza di cuore, ma perché – dopo aver tanto atteso e desiderato quella vita – non sapeva nemmeno che ci si potesse risparmiare in amore. In seguito, con l’esperienza degli anni, diverrà più misericordiosa e dolce, al punto che, alla fine, potrà dire alle sue sorelle: «Vi ho amate tutte, come se ognuna fosse l’unica e la prediletta».

Le aveva anche coinvolte nel suo personalissimo carisma che sapeva far convergere tutto sull’Eucaristia: sua gioia quotidiana e suo continuo martirio d’amore. Ebbe il dono di vedere davvero nel Sacramento dell’altare “il centro del cosmo e della storia” e di sentirsene infallibilmente, stabilmente, irresistibilmente attratta. Per lei il Tabernacolo rifletteva esattamente la “settima dimora” del “Castello interiore” di Santa Teresa d’Avila, in cui la sua anima carmelitana anelava di poter sempre abitare. Non vedeva al mondo bellezza altrettanto grande che meritasse attenzione: «Girando poi lo sguardo a tutte le bellezze, a tutte le grandezze, a tutti gli splendori della terra, e riposandolo di nuovo sul santo Tabernacolo, io sento, io esclamo che tutto è vuoto, che non v’è tesoro più grande, più delizioso, di quello che io possiedo e che tutto è là!». Pregava: «Gesù Eucaristia, tu mi hai fatta per te e per te io tutta sono» e l’intera sua esistenza era ricerca di potergli offrire sempre qualcosa di più nuovo e di più totale. Giunse fino a donargli la promessa (il “voto”) di compiere sempre ciò che era “più perfetto” (cioè “più gradito” a Dio). Gli offrì la sua disponibilità a lasciarsi sempre “immolare” come si immola quotidianamente l’Ostia su tutti gli altari. Gli donò l’attenzione quotidiana e operosa nel guardare e trattare ogni altra monaca (e sua figlia) con “stupore eucaristico”.

Beata Maria Candida dell’Eucaristia

L’Eucaristia era l’incarnazione di Gesù, messa alla portata di ciascun uomo: alla portata di ogni cuore e perfino di ogni corpo umano. Diceva: «Nel nascere Gesù si fece nostro, nell’Eucaristia si rende mio». Se avesse potuto, sarebbe rimasta a fargli compagnia vicino all’altare, ad ogni istante libero della giornata, ma faceva sempre precedere il rispetto delle regole del monastero e le urgenze della carità fraterna. Nella sua passione eucaristica si sentiva vicinissima alla Madonna e diceva: «Io Vorrei essere come Maria, essere Maria per Gesù, prendere il posto della mamma sua. Nelle mie comunioni Maria l’ho sempre presente. Dalle sue mani io voglio ricevere Gesù. Lei deve farmi diventare una cosa sola con Lui. Io non posso dividere Maria da Gesù!… Nei miei rapporti con Gesù Ostia, mi studierò di essere come Maria per rispetto, per adorazione, per tenerezza, per amore. Io non dividerò mai Maria da Gesù».

Così quando le urgenze del monastero e del suo ufficio di Priora la tenevano occupata altrove si comportava col Santissimo Sacramento come si comporta una mamma che, quando mette a letto il bambino può sbrigare le faccende di casa, ma ogni tanto lo va a guardare ed è impaziente di tornare vicino alla culla. «Allora, quando le occupazioni della vita mi chiamano, io gli dico che intanto dorma nel mio cuore, poi ogni tanto ritorno a lui, ci rimango con soavità a guardarlo in silenzio. Sono tornata, l’ho guardato in silenzio, gli ho parlato piano piano per non svegliarlo. Dopo finalmente mi è stato dato di appartarmi, finiti i lavori, per seguitare il mio ringraziamento. Tutta lieta l’ho svegliato presto con un bacio e gli ho detto: ecco, Gesù, or a noi due, e mi è parso che Gesù si levasse e mi unisse forte a lui nel suo cuore…».

Così passarono gli anni. Così invecchiò Madre Maria Candida, sempre desiderando di potere dare tutto al suo Sposo e sempre educando “eucaristicamente” il monastero che le era stato affidato. A 65 anni si ammalò gravemente per un tumore al fegato e le sofferenze non le diedero tregua, ma continuò ad essere, per tutti, di esempio caro e materno, anche se non era più Priora.

Morì nella festa della Santissima Trinità del 1949, spirando come aveva desiderato quel giorno in cui in un suo quadernetto aveva annotato: «Io voglio alla sera della mia vita mormorare in piena pace e gioia e calma “Ho fatto tutto quello che voleva il mio Dio”». Era certa di Lui: «Ho un cumulo infinito di meriti per andare in paradiso: i meriti di Gesù… Ho trovato dolcissimi nascondigli dove nascondere in eterno le mie colpe e le grandi miserie della mia anima: le cinque piaghe di Gesù».

E’ stata beatificata il 21 marzo del 2004 a Roma da San Giovanni Paolo II.

di P. Antonio Maria Sicari ocd
da Riflessi di Dio – I Santi del Carmelo, EDIZIONI OCD, Roma 2009.

 

Dagli «Scritti» della beata Maria Candida dell’Eucaristia, vergine (Colloqui eucaristici, Morena-Roma 2004, pp. 119- 123):

“Dalla contemplazione della presenza alla comunione eucaristica Contemplare con doppia fede il nostro Diletto nel sacramento, vivere di Lui che ogni giorno viene, restare con Lui nell’intimo dell’anima nostra, ecco la nostra vita! Quanto più intensa sarà questa vita intima, tanto più noi saremo carmelitane e faremo progresso nella perfezione.

Questo contatto, questa unione con Gesù è tutto: quali frutti di virtù non ne derivano! Bisogna farne l’esperienza. Vivere con Gesù è vivere delle sue stesse virtù, è ascoltare la dolcissima voce, l’amorosissima volontà e subito ubbidire, presto accontentarlo! I nostri occhi che si chiudono, nell’ansia amorosa di ritrovare Lui, di contemplarlo in fondo al nostro cuore: non è il bisogno che ci ha lasciato la santissima comunione al mattino? Non è l’attrazione di Lui che vi è rimasto, e là vive? Il ciborio del santo tabernacolo e il ciborio del nostro cuore, io non saprei dividerli! Oh quante volte, pur trovandoci in coro davanti a Lui sacramentato, fosse anche esposto, noi proviamo il grande bisogno d’internarci in noi, e là ritrovare e restare col nostro Gesù! Quale mistero di amore questa intimità con il nostro Diletto! Io vi rifletto, a volte, commossa, dandone lode all’Amore! E commossa la rimiro.

Tutto quaggiù è scomparso per noi, segregate, lontano da chi tanto ci amò; i nostri occhi beati, più nulla vedono: e pur si chiudono ancora per astrarsi dallo stesso santo ambiente, si serrano ansiosi per ritrovare Lui, per vedere Gesù! Mistero d’amore, tenerissimo incanto! Lui si lascia trovare dal cuore che lo cerca, dall’anima che sa fare a meno di tante cose per amore di Lui. Stare presso il nostro Dio sacramentato, come i beati stanno in cielo, nella visione del sommo Bene, è quello che dobbiamo fare, secondo la nostra santa Madre Teresa. Sette volte al giorno, noi circondiamo il trono del nostro Bene, il sacro tabernacolo, recitando le divine lodi: oh, quanta fede merita così alta azione, quale annichilimento! L’adorazione, l’amore tutto accompagni e abbellisca!”

Grazie alla comunità dei Carmelitani Scalzi della Provincia Veneta

Beato Francesco di Gesù Maria Giuseppe

Beato Francesco di Gesù Maria Giuseppe

BEATO FRANCESCO DI GESÙ MARIA GIUSEPPE
(FRANCISCO PALAU Y QUER)

1811 – 1872

Fondatore delle Congregazioni
delle Sorelle Missionarie Carmelitane
e delle Sorelle Missionarie Carmelitane Teresiane

Memoria facoltativa, 7 novembre

B. Francisco Palau

Francesco Palau y Quer nacque nel 1811 ad Aytona, nella diocesi di Lèrida (Catalogna), da una modesta famiglia di contadini. A 14 anni, ospitato e mantenuto da una sorella sposata, poté frequentare come esterno il seminario diocesano, riuscendo poi, col suo impegno, a ottenere una borsa di studio, per esservi accolto come come interno. A 21 anni, però, affascinato dalla figura del Profeta Elia, decise di farsi carmelitano, entrando nel noviziato dell’Ordine a Barcellona, dove professò solennemente nel1833. Era intanto scoppiata una guerra civile: e il convento fu incendiato dai rivoluzionari cosiddetti “liberali” e i religiosi furono costretti all’esclaustrazione.

Per alcuni mesi Francesco si dedicò alla preghiera e ad esperimentare quella vita eremitica, da cui l’Ordine Carmelitano era nato. Poi tornò in famiglia per prepararsi a ricevere l’ordinazione sacerdotale. Continuò comunque nell’eremitismo per i primi due anni di sacerdozio, vivendo in una grotta, in preghiera e penitenza. Quando accettò di dedicarsi anche al ministero della predicazione, si trovò coinvolto senza sua colpa nelle intricate vicende politiche del tempo, al punto che, nel 1840, fu esiliato in Francia, dove dovette restare per circa undici anni.

Dapprima visse dalle parti di Perpigano, ancora come eremita, ma occupandosi anche nella composizione di alcune opere teologiche: se ne stava solitario in una grotta trasformata in cappella, ma era sempre più ricercato dai fedeli che ricorrevano a lui per averne un aiuto spirituale. A volte accettava anche di predicare nei dintorni, lieto di poter vivere alla maniera degli antichi profeti del Carmelo, di cui si sentiva sempre più figlio ed erede. Col suo abito carmelitano e la sua cappa bianca, con l’imponenza della sua personalità, faceva veramente pensare all’antico profeta biblico con la sua celebre irruenza. Ma gli avvenimenti sembravano metterlo continuamente in un’alternanza necessaria tra vita solitaria e predicazione profetica. Per sopravvenute difficoltà col Vescovo del luogo, dovette trasfersi a Cantayrac, in alcune umide grotte, dove trascorreva intere giornate e buona parte delle sue notti insonni pregando e nutrendosi soltanto di pane, frutta e verdure. Rispose ai sospetti suscitati dal suo stile di vita con due libri: La vita solitaria e Il solitario di Cantayrac.

Sognava intanto di raccogliere attorno a quel suo progetto di vita contemplativa una comunità maschile e una femminile, ma incontrò la decisa opposizione del vescovo locale. Per realizzare tale sogno, osteggiato in Francia, tornò in Spagna nella diocesi natale, ma l’accoglienza gli fu ancora negata. Si trasferì allora a Barcellona, dove un Vescovo amico gli offriva di lavorare alla ricristianizzazione della diocesi. Vi fondò una particolare scuola di catechismo per adulti (con metodi e contenuti del tutto personali) che chiamò Scuola delle Virtù: il successo fu straordinario e la frequenza fu di circa 2000 persone. Anche questa scuola, però, dopo tre anni, fu soppressa dal governo, con l’accusa d’aver favorito uno sciopero di operai, organizzato a Barcellona.

Mandato al confino a Ibiza, P. Francesco – lamentando che non ci fosse allora in Spagna nessun tribunale davanti al quale difendersi, e nessuna legge alla quale appellarsi – tornò ancora vivere da eremita in grotte sempre più nascoste e inaccessibili. Deciso comunque a dedicarsi all’attività pastorale nelle isole Baleari, ottenne dalla Santa Sede il titolo di missionario apostolico, e vi esercitò per tre anni un travolgente apostolato. Il confino gli fu revocato nel 1860, e poté così tornare a Madrid deciso di darsi interamente al servizio apostolico della Chiesa.

Ritratto del B. Palau, dagherrotipo

Può sembrare paradossale, ma – nei lunghi anni di quasi esclusiva contemplazione – egli si era sempre più concentrato sul mistero della Chiesa, fino ad esserne innamorato. Ad essa, quando pregava, si rivolgeva con parole d’amore: «Nel giorno in cui sono stato ordinato sacerdote, sono stato consacrato, attraverso l’ordinazione, al tuo servizio, sono stato consegnato a te, Chiesa, e da quel giorno non appartengo più a me stesso, tuo sono e tue le mie azioni, per quanto sono e ho». E, se nella vita mostrava di amarla come una sposa pura e santa, nei suoi numerosi scritti la sentiva e la descriveva come una madre tenera e amorosa. Il mistero della Chiesa, corpo mistico di Cristo, si era impresso sempre più profondamente nella sua anima, tanto che poteva scrivere: «La mia missione è di annunciare ai popoli che tu, Chiesa, sei infinitamente bella e amabile, e predicare che ti amino. Amore per Dio, amore per il prossimo: questo è l’oggetto della mia missione». A una sua figlia spirituale scriveva: «La mia unione, le mie nozze spirituali con la Chiesa costituiscono l’oggetto unico e principale delle mie occupazioni. Di questo ho piena la testa e il cuore e non so pensare altra cosa e assorbe talmente le mie potenze e i miei sensi, che in cinque giorni sono riuscito a stento a consumare un pane».

Inutile sottolineare che, assieme alla devozione per la Chiesa, egli alimentava anche, con lo stesso impeto la devozione a Maria che egli considerava come “archetipo perfetto”. È questa la caratteristica propria del “carisma carmelitano” del beato Francesco Palau: portare a compimento con la vita e negli scritti – sia a livello di riflessione che di esperienza – l’ecclesializzazione della contemplazione, già insegnata da S. Teresa d’Avila: una Chiesa “contemplata” nella sua mistica “personalità”. Gli scritti che egli ci ha lasciato (non solo in spagnolo, ma anche in catalano e in francese) sono segnati da un’impronta fortemente dialogica e figurativa.

Nell’ultimo periodo, Padre Francesco si dedicò così con tutte le sue forze a fondare e dirigere gruppi di laici “carmelitani” che si dedicassero all’insegnamento religioso all’infanzia e alla cura degli infermi a domicilio. Ma solo i gruppi femminili (uniti in due Congregazioni) sopravvissero alla guerra civile del 1936 e sono fiorenti ancor oggi.

Morì a Terragona nel 1872, ed è stato betificato da San Giovanni Paolo II il 24 aprile del 1988.

di P. Antonio Maria Sicari ocd

Grazie alla comunità dei Carmelitani Scalzi della Provincia Veneta

Beata Anna di San Bartolomeo

Beata Anna di San Bartolomeo

BEATA ANNA DI S. BARTOLOMEO
(ANNA GARCÍA)

1549 – 1626

 

Memoria facoltativa, 7 giugno

 

F. de Wilde, B. Anna di S. Bartolomeo

Nacque ad Almendral (Spagna) il 10 ottobre 1549. Dopo una adolescenza trascorsa tra i campi, ma già costellata di grandi grazie di ordine mistico, nel 1570 entrava tra le Carmelitane Scalze del primo monastero di S. Giuseppe ad Avila, prima monaca conversa della riforma. Molto cara a S. Teresa, da essa fu ammessa alla professione il 15 agosto 1572, diventando presto l’assistente e la compagna di viaggio della Santa Riformatrice, per ordine della quale imparò, quasi prodigiosamente, a scrivere. Nelle braccia della stessa suor Anna la santa volle morire, ad Alba de Tormes, il 4 ottobre 1582.

Conventuale ad Avila, a Madrid (1591), a Ocaña (1595), nel 1604 passò in Francia con suor Anna di Gesù ed altre quattro monache per iniziarvi la riforma. Poco dopo l’arrivo a Parigi, dovette per obbedienza accettare il velo nero delle coriste; fu eletta poi priora di Pontoise (1605) e di Tours (1608). Tornata a Parigi (1611), ottenne di passare nelle Fiandre per porsi sotto la direzione dei Carmelitani Scalzi, nonostante l’opposizione del cardinal Bérulle. Dopo un anno di sosta a Mons, nel Belgio, il 12 ottobre 1612 partì per fondare un monastero ad Anversa, dove passò gli ultimi quattordici anni, circondata dalla stima degli arciduchi e di tutto il popolo di Anversa, che essa per due volte con le sue preghiere liberò dalla quasi sicura occupazione degli eretici.

Morì nella festa della Trinità del 1626, e Dio benedisse la sua memoria con grazie e miracoli. Papa Clemente XII approvò le virtù eroiche della monaca carmelitana il 29 giugno 1735, Benedetto XV la beatificò il 6 maggio 1917. Il corpo è conservato nel monastero carmelitano di Anversa.

La vita spirituale della beata Anna di S. Bartolomeo è tutta incentrata sulla volontà di Dio, ricercata, amata e compiuta con fedeltà generosa. In comunione frequente con la Santa Umanità di Nostro Signore, ne rivive i misteri di gaudio e di martirio, raggiungendo le più alte vette dell’unione con la Santissima Trinità nella trasformazione di amore. Di tali grazie ci ha lasciato l’eco la Beata stessa nell’Autobiografia, scritta per obbedienza (2 autografi, ad Anversa e a Bologna). La sua celebrazione liturgica per i Carmelitani Scalzi è fissata al 7 giugno.

Sante Carmelitane, Monastero Stella Maris (Haifa)

di P. Valentino Macca ocd
da Santi del Carmelo, a cura di Ludovico Saggi Ocarm, Institutum Carmelitanum, Roma, 1972.

Dalle «Riflessioni sulla Passione di Nostro Signore Gesù Cristo» della beata Anna di san Bartolomeo
(Dal manoscritto autografo del monastero «Santa Teresa» di Madrid)

San Bernardo scrive che possiede vera umiltà colui che sa serbare il silenzio in mezzo alle circostanze sfavorevoli. Se è segno di virtù squisita tacere quando veniamo ripresi per cose in cui siamo caduti colpevolmente, è molto più perfetto serbare il silenzio quando siamo ingiustamente censurati, quando siamo falsamente indiziati di colpa. Ma ancora molto più santo è desiderare di essere coperti di offese, essere considerati stolti, amare cordialmente coloro che così si comportano verso di noi, ad imitazione di Gesù Cristo, nostro Signore, il cui silenzio in croce non fu interrotto da nessuna tentazione di vendetta, ma fu esaltato nella voce della preghiera: «Padre, perdona loro: non sanno quello che fanno!».

O amore sconfinato del cuore di Cristo! Parlavi senza aprir bocca, e senza emettere una parola compivi la misteriosa opera, in vista della quale dal cielo eri sceso sulla terra: insegnare le strade di una vita virtuosa ai poveri, ai ciechi, agli incolti. Non fu poca cosa, Signore! Da dove trarremmo la capacità di sopportazione, l’umiltà, il disinteresse e l’energia necessaria per portare l’uno i pesi degli altri, la croce, se tu per primo, Signore Gesù, non ci avessi insegnato tutte queste cose, offrendoti a noi quale esempio vivente di ogni perfezione? O felice silenzio! In esso, Signore, la tua voce risuona alta, invitando tutte le persone alla sapienza che è sparsa su tutta la faccia della terra. Da quel tacere, meglio che dai libri e nello studio, coloro che ti amano attingono saggezza.

Il Signore è divenuto per noi sorgente di acqua viva, perché noi non perissimo nelle burrasche di questo mare. Ecco infatti che è scritto: «Non per essere servito sono venuto ma per servire». O bontà sconfinata! Di quanto rossore ci colmano le parole, gli atti, la tolleranza, con cui ci accogli ogni giorno. Opportunamente dicesti in una occasione: «Imparate da me che sono mite e umile di cuore». Dove attingeremo questa capacità di tolleranza, questa dolcezza di cuore e dove troveremo il cammino per cui si arriva a questi atteggiamenti, se non amando frequentare le strade che Cristo ci addita, che ci insegna coi suoi esempi: cioè coltivando le virtù di fede, speranza e amore? Queste ci aiutano a correre quel cammino. Senza la fede non possiamo camminare per la via regale dei misteri divini. La fede ci apre gli occhi e ci ammaestra. Dove non c’è fede, non c’è luce né traccia di cammino che conduca al bene.

Grazie alla comunità dei Carmelitani Scalzi della Provincia Veneta